STALKER SARAI TU

I nostri peggiori nemici siamo noi

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LA FIONDA

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[Disclaimer: questo articolo contiene diverse volute trivialità].

3822ea5af558ef1bf19f78ec3493bd08Mi capita con crescente e fastidiosa frequenza di venire contattato con messaggi di “soccorso social”. Cose tipo: “vieni sulla pagina taldeitali, stanno diffondendo dati falsi, servi tu…”. Oppure: “quell’altro profilo sta parlando male della riforma delle separazioni, vieni a dargli una lezione”, e così via. A parte l’elezione a paladino e supereroe che tutto risolve, ruolo che non mi si addice, pare che io non sia stato ancora abbastanza chiaro sulle mie decisioni rispetto all’utilizzo dei social network. Ne ho parlato chiaramente a inizio anno, ma forse il messaggio non è stato compreso: non discuto più, se non del tutto saltuariamente, sui social. Qualunque sia: Instagram, Facebook, Twitter, per me è indifferente. Ci perdo in termini di visibilità, ma non importa: non sprecherò più nemmeno un minuto del mio tempo in catfight con questo o quello o nella caccia al troll. E credo che nessuno che davvero abbia a cuore le tematiche che questo e altri blog trattano dovrebbe farlo. Lasciate che vi spieghi il perché.

La vita media di un commento su un social, quando va bene e a meno di non essere un famoso influencer, è di cinque minuti. Scaduti i quali il commento viene letteralmente seppellito dai milioni di altri commenti e nuovi post che intanto sono stati immessi. Passati quei cinque minuti fatali, il commento viene dimenticato, è come se non fosse mai esistito. La domanda dunque è: quali effetti (positivi o negativi) si può ragionevolmente pensare che un commento sui social abbia nella realtà delle cose? Risposta facile: zero. Non un commento, non un post né una serie di post, per quanto ben costruiti, con belle immagini a corredo, potrà mai cambiare la realtà. A meno che non sia un’inserzione a pagamento o a meno che chi lo immette non sia appunto già un leader o un influencer. Un Beppe Grillo, una Selvaggia Lucarelli o una Chiara Ferragni, per intenderci. Se non si è in quell’olimpo, un nostro post o commento ha lo stesso valore e la stessa volatilità di una scoreggia. E puzza di marcio allo stesso modo.

varie_telefonosociaIn che senso? Nel senso che nel 95% dei casi post e commenti sui social network provengono da un impulso decomposto, ammuffito, che si radica direttamente nelle frustrazioni personali, nella cattiveria che prospera sul cumulo di insoddisfazioni che ognuno di noi si porta addosso, e che ci grava l’anima come una scarica di diarrea ci grava il ventre. Quando è così si ha una sola urgenza: trovare un cesso dove scaricarsi, per tornare a stare più o meno bene. Questo sono i social network: fatui e innocui spazi dove ogni persona può sfogare la propria scarica dissenterica di frustrazioni, con in più la possibilità di esibirla agli altri e riceverne un plauso: “toh, guarda che spruzzo ho fatto!”. Qualcuno che applaude o mette un like c’è sempre. Ma che arrivino o meno i plausi altrui, ciò che fa star bene è già di per sé l’aver cagato tutto il cagabile in pubblico. Per un po’, comunque molto poco, l’insoddisfazione che ci rende infelici trova così un luogo dove esprimersi imbrattando tutto.

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Volete una prova? Postate ora sul vostro social preferito la foto di un’alba, di un fiore, di due mani che si stringono, e accompagnate il tutto con una frase semplice e positiva tipo: “come sono felice oggi”, o “la vita è bella”, o “il mondo ti sorride”. Riceverete qualche like ovviamente, quasi tutti provenienti da quella gran parte di persone che detestano sapere che voi state bene (perché loro invece stanno male), ma che doverosamente ottemperano all’obbligo ipocrita di farvi sapere che sono felici per voi. Fate passare un po’ di tempo e postate poi qualcosa di rabbioso, livoroso, incazzato. Un tema a caso, uno vale l’altro: immigrati, russi, americani, Sanremo, Unione Europea, Michael Jackson, il vicino di casa, davvero non importa. Vomitate nel post tutto il livore, l’invidia sociale, la rabbia, l’oscura frustrazione che vi avvelena la vita. In cinque minuti riceverete una montagna di like e commenti, uno più violento dell’altro, in un’escalation senza fine. E sarà la prova che i social sono una latrina pubblica e non un campo fiorito. Non proprio il massimo da frequentare insomma.

varie_spotgiletteMa c’è di più. E’ davvero possibile pensare che un cacatoio pubblico di queste dimensioni possa avere il potere di cambiare qualcosa? Pensate alle campagne pubbliche tipo: “boicottiamo Gilette, metti un like a questa pagina!”. Ma sì dai, mettiamo il like, maledetta Gilette. E tutto finisce lì. La spinta alla militanza si esaurisce in quel click, qualunque sia la causa per cui battersi. Si provi ora a pensare a gruppi di uomini con una pettorina con scritto: “non comprare Gilette: ti spiego perché…”, posizionati di fronte ai maggiori supermercati delle maggiori città, con volantini esplicativi a disposizione, da distribuire ai consumatori che entrano. Quale delle due iniziative avrebbe più impatto? A parte che il gestore del supermercato chiamerebbe subito la Polizia ma… la militanza vera affronta anche la Polizia, se necessario, e si assume le responsabilità di ciò in cui crede. Invece il click, il like, la condivisione, non servendo assolutamente a nulla, non porta nessuna responsabilità. Comodo e inefficace. Comodo in quanto inefficace. Inefficace in quanto comodo.

Perché dunque è inutile chiamarmi a intervenire nelle scaramucce sui social? Semplice, perché ho deciso di agire nella realtà reale, non in quella virtuale. Io intendo agire dove quando colpisci fai male, anche se le responsabilità possono essere gravi. Quindi vado di querele, denunce, esposti, convegni, e le propongo a tutti quei pochi che ancora non sono intontiti dall’uso dei social. Perché un milione di like a un commento non valgono una mobilitazione anche minima fatta nella realtà. Perché perdersi su quegli strumenti infernali è come avere una voglia matta di scopare e invece di cercare la propria o il proprio partner, chiudersi in bagno a masturbarsi. Con lo stesso esito finale: gambe molli e una vaga depressione nel dopo. I social, amici cari, sono il sedativo più potente messo a disposizione per frenare l’attivismo vero. Io non intervengo più, ma vedo, leggo, osservo. E nella furia sterile di molti, di quasi tutti mi pare di vedere un esercito di adolescenti con le occhiaie, che si ammazzano di porno e autoerotismo senza più essere capaci di conquistare un o una partner dal vero. Credete davvero, in quelle condizioni, di poter cambiare qualcosa nel vostro status di uomini oppressi, donne sottovalutate, padri massacrati? Se sì, allora la partita è persa in partenza.

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uomo_masturbazioneE lo è perché c’è un ulteriore spartiacque tra noi e chi ci avversa. Anche questo l’ho osservato con grande attenzione. A tutto ciò che ho detto finora, e che è insito nella natura stessa dei social, si unisce un’inclinazione autodistruttiva del fronte per il cambiamento della condizione miserabile in cui le relazioni tra uomini e donne sono state ridotte. Guardate le vostre bacheche di riferimento: sono un florilegio di articoli, video e foto prese da siti, blog o articoli realizzati dagli avversari. E sotto nei commenti tutti a piagnucolare o a cagare spruzzi di indignazione. Nulla cambia e intanto la loro narrazione vince e si diffonde. Invece quanti post contate nei vostri profili di riferimento che propongano azioni positive e concrete, interpretazioni favorevoli alla vostra visione, contenuti che meriterebbero ampia condivisione? Pochissimi. Perché non ci si può cagare sopra. E spendersi per azioni positive richiede un cervello attivo, dunque è molto più complesso che cagare (lì basta spingere).

E’ essenzialmente così che noi siamo i peggiori nemici di noi stessi. Usiamo i social, cloaca comune che ha senso solo se ci si sfoga dentro, per condividere contenuti che detestiamo, così regalando ad essi attenzioni e click, e spingendo chi li produce a produrne ancora e ancora. Ignoriamo invece le azioni positive che si innescherebbero se imponessimo anche ai social i contenuti che appoggiano la nostra visione, il nostro desiderio di cambiamento, la critica serrata agli avversari. E’ più facile far piangere che far ridere, così com’è più facile evacuare l’intestino che pensare e darsi da fare mettendosi anche in gioco. Se qualcosa vogliamo davvero che cambi, dobbiamo smettere di smerdare tutto ciò che ci circonda, dare una profonda ripulita e cominciare a fare le scelte più difficili: primo, usare i social e non farsi usare da essi; secondo, abbandonare i social il più possibile e associarsi a iniziative reali, con coraggio e convinzione. Togliamoci il gusto tossico del piagnisteo e dell’indignazione fine a se stessa espressa a suon di click, incanaliamo tutto verso una mobilitazione attiva. O così, o davvero ciò in cui dichiarate di credere avrà lo stesso peso e lo stesso valore di ciò che defecate giornalmente sui vostri profili preferiti.

Quanto a me: vi attendo con fiducia nel mondo reale.


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One thought on “I nostri peggiori nemici siamo noi

  1. Davide? Non frequenti i social?
    Fai benissimo!!!
    Il social network è un grandissimo gioco con milioni di giocatori e un solo banco.
    Il banco trasmette messaggi pubblicitari e cataloga gli interessi dei giocatori, al banco non interessa quello che scrivi ma che tu scrivi e altri rispondono, che il presente sia sempre riempito con dei contenuti, l’importante è tenere vivo il gioco senza interruzioni, il tutto nel nome della globalizzazione, del capitalismo e dello spirito denaro amen.

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