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Gli “sceriffi del web”: un terribile male contemporaneo

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persone_cucchicarabiniereQualche giorno fa ho avuto un confronto piuttosto aspro su Facebook con Selvaggia Lucarelli e i suoi followers. Mi sono permesso di criticarla per aver messo alla berlina un altro utente del social network, un poliziotto di nome Mauro Maistro, che postava sul proprio profilo messaggi particolarmente fastidiosi, espressi con un linguaggio volgare, violento e inappropriato. A seguito della shitstorm generata da Lucarelli, l’uomo ha poi cancellato i post, ed è stato costretto a cancellare anche il profilo. Successivamente, non credo però per effetto della denuncia di Lucarelli, la questione è arrivata ai superiori di Maistro che, a quanto so, è stato poi sospeso dal servizio. Dopo la discussione, mi è tornato in mente un altro post pubblicato su Facebook qualche tempo fa, stavolta da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane morto durante un arresto, in circostanze su cui la magistratura sta cercando di far luce. Nel messaggio, la donna additava al pubblico ludibrio uno dei carabinieri indagati. Lo faceva con grazia, con un esibito stato di shock, con “buonismo”, allo scopo di rappresentare in tono deteriore la fisicità dell’uomo: muscoloso, col pene che preme sugli slip, quindi sicuramente, questo il messaggio implicito, virile e violento. Ovvero colpevole a prescindere. Ne seguì una shitstorm che forzò il carabiniere a togliere la foto.

Tradizionalmente il civismo si esercita in due modi. Il primo prevede che un cittadino che abbia informazioni o sia testimone di un fatto criminoso, ne informi le autorità preposte le quali, vagliata la denuncia, operano poi secondo le possibilità e limiti della legge. Il secondo prevede azioni autonome delle autorità, magistrati, polizia giudiziaria e apparati annessi, nella persecuzione di presunti atti che ipotizzino come criminali. Da tempo però si è affermata una terza via: la denuncia pubblica, o meglio il pubblico ludibrio o gogna mediatica, attuata verso singoli individui da altre persone che in rete si giovano di un’ampia corte di seguaci (“follower”). Persone che, in gergo, vengono dette influencer. Questa terza via prende piede con l’affermarsi appunto dei social network e con la mediatizzazione della nostra esistenza, quel fenomeno per cui passiamo tantissime ore di fronte a un mezzo di comunicazione: la TV o internet. Anzi preferibilmente quest’ultimo, visto che ci consente una parvenza di interazione con altri.

varie_canepiccolograndeIn questo senso, persone con un gran numero di seguaci, come Selvaggia Lucarelli o Ilaria Cucchi, acquisiscono il potere di indicare pubblicamente, in modo più o meno indiretto, persone a loro soggettiva valutazione colpevoli di qualcosa, scatenando su di essi quel meccanismo infame chiamato shitstorm, un processo “del popolo” e mediatico che include primo grado, Appello e Cassazione. Si tratta di una potenzialità che contiene in sé un gran numero di criticità. Costoro infatti usano, tanto per cominciare, un proprio personalissimo metro nella scelta della persona da mettere alla gogna. Non operano secondo le possibilità e i limiti procedurali della legge, come farebbero un Pubblico Ministero o un giudice, ma sulla base di un criterio del tutto personale: il disaccordo con i toni e i contenuti del poliziotto Maistro per Lucarelli, la presunzione di colpevolezza del carabiniere per Cucchi, ad esempio. In secondo luogo si verifica uno sbilancio nel potere di attacco e difesa. Se denunciato e incriminato dagli organi preposti, un cittadino ha diritto a una difesa e a tutti gli istituti previsti in base alla presunzione di innocenza. Gli influencer invece sono in grado di seppellire un utente normale con poche righe di testo senza che questo abbia alcuna possibilità di tutelarsi, se non autoterminandosi, cancellando i propri post o la propria presenza dal social.

Un meccanismo pericolosissimo è nascosto, dunque, dietro questa terza via. Perché i personalissimi criteri di condanna pubblica di un utente che non può difendersi possono anche tracimare nella mera antipatia personale, come nel caso della donna che, qualche tempo fa, si è vista la vita quasi rovinata da un attacco di Lucarelli. Non solo: l’elemento a mio avviso in assoluto più grave è che questo metodo da bulli picchiatori mette in discussione uno dei diritti più sacri riconosciuti a ognuno di noi: quello della libertà di espressione. Ogni persona ha il diritto di dire ciò che vuole, nel modo che vuole. Maistro o il carabiniere della vicenda Cucchi hanno la piena facoltà, garantita da leggi sovraordinate, di pubblicare sul proprio profilo ciò che vogliono, anche fossero mostruosità espresse nel peggiore dei modi. Una facoltà che, naturalmente, implica anche l’assunzione di responsabilità individuali per ciò che si pubblica. Ma chi ha il compito ufficiale e istituzionale di richiamarli eventualmente a quelle responsabilità? Torniamo daccapo: il cittadino che ne fa segnalazione alle autorità o le autorità stesse in modo autonomo. Nessun altro. Chi a qualche titolo o in qualche modo si appropria di quel compito, compie un passo di troppo verso l’eversione dello Stato di Diritto.

BullyingQueste sono le basi comunemente accettate del convivere civile. Che però l’esercizio di superpotere bullizzante di alcune persone influenti attraverso i social network sta sovvertendo. Questo è il motivo per cui ho criticato Lucarelli e ritengo inappropriato il vecchio post di Cucchi. Molti seguaci significa, oggi, purtroppo, molto potere. E molto potere comporta grandi responsabilità. Fin tanto che tale potere viene utilizzato “giornalisticamente” per denunciare fenomeni che procurano danno a uno svariato numero di persone (penso alla denuncia fatta da Lucarelli sull’inconsistenza di “Doppia difesa” o sulla possibile natura truffaldina di alcune società di multi-level marketing) o vere e proprie anomalie di sistema (la denuncia di possibili violenze e abusi di potere da parte degli organi di polizia, come ha fatto e fa Ilaria Cucchi), allora si è in un campo non solo integrabile con le normali regole della convivenza civile, ma anche di miglioramento civile generale. Nel momento in cui invece tale potere viene usato per bullizzare su pubblica piazza singoli individui dotati di diritti, ma impossibilitati a farli valere, si scivola nel sopruso, in un esercizio gratuito, autoreferenziale, impunito e impunibile della forza.

Si tratta cioè di un potere immenso lasciato nelle mani di moralizzatori della domenica, bulli che spesso sono i primi a schierarsi contro il bullismo telematico e che, spesso nascondendosi sotto la professione giornalistica, anticipano o si sostituiscono alle autorità preposte, rovinando vite, carriere, esistenze, o anche solamente negando diritti elementari e fondamentali a singoli individui, grazie al seguito pecoreccio e pappagallesco dei propri estimatori sul web. Questa forma di “giustizia” non è che la replica su monitor delle arene dell’antica Roma, dove però i leoni sono gli influencer, il pubblico assetato di sangue sono i follower e i cristiani sbranati sono singoli individui con la sfortuna di essere stati catturati dall’attenzione del vip internettiano del momento. Il quale non di rado usa questo metodo per avere ancora più ribalta e crearsi una posizione di maggiore potere o redditizia. Una barbarie, insomma, questa terza via, che è poi il brodo di coltura dove sono nati e hanno prosperato fenomeni eversivi e infami come #MeToo. Una barbarie che alla lunga genererà la necessità di una disciplina più stringente del modo di essere presenti e di agire online. Per il momento, bisogna sperare di non finire nel mirino di un influencer e, volendo trovare un lato positivo in questo fenomeno, bisogna imparare a conoscere, sapere, documentarsi. Perché l’unico modo per difendersi o limitare i danni è sapere abbastanza da svelare il gioco sporco e la sostanziale illegittimità di chi si autoelegge sceriffo del web.


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4 thoughts on “Gli “sceriffi del web”: un terribile male contemporaneo

  1. Mi chiedo se ci siano i presupposti per l’istigazione a delinquere: stalkerare e minacciare la gente anche via web e’ reato e se lo shitstorm e’ direttamente riconducibile ai post di un “influencer”… ci sarebbe da ragionarci

  2. Misandria e direi anche Androfobia….sarebbe un tema interessante da analizzare quello dell’androfobia nelle donne e nelle femministe!

  3. Se fai riferimenti alla loro fisicità, qualsiasi essa sia, e su come viene esibita ed espressa, passi per bacchettone, misogino, sessista. Noi saimo colpevoli di avrere in corpo, magari tonico, e dei genitali esterni contenuti dentro degli slip in una foto al mare, quindi come giustamente detto, esibiamo la nostra criminale virilità violatrice; è un’aggravante ed un pretesto per legittimare ed esacerbare la misandria di cui sono ripiene

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