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“Gli anni amari”, apologia della destrutturazione

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persone_mieliSono partite di recente le riprese di un film che si intitolerà “Gli anni amari“, dedicato alla vita e alle opere di un personaggio che pochi conosceranno: Mario Mieli. Nato a Milano nel 1952, emerge sulla scena nazionale tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo scorso come icona provocatoria del mondo omosessuale. Considerato uno dei massimi teorici nell’attivismo gay italiano, dà alle stampe diversi libri, tra cui viene ricordato il primo, tratto dalla sua tesi di laurea: “Elementi di critica omosessuale”, pubblicato nientemeno che da Einaudi.

Coniugando omosessualità militante e marxismo rivoluzionario, Mieli pare abbia dato un contributo a “sdoganare” l’omosessualità e la sua esibizione, dando ad essa basi teorico-filosofiche che prima non possedeva. Parlò di transessualismo universaleliberazione omosessuale in chiave marxista, e rilesse la psicanalisi in un’ottica gay. Divenne con ciò punto di riferimento nella riflessione culturale sul tema, in contatto con vari più o meno autorevoli intellettuali e politici del tempo. Si impose anche sul piano dell’attivismo concreto, figurando tra i fondatori di “Fuori! – Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano”.

persone_mieli2Il suo contributo a un processo di accettazione dell’omosessualità come caratteristica personale che non può venire utilizzata come elemento discriminante è sicuramente importante, soprattutto relativamente all’epoca in cui ha operato, molto ideologizzata e chiusa. Ma perché recuperarne oggi la figura attraverso un film biografico? La domanda è lecita se, dopo aver riconosciuto il suo impegno e i suoi meriti, ci si sofferma sulle sue svariate contraddizioni e anomalie. E su come esse, trasferite nel contesto odierno, possano diventare uno strumento non di emancipazione o lotta alla discriminazione, ma di graduale destrutturazione sociale. Se infatti i numerosi lati oscuri di Mieli ai suoi tempi venivano archiviati come problemi psichiatrici, oggi rischiano di inserirsi nel più ampio e pericoloso contesto dei processi di ingegneria sociale, secondo la prassi della “finestra di Overton“.

Sto parlando del fatto che Mieli, tra le altre cose, teorizzava la positività della pedofilia. “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero, noi possiamo amare i bambini, possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di eros”, scriveva nel suo saggio più importante. C’è uno sforzo di provocazione evidente, che però pesa come un macigno sulla sua teorizzazione. Così come le pratiche di coprofagia, che favoriva e reclamizzava, fino a metterle in atto in teatro. Uno scivolamento verso la patologia psichiatrica che lo portò in manicomio, in carcere (tentò di uccidere il padre), verso l’esoterismo e, infine, al suicidio. Mettendo tutto sulla bilancia, si ha un rendiconto finale che difficilmente può essere considerato positivo. Perché sì, anche Mozart giocava spesso sul concetto di “mangiare la merda” (e non lo faceva…), ma in compenso ha prodotto capolavori eterni. Mieli invece?

persone_mapplethorpeDi Mieli resta l’aspetto di rottura portato avanti da un personaggio sostanzialmente irrilevante, con cui la comunità omosessuale, quella vera e seria, difficilmente potrà trovare consonanza o reali motivi di gratitudine. L’attivista milanese non fu che il prodotto ultimo di un percorso culturale estremizzato, votato alla rivendicazione isterica di diritti tramite l’esibizione della propria inclinaziona sessuale. Masi è il figlio del “The X Portfolio” di Robert Mappelthorpe, mediocre fotografo americano assurto al rango di artista mostrando l’estremizzazione più greve delle pratiche omosessuali, con ciò imponendo, tramite lo scandalo, attenzione verso un fenomeno che dalla necessità di ottenere una non-discriminazione lentamente scivolava verso il piagnisteo finalizzato all’ottenimento di privilegi. Non diverso è stato il percorso del femminismo storico, con gli esiti rovinosi che vediamo oggi.

Ma se dunque le cose stanno così, perché dedicare un film a una figura del genere? E soprattutto perché destinare ad esso un significativo contributo pubblico per la sua realizzazione? Non dico che l’arte cinematografica debba essere edificante, ma per lo meno il denaro pubblico dovrebbe essere riservato a opere di caratura artistica, per tecnica e contenuti, un pelo più alta della vita di Mario Mieli. Eppure ciò accade. Perché? Non per dare risalto a quel poco di positivo che Mieli ha dato al processo di avanzamento civile di questo paese, ma perché l’intero complesso delle sue devianze oggi è funzionale al lento processo di destrutturazione delle cellule primarie della società: la famiglia, le relazioni interpersonali, i freni sociali e culturali. Non è che un passo in più verso l’affermazione dell’atomizzazione e isolamento della persona, con in più un tassello aggiuntivo verso l’accettabilità di questioni da sempre inaccettabili, come la pedofilia.

grafica_thumbdownSarebbe bello che la stessa comunità omosessuale italiana, quella di buon senso, non quella che organizza periodiche carnevalate, sancisse il flop per quel film, prendendo le distanze tanto dall’iniziativa “artistica” che dal personaggio che vi viene rappresentato. Di orgogliosi, coerenti, positivi, costruttivi portabandiera della piena integrazione sociale dei gay, la comunità omosessuale è piena, ha solo l’imbarazzo della scelta, senza alcuna necessità di delegare la propria rappresentanza a un personaggio che definire controverso è fin troppo generoso. Perché nella costruzione di un futuro sostenibile in termini di relazioni umane e di ripristino di una comunità bilanciata sono coinvolti i generi maschile e femminile nei loro rapporti eterosessuali, senza dubbio, ed è soprattutto di questo che si occupa questo blog. Ma è altrettanto indubbio che ugualmente essenziale a quella costruzione sono l’impegno e il coinvolgimento della comunità omosessuale di buon senso. Quella maggioritaria, ovvero quella sempre assente ai gay-pride e simili.


varie_indagineuomo

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21 thoughts on ““Gli anni amari”, apologia della destrutturazione

  1. da quando in qua un gusto sessuale ha apportato un chè di progresso alla cultura della società? Buonarroti avrebbe realizzato i suoi capovalori sia da eterosessuale che da omosessuale. In realtà si cerca di portare avanti una lotta di classe oramai morta da 70 /80 anni! Se in principio furono gli operai, finita la classe operaia, si passa al femminismo, e all’omosessualismo fino alla pedofilia. Si cercano nuove categorizzazioni , sempre più emarginate o bistrattate dalla società, per poter dire :”ecco , noi siamo i paladini e difensori dei poveracci messi ai margini della società”. Si tratta di un surrogato delle lotte di classe che porterà alla ricerca delle peggiori categorie di persone allo scopo di elevare i loro gusti malati a vessilo di un diritto che la società dovrebbe, a dire loro, riconoscere a tollerare. E questo solo per una classe dirigente che cerca di sfuggire alla noia della loro vita priva di stimoli e di sfide e che cerca di affrancarsi nell’illusione di fare il bene dell’umanità foraggiando stupratori di bambini, pervertiti, e chissà forse un giorno diranno che anche l’assassinio sarà un diritto da accettare.

    1. E allora? Che cambia? E’ lei che viene considerata il primo programmatore, non Babbage. E film su di lei o su Mary Somerville (senza la quale Ada Byron non sarebbe esistita) non ce ne sono (a parte uno sconosciuto degli anni ’90).

  2. mah! Perplessità. Se posso esprimere un pensiero, non credo si possa prescindere dal fatto che la pedofilia è un crimine contro i bambini, pertanto tutti quelli che la compiono distruggono l’equilibrio di tante vittime.
    Fare l’apologia della pedofilia, come sembra abbia fatto il Mieli, è un atteggiamento che si commenta da sè.
    Se poi si cerca di convincere che mangiare la K sia un gesto rivoluzionario…beh…allora ci sono alcune migliaia di spostati che meritano un film in loro onore, dai sado maso a quelli che si fanno frustare a sangue.
    inutile la arrampicata sugli specchi di coloro che hanno prodotto il film:
    “Il nostro film è un incitamento alla libertà di pensiero e alla dignità della persona non certo al crimine come paventato in malafede da persone che prendono a pretesto la nostra opera per altri interessi”.
    Il reato non è “malafede” ????

    se devo pensare a personaggi anni 70, che hanno dato contributi autorevoli, senza nascondersi, penso a Bowie (dichiaratamente bisessuale) e Andy Warhol, loro sì, veri artisti capaci di colpire l’immaginazione e di andare
    oltre le appartenenze individuali.
    Francamente non vedo il contributo artistico di questo Mieli e i 150.000 euro li avrei riservati a tante famiglie
    in difficoltà.

  3. Non concordo molto nei toni con Emanuela, né mi risulta che MiIk o Wilde andassero a minorenni (che poi ai loro tempi si diventava maggiorenni a 21 anni. Allora anche Charles Trenet è un pedofilo, visto che ebbe una relazione con due ragazzi tedeschi di 19 anni in un epoca in cui a quell’età si era minorenni). Certo, la disparità di età può non piacere anche se un lui ha più di quarant’anni e l’altro ha almeno metà della sua età (a me ad esempio non piace), ma fare discorsi così rischia di portare acqua al mulino di chi ci contesta.
    Mi urta invece che la cupola facente capo alla lobby Lgtb (con cui spesso il “gay della strada” ha poco a che fare e che magari, questo sì, si beve le stronzate dettate dall’intellighenzia Lgbt perché non ha info alternative a cui attingere) voglia celebrare un pedofilo manifesto, che ha ammesso le sue turpe attenzioni nei confronti dei bambini.
    In quanto ahimè vittima a suo tempo di queste attenzioni, non ho mai sopportato la santificazione fatta ad un essere così ributtante (tra un po’ sdoganeranno anche la coprofagia).

    1. Comunque la pedofilia è l’attrazione verso i BAMBINI, ossia persone in età pre-puberale. Questa è la sua definizione e la sua soglia, non quando ti fanno votare o guidare l’auto

      1. Mai sentito parlare di età del consenso? E’ quella cosa che si vuole abbassare o eliminare per legalizzare appunto la pedofilia.

  4. Gli omosessuali (italiani e stranieri) non prenderanno mai le distante da niente, primo perché a quasi tutti hanno fatto il lavaggio del cervello e poi perché se anche ci provassero verrebbero subito messi a tacere e trattati come paria. Inoltre mi piacerebbe sapere quali sono questi portabandiera coerenti, postivi e costruttivi. Harvey Milk? Pedofilo pure lui. O. Wilde? Pure a lui piacevano i ragazzini. Kinsey? Non ne parliamo. Se si va a studiare la storia dell’attivismo lgbt si scopre che quello che hanno ottenuto lo hanno ottenuto con la violenza, l’inganno e l’appoggio finanziario di supposti “filantropi”. La storia dell’attivismo lgbt è uguale a quella del femminismo (a cui è spesso intrecciato).

    1. Beh dai, ci sono fior di artisti omosessuali che si sono vissuti la cosa nella propria intimità, anzi traendo da essa immensa ispirazione. Il primo che mi viene in mente è Ciaikovskij…

      1. Ma appunto, questi non erano “attivisti”. Non erano “portabandiera” nel senso che lottavano per i “diritti”. Erano persone normali che vivevano la loro vita e che probabilmente non avrebbero mai usato per se stessi l’etichetta di “omosessuale”. Infatti il film non lo stanno facendo su Ciaikovskij, perché non è strumentalizzabile. La stessa cosa accade per il femminismo. Perché è stato fatto un film su Ipazia e non su Ada Byron, il primo programmatore di computer della storia?

        1. Qui mi trovo d’accordo con Emanuela. È vero, il computer l’ha inventato Babbage (hardware), ma la prima a creare l’antenato del software è stata miss Byron.
          Basta con questo gioco a chi ce l’ha più lungo, degrada il blog.

          1. Io veramente non stavo facendo un discorso a chi ce l’ha più lungo. Volevo solo dire sulla Byron non sono stati fatti film perché la sua storia, a differenza di quella di Ipazia, non è strumentalizzabile dagli attivisti (le femministe, gli anticlericali, ecc), esattamente come il Ciaikovskij citato da Davide o altri omosessuali (o altre donne importanti) che però sono stati “portabandiera” solo della loro arte e non della loro sessualità, per cui le loro storie non interessano.

            1. Concordo in pieno con quanto affermato da Emanuela, l’ideologia omosessuale non può dare alcun apporto positivo alla società, solo destrutturare, anche perché è ubiquitaria: sta con la “rivoluzione”, con le femministe ma pretende anche di impancarsi, ascoltata con riverenza, in questioni di padri separati. Ad oggi nessuno sa rispondere come possa l’ideologia LGBT promuovere la famiglia, risolvere la questione dei padri separati e dei rapporti uomo donna, per di più mantenendo la logica alleanza col femminismo e con gli ideali detrutturanti del ’68.
              E chi mette in dubbio la pretesa necessità del “contributo” di questa ideologia rischia la marginalizzazione.
              Ciò di cui la gran parte degli attivisti maschili non si rende conto, è che l’ingerenza, massicia e organizzata, di tale ideologia con l’attivismo maschile è dovuta al fatto che quest’ultimo, consapevolmente o no, promuove valori sociali e familiari che ne sono l’antitesi! Ragion per cui fare concessioni a questa ideologia in spazi maschili non può che impedire il ristabilimento della dignità maschile, sociale e giuridica, di sani valori di coppia e familiari.
              I presunti diritti LGBT sono usati contro la maggioranza, come solventi sociali: una comunità può assorbire senza danno le stravaganze di qualche artista, ma se queste ultime diventano principio fondante e fenomeno di massa, la società implode.

              1. Invece credo che il poblema della questione maschile sia rappresentato proprio dai reazionari di destra dio/patria/famiglia come voi. Purtroppo l’emancipazione maschile (e la liberazione dal ruolo di risorsa sacrificabile) è schiacciata fra l’incudine femminista e il martello del conservatorismo.

                1. Per cominciare non sono di destra, non mi interesso di ideologie gender incluso. Una delle principali caratteristiche maschili è la difesa del territorio e dei propri familiari. Non a caso questo valore è oggi combattuto da ideologie sedicenti dell’apertura. Un organismo è aperto all’ambiente esterno ma deve anche proteggersi, altrimenti non sopravvive. Per una società è la stessa cosa: non a caso gli italiani non fanno più figli, non solo per lo spauracchio del divorzio.
                  Al lettore pensante (cui mi rivolgo) non sfuggirà che oggi l’uomo è molto più sacrificabile dei tempi di “Dio patria famiglia”, ma per ragioni oscene e futili: dal “tenore di vita” dell’ex che sfascia la famiglia (in nome di un “nuovo amore”) e gli porta via i figli, a stili di vita innaturali e autodistruttivi assurti a modello dal sistema anche perché provocano denatalità.
                  E’ ora che l’intera società, uomini per primi, ritorni al reale e alla natura, senza farsi intimorire dal noto giochino femminista delle false accuse di essere di “reazionari” (tipico anche delle disastrose ideologie del Novecento). Il vero progresso c’è quando l’umanità sa rendersi conto di aver imboccato uan strada senza uscita e sa prenderne una migliore.

                  1. a mio modo di vedere, l’assoluto crollo dei valori che determina lo sfaldamento della famiglia tradizionale e la minore natalità è un problema che riguarda tutti: la destra, il centro e la sinistra. Qualsiasi moderato o progressista anche se ciascuno imputa alla opposta fazione la responsabilità .
                    L’ideale progressista ha sempre visto nelle formazioni sociali, non ultima la famiglia, la crescita della società e di questo vi è chiara traccia nella Costituzione che infatti è di stampo cattolico e socialista, essendo un risultato di quelle forze politiche; la destra sociale storicamente difende la famiglia, la filiazione legittima, i buoni valori che l’hanno sempre contraddistinta. Idem le idee liberali che comunque hanno favorito la legge sul divorzio nel 1970.
                    Tra queste due o tre ideologie non vi è assolutamente alcuna differenza: l”individualismo, il materialismo, la corsa sfrenata all’esibizionismo e al narcisismo con forme patologiche, sono abusi ed eccessi non tollerati da nessuna ideologia. Il femminismo è un rampantismo antimaschile che dovrebbe unire, anzichè dividere, in quanto mira allo scontro sociale ed al regresso dello società , portando ad una logica di divisione, di tutti contro tutti che entro breve termine darà molti frutti avvelenati.
                    Che la si veda da destra, che la si veda da sinistra, siamo tutti sfruttati e oppressi da un sistema basato sul consumo, sulla creazione di falsi miti muscolari, sul totale sfaldamento di quello che una volta era “il valore aggiunto” della femminilità: anzi il femminismo è la morte stessa della autentica esaltazione delle caratteristiche femminili.
                    Se ci fate caso, le ultrafemministe sono in aperto contrasto con l’ambiente LGBT, sopratutto con transessuali e bisessuali, per motivi puramente ideologici e, si può dire, di lana caprina.

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