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I numeri del “femminicidio”: qualche riflessione razionale

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varie_femminicidio1di G.C. – Numerosi articoli giornalistici e dichiarazioni pubbliche di politici e associazioni femministe hanno creato un clima di allarme sociale nei confronti di una specifica tipologia di delitto che vede le donne come vittime di violenza maschile. A tal fine è stato anche creato da Jane Caputi e Diana E. H. Russell, attiviste femministe americane, un neologismo, “femminicidio”, che ha praticamente sostituito nelle pubbliche dichiarazioni il sostantivo uxoricidio, (dal latino uxor, “moglie”) che è l’omicidio della propria moglie o, per estensione, del proprio coniuge.

Con il termine “femminicidio” si vuole indicare un specifico reato di omicidio doloso, o anche preterintenzionale, in cui una donna viene uccisa per motivi basati sul genere, cioè una forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale. In sociologia, il patriarcato è un sistema sociale in cui gli uomini detengono principalmente il potere e predominano in ruoli di leadership. Un esempio di definizione di patriarcato da parte di Sylvia Walby dice che è “un sistema di strutture sociali interconnesse che permettono agli uomini di sfruttare le donne”.

varie_misoginiaIl “femminicidio”, dunque, viene definito come una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna “perché donna”, in cui cioè la violenza è l’esito di pratiche misogine. Il termine misoginia (dal greco ????? misè?, “odiare” e ???? gyn?, “donna”) indica un sentimento e un conseguente atteggiamento d’odio o avversione nei confronti delle donne. Al giorno d’oggi le opinioni delle masse vengono orientate principalmente con la reiterazione di messaggi sui social o di titoli ad effetto. Uno dei più utilizzati è che in Italia ci sarebbe un femminicidio ogni 72 ore. Altre dichiarazioni parlano di emergenza se non addirittura di massacro e di violenza maschile fuori controllo.


Al giorno d’oggi le opinioni delle masse vengono orientate.


Cercando di capire e di districarmi tra le diverse interpretazioni del fenomeno ho cercato fonti di dati che non fossero semplici opinioni giornalistiche. In teoria la base di discussione dovrebbe fare riferimento alle rilevazioni ufficiali ISTAT. Di questi dati, però, per giudicarne l’affidabilità, bisognerebbe conoscere le modalità di rilevamento e queste non sono sempre comunicate, e talvolta invece sono state criticate (come l’uso di determinati questionari che inducevano risposte fuorvianti a favore della segnalazione di violenze). Questo ad ogni modo non è il tema di questa riflessione che si basa comunque su due documenti: l’inchiesta con analisi statistica sul “femminicidio” in Italia, a cura di Fabio Bartolomeo, Ministero della giustizia – Direzione generale di statistica e analisi organizzativa, e il report Istat “Le vittime di omicidio in Italia” (2017).

varie_pallottoliereNell’introduzione del primo documento, che dovrebbe essere una analisi statistica del fenomeno, viene ribadito il concetto di massacro dichiarando “un totale di circa 600 omicidi negli ultimi quattro anni. Significa che in Italia ogni due giorni (circa) viene uccisa una donna” Quindi ben più di una vittima ogni tre giorni come talvolta si legge sui giornali. “Questa inchiesta raccoglie le evidenze statistiche raccolte dalla lettura di oltre 400 sentenze di omicidio di donne emesse tra il 2012 e il 2016, qualunque sia stato l’esito e il rito processuale seguito dagli uffici giudiziari che hanno inviato la documentazione. In ragione della possibile differenza temporale tra il momento in cui è stato commesso l’omicidio e il dibattimento, i fatti raccontati risalgono al periodo 2010-2015”.

La prima critica che si può portare allo studio è l’uso da parte dell’autore di termini come “genocidio” e “sconvolgente” che poco si addicono a uno studio statistico. Non è una critica puramente formale perché un articolo scientifico (come dovrebbe essere una valutazione statistica) non dovrebbe orientare il giudizio del lettore e non dovrebbe far trapelare l’opinione del ricercatore, almeno prima delle conclusioni finali e comunque solo dopo la discussione e la valutazione dei dati rilevati.


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varie_calderoneComunque, proseguendo nella lettura e solo dopo l’allarmante dichiarazione dei 600 casi ogni quattro anni che equivale a un “femminicidio” ogni due giorni, viene dichiarato dall’autore che su 417 sentenze esaminate nel quadriennio, solo 355 sono classificabili come “femminicidio”, quindi con le caratteristiche dette sopra di violenza con matrice ideologica patriarcale. Quindi da 600 ogni quattro anni il primo dato statistico ci porta a 355 nello stesso arco di tempo. Gli “altri omicidi di donne” rientrano per lo più nella casistica delle rapine finite male e nelle esecuzioni della criminalità organizzata di cui possono essere vittime indifferentemente uomini e donne.

Il “femminicidio” è un delitto descritto come tipicamente maschile nei confronti della donna e questo ne giustifica l’allarme sociale e anche la legislazione specifica che ne viene invocata. Pertanto ai 355 casi di omicidio classificati come “femminicidio” vanno sottratti quelli in cui il colpevole è una donna (2.3%) e quelli in cui gli autori sono sia uomini che donne (9.2%) che non rientrerebbero nella genesi puramente misogina del fenomeno. Pertanto:

355 – 8.16 = 346.84  (8.16 è il 2.3% di 355)

346.84 – 31.90 = 314.94 (31.90 è il 9.2% di 346.84)

Si legge ancora: “Infine, nel 9,5% dei casi,a fronte di uno o più autori del reato, le vittime sono più di una, inclusi uomini”.  Inclusi uomini. Dobbiamo conteggiare anch’essi vittime di “femminicidio”? Non credo. Quindi forse è opportuno scremare anche questa percentuale.

314.94 – 29.91 = 285.03 (29.91 è il 9.5% di 314.94)

Il dato proclamato nell’introduzione (600 ogni quattro anni) è stato più che dimezzato semplicemente iniziando a leggere l’articolo in modo sistematico.

violenza_1Altro dato interessante viene fuori dalla tabella che identifica il rapporto tra autori e vittime. Come giustificare l’aver classificato “femminicidio” il 9.4% di omicidi commessi da parte di sconosciuti senza rapporti di parentela, sentimentali, di amicizia o di lavoro? Non si giustifica: sono, purtroppo, omicidi “normali” (scusate il termine) che gli autori stessi spiegano a danni di signore anziane che vivono sole o prostitute, quindi presumibilmente a scopo di rapina senza la benché minima matrice patriarcale. A meno che non si voglia classificare tutti gli omicidi di donne come “femminicidi”, ma questo creerebbe un evidente bias statistico. Per cui ritengo sia necessario scorporare anche questa percentuale.

285.03 – 27.79 = 257.24 (27.79 è il 9.4% di 285.03)

Sono 64.31 casi/anno. Sono 1.2 alla settimana. Sempre troppi, certo. Ma non mi tornano i conti con “un femminicidio ogni tre giorni” che sento ripetere come un mantra. Ricordiamo che siamo partiti da 600 casi dichiarati. Poi ancora si legge: “Numerosi anche i casi di figli che uccidono le madri per i più svariati motivi, ma principalmente per ragioni economiche” . Non viene rilevato il sesso (figli maschi o femmine?) ma le ragioni economiche escludono il “femminicidio” patriarcale. Tuttavia non viene fornita la percentuale di questo dato per cui non si può effettuare un ulteriore scorporo. Ancora: “da non trascurare il numero di casi avvenuti per mano di soggetti dichiarati incapaci di intendere e di volere” Anche in questo caso nulla a che vedere con la matrice culturale che genera il “femminicidio”. Da considerare infine che relativamente alle 417 sentenze iniziali il 13.6% hanno portato ad una assoluzione dell’imputato.


Sono 64.31 casi/anno. Sono 1.2 alla settimana. Sempre troppi, certo. Ma non mi tornano i conti con “un femminicidio ogni tre giorni”.


logo_istatPer quanto riguarda il secondo documento, il Report ISTAT 2017 sugli omicidi in Italia è tranquillizzante notare che a fronte dell’allarme sociale proclamato da alcuni gruppi sociali e politici le statistiche ci dicono che “negli ultimi decenni gli omicidi registrano un forte calo” e l’Italia si colloca ben al di sotto della media europea. L’ISTAT stessa ci dice che “l’omicidio è un evento molto raro” e non è determinante sulla percezione di sicurezza: perché allora, se è molto raro, assistiamo a continue campagne “terroristiche” volte soprattutto a enfatizzare i casi di violenza maschile mentre si dà sempre meno spazio ai casi in cui l’azione violenta è di genesi femminile? Ancora si legge: “Nel 2017, è comunque diminuito anche il tasso di donne uccise (0,40 per 100 mila donne), calo imputabile soprattutto alla categoria omicidi da partner e da sconosciuto. Il tasso degli omicidi da partner ed ex è sceso sotto lo 0,20 per 100 mila donne, raggiungendo lo 0,17, quasi dimezzato rispetto al picco dello 0,30 del 2006”

varie_graficiomicidi

Per concludere questa breve riflessione, rileviamo che nello stesso anno 2017 ci sono stati 746 morti sul lavoro (senza contare gli invalidi permanenti). Di questi il 93.6% sono uomini. Cioè circa 698. Cioè 13.4 uomini alla settimana. Ma di essi ne sentiamo parlare, e pure poco, solo il giorno della loro morte. Questi uomini morti andando a lavorare per mantenere il più delle volte le proprie famiglie non sono degni di essere considerati una emergenza sociale?


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2 thoughts on “I numeri del “femminicidio”: qualche riflessione razionale

  1. Numeri, numeri, numeri.
    Sarà la mia formazione personale, ma quando discuto con una femminista io punto sempre ai numeri.
    C’è una differenza salariale? Fammi vedere i numeri delle singole buste paga.
    Un esempio. Tempo che fu ho contestato l’affermazione che diceva che femminicidio è la prima causa di morte delle donne (si, ho sentito pure questa). Risposi che, ogni anno in Italia, di solo tumore alle ovaie muoiono circa 5000 donne, 13 al giorno.
    Allora ecco cambiare la tesi: “è la prima causa di morte non naturale”. Al che risposi con le cifre di donne che muoioni in incidenti domestici e incidenti stradali.
    Ecco cambiare ancora la tesi: “si parla del mondo, non dell’Italia”.

    Mi ricordano i sostenitori della teoria delle stringhe e come vendono definite le loro teorie dagli scettici (tra cui io): “Not even wrong” (neanche sbagliato). Ovvero “piegare” la teoria ai dati che, invece, la confutano

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