Giuseppe Morgante: ingiustizia è fatta

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Giuseppe Morgante, prima e dopo l’attacco con l’acido

di Redazione. Tutti conoscono la vicenda di Giuseppe Morgante, perseguitato prima e poi sfregiato con l’acido dalla sua ex fidanzata, Sara Del Mastro a Legnano, nel marzo dell’anno scorso. Un attacco annunciato, secondo quanto raccontato da “Le Iene”, che avevano incontrato la donna, trovandola fissata, ossessionata dall’ex e con alcune anomalie comportamentali molto evidenti. Lo stesso Giuseppe filmò la sua aguzzina mentre passava e ripassava sotto casa. Nel video dice: “non è che questa mi tira l’acido addosso?”. Un presagio: sceso dalla macchina per affrontarla, subisce l’attacco, che lo sfigura e lo acceca all’occhio destro. La donna viene arrestata e stamattina al Tribunale di Milano è stata emessa la sentenza a suo carico: sette anni di reclusione, più due in libertà vigilata.

La pena così bassa è dovuta a diversi fattori. Anzitutto l’incriminazione: lesioni gravi. Sotto il “Codice Rosso”, approvato successivamente all’attacco subito da Morgante, la pena per la Del Mastro sarebbe stata molto più grave. Ma non c’è da recriminare la fortuna della donna nella tempistica. Esistono i precedenti: Luca Varani, il mandante dell’aggressione a Lucia Annibali, è stato condannato a vent’anni di reclusione per tentato omicidio, sebbene il suo gesto abbia avuto conseguenze comparabili con quelle ottenute dalla Del Mastro. La pena ridicola alla donna è dovuta anche al fatto che non le è stata contestata né la premeditazione, né i futili motivi. Presentarsi in un parcheggio con un bicchiere di acido già pronto, secondo i giudici di Milano, non è segno di premeditazione. E sfregiare un uomo solo perché ti ha lasciato non è un futile motivo. Non è chiaro poi se sia stata accusata anche per stalking: usualmente se si tratta di un uomo l’accusa (e la condanna) si somma alle altre, qui non stupirebbe sapere che è stata lasciata cadere a favore della più grave, quella per lesioni. Fossero state messe in conto anche queste occorrenze, forse la Del Mastro, al netto del rito abbreviato, avrebbe avuto più di dieci anni.


Il privilegio di una pena inconsistente.


William Pezzulo, Giuseppe Morgante, Stefano Savi, Giovanni Arcangeli

La vicenda giudiziaria di Morgante va dunque a far coppia con quella già nota di William Pezzulo. Quest’ultimo, reso disabile dall’attacco della sua ex, ha visto la colpevole condannata solo per lesioni, non ha ottenuto un centesimo di risarcimento e nemmeno la consolazione di sapere in carcere la sua aguzzina. Elena Perotti, infatti, tra una scusa e l’altra si sarà fatta sì e no un mese di carcere e qualche settimana fa la sua pena è terminata. Non stupirà riscontrare un percorso simile per la Del Mastro, ci si potrebbe scommettere. Fioccheranno le giustificazioni da ogni parte e le sbarre le vedrà sicuramente per poco tempo. Il che minerà alla base il principio di giustizia, ma soprattutto rimetterà presto in libertà persone palesemente pericolose. Lo stesso Morgante ha dichiarato di temere che una pena troppo breve possa incattivire ulteriormente la Del Mastro, inducendola, una volta uscita, a tornarlo a cercare.

Sarebbe facile appigliarsi a vicende come questa per smontare in tre parole il dogma femminista per cui gli uomini sono sempre carnefici, tutti indistintamente, e le donne sempre innocenti e innocue. Ma non è questo che conta: chiunque abbia un minimo di sale in zucca sa benissimo che l’essere vittima o carnefice non ha nulla a che fare con il genere di appartenenza, e che solo delle psicotiche in malafede possono sostenerlo. Qui si tratta di un fatto molto più importante: in Italia esistono due giustizie nettamente separate, una riservata alle donne e una riservata agli uomini. Indulgente e tollerante la prima, spietata e severissima la seconda. Luca Varani, l’aggressore di Lucia Annibali, marcisce (giustamente) in carcere dopo essersi beccato vent’anni; Edie Tavarez, l’aggressore di Gessica Notaro anche, dopo essersene beccati quindici. Di Elena Perotti si è detto e ora il privilegio di una pena inconsistente rispetto al reato commesso tocca a Sara Del Mastro.


Una vergogna a cui gli uomini non intendono più sottostare.


Ma non è solo nell’ambito della magistratura a marchio Palamara, e in particolare a Milano sotto l’egida dell’iperfemminista Fabio Roia, che viene applicato il doppio standard. Quanti articoli, speciali, reportage, approfondimenti avete visto in questi anni sulle donne vittime di attacchi con l’acido? Innumerevoli. Quanti riguardanti William Pezzulo, Giuseppe Morgante, Stefano Savi, Giovanni Arcangeli, che hanno vissuto lo stesso dramma? Zero o poco più. Nel momento in cui scriviamo questo articolo la sentenza Del Mastro è stata pronunciata da due ore e sull’ANSA ancora non c’è traccia di notizia, tanto meno in altri media mainstream. La violenza verso gli uomini viene così normalizzata, le pene per chi la commette vengono cancellate tramite l’omissione della notizia. A parti invertite, incriminazione, processo e sentenza di condanna vengono emesse sui giornali prima che in aula e sul mostro da prima pagina si costruiscono intere trasmissioni di dark-entertainment e un intero racconto falsato di ciò che è la maschilità.

Per meglio evidenziare tutto ciò, alle vittime donne si danno riconoscimenti (cavalierato della Repubblica per Annibali e Notaro), si aprono porte insperate (la politica per la Annibali, la televisione per la Notaro), mentre William Pezzulo deve mendicare collette su Facebook per pagarsi le operazioni chirurgiche e Giuseppe Morgante deve vedere il proprio valore di persona e cittadino squalificato da una magistratura ormai apertamente discriminatoria verso tutto ciò che è maschile, peggio ancora se paterno. Va ribadito: c’è indignazione per il fatto criminale, la stessa indignazione di quando la vittima è una donna, su questo non si discute. È la divaricazione totale dei percorsi successivi al crimine a far ribollire il sangue, i due pesi e le due misure utilizzate a seconda del sesso della vittima o dell’esecutore. Si tratta di un’indignazione da cittadino, a prescindere dal sesso, che dovrebbe smuovere le coscienze di tutti, donne e uomini, consci che solo nei regimi totalitari si ha una giustizia “a due velocità”, una riservata ai privilegiati e una ai paria: ieri gli aristocratici, poi i borghesi, poi i “negri”, poi gli ebrei e oggi gli uomini. Deve essere questa l’occasione per lanciare un messaggio chiaro: questa non è giustizia. Questa è una vergogna a cui gli uomini non intendono più sottostare. E che allo stesso modo le donne non dovrebbero più tollerare.


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