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Il caso Weinstein e le picconate al #MeToo

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Più il processo a Harvey Weinstein procede più l’ex produttore viene scagionato dalle accuse. Ma questo è nulla: ogni progresso, mentre fa cadere a pezzi l’impianto accusatorio, contemporaneamente mette a nudo tutta la malafede sottintesa al movimento #MeToo. L’ultima è che il detective della polizia di New York, tale Nicholas DiGaudio, che ha condotto le indagini a supporto dell’accusa ha consigliato a una delle due querelanti di cancellare dal proprio telefono i messaggi “compromettenti” scambiati con Weinstein. Per compromettenti si intende: che dimostrano che non c’è stata alcuna aggressione sessuale, nessuno stupro, nessun ricatto, ma pura e semplice prostituzione consensuale. Sesso in cambio di lavoro. Chissà, magari uno scambio addirittura provocato dalla donna. Problema: DiGaudio non sa che, anche cancellandoli, i messaggi restano nei recessi della memoria di un cellulare, e basta un tecnico di medio livello per recuperarli. Ecco così che questo maccartismo in salsa rosa, che tanti danni ha fatto praticamente senza motivo, si sbriciola sotto il peso di tutte le sue odiose contraddizioni. L’opinione pubblica americana (e non solo) è satura di questa fuffa mediatica senza senso, ancor più dopo che il presidente Trump è stato scagionato dall’accusa di aver pagato per sesso la pornodiva Stormy Daniels, condannata a sua volta per false accuse a pagare tutte le spese processuali. Sta finendo, care astute signore. Sembrava impossibile, ma sta finendo.

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