Il business dell’antiviolenza e il muro della vergogna

di Alessio Deluca – Il marketing, è noto, non ha anima né etica. Per i suoi scopi non guarda in faccia a niente e nessuno, l’importante è tenere desta l’attenzione su un prodotto o un servizio, anche se questo comporta sfruttare in modo cinico e spietato situazioni di grave emergenza. Lo si sta vedendo molto chiaramente in questo periodo con la realizzazione da parte della grande organizzazione che ruota attorno al business dell’antiviolenza di una campagna martellante di propaganda e pubblicità tra le più disumane e infingarde mai viste in precedenza. Attraverso media compiacenti o, chissà, forse profumatamente pagati a questo scopo, si moltiplicano con più viralità del Covid-19 i richiami al fatto che la convivenza forzata può portare ad atti di violenza contro le donne, e con ciò la necessità di servirsi del Telefono Rosa, del 1522 o dei centri antiviolenza in generale.

Tecnica, messaggio e metamessaggio di questi spot sono tutti molto simili, ben costruiti e ben mirati. Al livello più superficiale, quello che costituisce l’alibi, i promotori di queste forme di réclame fanno passare il messaggio che si tratti di una sorta di “pubblicità progresso”, una cosa buona, un’attività di servizio. Così, se li si critica, possono usare la foglia di fico dell’informazione a fin di bene. Ma è, appunto, una foglia di fico, atta a coprire la vergogna di un presupposto falso, ossia che le case e le famiglie italiane, se non tutte quasi, siano un coacervo di violenza maschile contro le donne, se non esplicita per lo meno latente. E’ questo il messaggio suggerito subdolamente dalla frequenza martellante degli spot antiviolenza. E insieme al presupposto, c’è anche un’indiretta induzione alla denuncia. Quei messaggi sono costruiti per mettere in tensione le donne che leggono, per farle stare sul chi vive, in ansia, cosicché alla prima manifestazione di nervosismo da parte del coniuge, compagno o fidanzato possano subito alzare il telefono e denunciare.


Un vero e proprio muro della vergogna.


I dati di fatto smentiscono recisamente che le case e le famiglie italiane siano un luogo così terrificante per le donne. Al massimo gli stessi dati suggeriscono che possono essere un inferno per i minori in balia di madri stressate. In questo senso dovrebbero dilagare spot del Telefono Azzurro invece che quelli di Telefono Rosa. Ma l’andazzo, si sa, è questo: la tentacolare organizzazione della corporate dell’antiviolenza vuole assicurarsi così prima di tutto l’affermazione di una narrazione che l’emergenza Covid-19 rischia di scalzare, ma anche che non calino le denunce da parte delle donne. Sul dato delle denunce quella corporate vive e prospera: sebbene non siano indice di nulla di concreto, è in base ad esse che poi si batte cassa allo Stato per i fondi alle varie centrali del terrore rosa. Guai dunque se la quarantena Covid-19 comportasse un calo verticale delle denunce (cosa che sta accadendo per altro): significherebbe che in famiglia le donne non stanno così male come si dice di solito. Sarebbe un’intera retorica fasulla spazzata via.

Ecco allora che gli spot antiviolenza ripetuti e pubblicati a pioggia servono per correre ai ripari. E, come fa il marketing più puro, non si guarda in faccia a nulla per raggiungere l’obiettivo: sui social le varie e i vari portavoce degli interessi femministi sono scatenati e a un livello più profondo vengono coinvolti anche i mezzi di comunicazione di massa, da quelli poco a quelli molto importanti. Nessuno si chiama fuori, nessuno solleva l’obiezione che l’emergenza sanitaria dovrebbe restare una priorità, essendo sostenuta da dati di mortalità davvero importanti. Tutti si accodano al desiderio della corporate dell’antiviolenza di fare propaganda sui cadaveri di coloro che stanno morendo di o con coronavirus. Questo soprattutto fa pensare che sotto ci siano commissioni pagate per avere quel genere di pubbliredazionali, se non addirittura laute mazzette. Perché nell’elenco di chi si è piegato ai desiderata del totalitarismo in gonnella si contano anche pubblicazioni importanti e autorevoli, in un elenco di interventi che è un vero e proprio muro della vergogna. Ecco solo alcuni di coloro che si sono prestati (omettiamo i link per non regalare click, ma conserviamo tutti gli articoli):

  • Veronanetwork: “E’ ora di credere alle donne”
  • Offender: “Le relazioni violente al tempo del coronavirus”
  • Estreme conseguenze: “Quando lui è più pericoloso del coronavirus”
  • Famiglia Cristiana: “Maltrattamenti in famiglia, Telefono Rosa per le donne che rischiano restando a casa”
  • Pierfrancesco Majorino (assessore Comune di Milano): “La violenza non si ferma”
  • Valeria Fedeli: “La lotta contro la violenza sulle donne non la ferma nemmeno il coronavirus”
  • La Repubblica: “Gessica Notaro: stare in casa? Io nel 2017 stetti due mesi isolata”
  • Micromega: “Maria Mantello – Coronavirus e virus maschilista”
  • Valeria Valente: “Non sei sola”
  • Elena Bonetti: “La casa è ogni giorno il luogo della violenza”
  • Primocanale: “Violenza sulle donne, i dati: più casi di femminicidio che di coronavirus”
  • L’Unione Sarda: “Femminicidi, emergenza peggiore del coronavirus”
  • Il Messaggero: “Il coronavirus produrrà effetti negativi sul gender gap”
  • La Voce di New York: “La violenza contro le donne: una pandemia globale”
  • Huffington Post: “Per molte donne stare a casa non è sicuro”
  • ActionAid e AGI: “Covid-19 e violenza sulle donne. Rafforzare il 1522”
  • Zetanews: “Coronavirus, quando casa non è un luogo sicuro per la quarantena: ecco Telefono Rosa”
  • Roba da donne: “Il Coronavirus ha chiuso in casa le donne con i loro aguzzini”
  • TPI: “Per tante donne stare a casa non è sicuro: l’appello dei centri antiviolenza”
  • La Repubblica: “Coronavirus, l’allarme dei centri antiviolenza: “Aiutiamo le donne maltrattate, per loro restare in casa è un rischio”
  • Piazza Salento: “Mobbing e stalking la quarantena forzata aumenta i rischi”
  • Il Fatto Quotidiano: “Un incubo restare a casa”
  • Catania Live University: “Restare a casa non è sempre sicuro: i centri antiviolenza attivi in Sicilia”
  • UrloWeb: “#NonSeiSola: anche in questi giorni attivi i servizi anti-violenza”
  • Il Sole24Ore: “Quando la serenità non è di casa”
  • La Stampa: “L’altra faccia del coronavirus, è emergenza violenza sulle donne”

Dovranno sedere sul banco degli imputati.


Si tratta di un elenco non completo, ma già rappresentativo. Ci sono testate famose e nazionali come media e siti di portata più limitata; ci sono opinion makers e politici famosi. Soprattutto c’è tanta tanta manipolazione, emergenza posticcia costruita a tavolino da chi non solo non vuole che emerga la realtà dei fatti, ossia che la violenza domestica ha percentuali risibili in Italia, ma addirittura vuole che ci sia più violenza. Il più possibile, la più grave e diffusa possibile. Così si giustificano le richieste per maggiori fondi, così la versione artefatta della realtà non può venire smentita. Si tratta di una campagna palesemente preordinata, organizzata a tavolino e finanziata in molti casi, in altri forse solo imitata per puro conformismo, cosa che comunque non diminuisce la colpa.

Molti ritengono che l’attuale emergenza sanitaria sarà un’ottima occasione, quando sarà finita, per tirare un po’ le somme, per fare diversi conti che attendevano da troppo di essere fatti: con l’Unione Europea, con i costruttori di realtà parallele (l’Italia neofascista, l’Italia razzista, l’Italia omofoba, eccetera), con i media che hanno fatto e fanno a gara nel produrre fake news ansiogene, e con tanti altri. L’auspicio è che tra gli accusati di quella nuova Norimberga, se davvero ci sarà, finiscano anche coloro che hanno promosso questa vergognosa campagna di disinformazione camuffata da servizio pubblico. Qualcuno ha di fatto tentato in tutti i modi di avvelenare le convivenze forzate delle persone, e l’ha fatto per alimentare i propri interessi. Non sono diversi da coloro che hanno venduto Amuchina e mascherine a cento volte il loro prezzo. Come tali dovranno sedere sul banco degli imputati, quando tutto sarà finito, affinché quel muro della vergogna venga debitamente giudicato e condannato.

ATTENZIONE! Di questo argomento parleremo domani sera in diretta YouTube nella trasmissione “Radio Londra”, con Fabio Nestola e due note criminologhe italiane. Qui il banner da diffondere.


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