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Il conteggio infame: tiriamo le somme

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L’anno volge al termine e, sperando che mamme, maestre d’asilo, operatrici di case per anziani e badanti durante le feste natalizie sappiano tenere a posto le mani e le parole, è giunto il tempo di tirare le somme del ben noto Conteggio infame. Per tutto l’anno quella rubrica ha infastidito con discrezione e costanza il fronte del radicalismo femminista che, a quanto so, la odia più di ogni altra presente in questo blog, ad eccezione forse degli articoli di Anna Poli. La frequenza dei casi, spesso la loro ferocia contro soggetti deboli e indifesi, quali bambini e anziani, sono uno dei grimaldelli più efficaci per scardinare la versione “in rosa” della realtà, quella per cui le donne sono sempre incolpevoli, mai violente, mentre la brutalità è legata esclusivamente al carattere maschile. Mi sono per questo preso l’impegno tempo fa di tenere un conteggio dei casi di violenza, maltrattamenti, abusi e talora omicidi di bambini e anziani ad opera di donne, per cercare di dare una misurazione, inevitabilmente informale, del fenomeno. E confermare uno degli assunti base di questo blog: la violenza è umana e prescinde dal genere. Al massimo i due generi la interpretano e la mettono in atto in modo diverso, ma non è lecito dire che uno sia più incline dell’altro o peggio ancora che uno dei due, quello femminile, ne sia immune.

Il criterio è noto: il “conteggio” non tiene conto di quando sono avvenuti i fatti, cosa che implicherebbe un’elaborazione dati molto complessa, bensì quando i fatti stessi vengono portati alla conoscenza pubblica attraverso i media. Dunque la fonte sono le notizie apparse quest’anno su casi variamente articolati. Vi si trovano condanne in tribunale o arresti in flagrante (accertati in genere tramite telecamere piazzate in ospizi o asili) e il conteggio è relativo al numero di donne colpevoli. Una rilevazione semplificata, ne sono consapevole, ma l’unica percorribile con le potenzialità di questo blog. Semplificata e anche limitata, è ovvio: i numeri registrati riguardano gli eventi che finiscono in cronaca, dunque ignorano quelli che vengono scoperti e sanzionati ma non guadagnano le prime pagine, più quelli che avvengono ma non vengono scoperti. In questo senso è ipotizzabile che i dati del “Conteggio infame” rappresentino soltanto la punta dell’iceberg.

Fatta chiarezza sul metodo, prima di dare un’occhiata ai numeri, cioè all’aspetto quantitativo del fenomeno, è bene dire due parole sui suoi aspetti qualitativi. Nel “Conteggio infame” si trova un po’ di tutto: dagli insulti alle umiliazioni verbali e fisiche, dalla violenza vera e propria (botte) a quella psicologica, talvolta particolarmente feroce, fino ad arrivare in rari casi all’omicidio. Com’è nella natura umana, le donne sembrano timorose ad utilizzare pienamente la propria inclinazione alla violenza quando il bersaglio è in grado di tenergli testa. Se a dover essere colpito è un uomo adulto e in salute, l’attacco avviene in genere quando non può difendersi (nel sonno), in modo subdolo (veleni) o più frequentemente per interposta persona (l’amante o il criminale prezzolato per fare il lavoro sporco). Se invece il bersaglio è debole e indifeso, come nel caso di bambini e anziani, la violenza femminile sa esprimersi esperendo tutto il possibile ventaglio di sfumature, senza remore e con grande disinvoltura. Ogni evento segnalato nel “Conteggio infame” è cliccabile e porta alla notizia di cronaca, dove si può trovare un po’ di tutto. Un lavoro serio e certosino avrebbe richiesto una classificazione precisa e dettagliata anche di questi aspetti qualitativi, ma è un lavoro che eventualmente lascio ad altri.


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Restiamo alle quantità. Sia dato per ovvio: la violenza, l’oppressione, la sopraffazione, il sopruso sono sempre esecrabili, chiunque ne sia autore e chiunque ne sia vittima. Non solo: l’auspicio è che quei fenomeni così orribili giungano un giorno ad azzerarsi, sempre a prescindere da chi ne sia l’autore e chi ne sia vittima. Pagato pegno alla banalità dell’utopia, occorre precisare che la società e i decisori che la guidano e regolamentano non possono non stabilire delle priorità, dei livelli di gravità, relativamente a determinati fenomeni. Su un piano logico e scientifico è ovvio che si faccia. Per questo il cancro è considerato una priorità rispetto all’influenza stagionale: è più grave, fa più morti, è più difficilmente curabile, quando non è incurabile. I numeri contano, se si deve fare (e si deve fare) una graduatoria di gravità e stabilire cosa è emergenza e cosa no, su cosa occorre intervenire tempestivamente e cosa può attendere. Lo dico perché nello scorrere i numeri del “Conteggio infame” occorre sempre tenere a mente che nello stesso periodo di misurazione, ossia l’anno 2018, sono stati registrati dalla Polizia di Stato 32 cosiddetti “femminicidi”. Un fenomeno non chiaramente definito ma classificato come urgenza, tanto da meritare una Commissione parlamentare d’inchiesta, fondi pubblici per combatterlo e un’attenzione mediatica sempre attiva. Tenendo in memoria questo, vediamo ora i dati.

Nel 2018 complessivamente il numero di donne che hanno perpetrato violenza, abusi, maltrattamenti o ucciso anziani o bambini si attesta su 272. Più numerose le donne che fanno violenza sui minori (188, pari al 69%) rispetto a quelle che si concentrano sugli anziani (84, pari al 31%). Oltre a essere più alto, il numero di donne che fanno violenza sui bambini appare ben distribuito su tutta la penisola. L’unica regione dove non si registrano casi è il Molise, per il resto ogni territorio ha la sua bella quota di donne abusanti. A farla da padrone è il Nord, con il 37% dei casi, seguito dal Sud (35%), Centro (24%) e isole (4%). Le regioni dove le donne sembrano tollerare meno i bambini sono l’Emilia Romagna, tanto decantata per i suoi asili nido, con 26 coinvolte su 188, e la Campania, con 20 coinvolte su 188. Le altre regioni a due cifre, in ordine di gravità sono Lazio, Sicilia, Toscana, Piemonte, Puglia, Friuli Venezia Giulia e Lombardia.

Meno diffuso ma comunque significativo il numero di donne che sfoga la propria frustrazione con atti violenti contro gli anziani. Delle 84 totali coinvolte, il 69% ha agito in Nord Italia, con Centro e Sud alla stessa quota (12%) e le Isole al 7%. Anche in questo caso le donne emiliane e romagnole appaiono essere le più intransigenti e violente: 21 le donne coinvolte in Emilia Romagna. A seguire Lombardia (15) e Toscana (13). In questi casi le regioni coinvolte sono meno che per il fenomeno relativo ai bambini. Oltre al Molise, mancano all’appello Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Basilicata e Umbria.


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Ben inteso: 272 donne violente contro bambini e anziani non sono un fenomeno così urgente. In termini quantitativi e qualitativi ci sono questioni assai più gravi da affrontare. Approcciato sul piano statistico è possibile dire che in Italia ci sono 1,2 donne abusanti contro bambini e anziani ogni 100.000 donne adulte. Niente di particolarmente allarmante, insomma, se non fosse che i loro atti sono terribilmente odiosi, sia perché hanno come vittime persone incapaci di difendersi, sia per la frequente ferocia con cui vengono messi in pratica. Tuttavia non è col calore della pancia che vanno guardati questi fenomeni, bensì con la freddezza della razionalità. Come dico che quello dell “femminicidio” o delle violenze maschili sulle donne è un fenomeno statisticamente e socialmente fisiologico, talvolta anche meno che fisiologico, così debbo per forza dire per il fenomeno misurato informalmente dal “Conteggio infame”. A parità di scarsa rilevanza, tuttavia, non si può non registrare una radicale diversità di trattamento dei diversi casi: i “femminicidi” o le violenze contro le donne hanno le prime pagine, mentre le notizie di donne violente vanno scavate con un’opera archeologica nei siti e nei quotidiani locali o di quartiere. Peggio ancora: la politica dedica ogni attenzione e fondi pubblici a non finire per un fenomeno, mentre la famosa e promessa legge per l’installazione obbligatoria di telecamere di sorveglianza in ospizi e asili al momento è più contrastata che condivisa, tanto da essere ancora in sospeso. I soliti due pesi e due misure, il solito doppio standard, per i fenomeni grandi come quelli piccoli. A riprova che, a dispetto del tanto strombazzato “patriarcato”, oggi in Italia (e non solo) nascere donna consente di godere di privilegi più che significativi.

P.S.: un ringraziamento di cuore a tutti i lettori che nel corso dell’anno mi hanno segnalato notizie per il “Conteggio infame”, ricavandole da mezzi di comunicazione locali semi-invisibili. La vostra collaborazione è e rimane preziosissima, anche perché il “Conteggio infame” verrà azzerato il 31/12/2018 e ripartirà  l’1/1/2019.


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5 thoughts on “Il conteggio infame: tiriamo le somme

  1. grazie per il tuo articolo Davide.

    Tra le tante forme di violenza vi è anche quella tra donne, che viene presa come uno scherzetto,
    una bazzecola,
    o una gustosa “macchietta” .
    Visto che c’erano anche parecchi bimbi, non è questo un caso di “violenza assistita”
    secondo il roboante linguaggio delle esperte abusologhe ?

    E anche su questo triste episodio, femministe M U T E

    https://video.repubblica.it/edizione/palermo/gela-rissa-fra-due-mamme-per-un-posto-alla-recita-di-natale/322693?video

    1. In effetti sì, questa sarebbe “violenza assistita”, che però non ho contato nel conteggio infame. E in questo caso non saprei nemmeno quante donne inserirvi.
      E sì, forse qualcuno prende la cosa come una macchietta. Io no, onestamente. Non ci trovo nulla da ridere. Per la violenza che esprimono ma soprattutto per i futili motivi per cui la esercitano.

      1. figurati come la vedo io…
        Tanta gente la considera così, secondo la famosa mentalità italica “mamma ti fa/mamma ti disfa” .

        avendo personalmente assistito a parecchie recite scolastiche, trovo questo episodio di Gela disgustoso, violento,
        teppistico, oltre ad essere un vero massacro nella formazione educativa di bimbi tanto piccoli
        per i quali la recita natalizia continua ad essere una tappa molto importante per la crescita.

          1. ……foto col cellulare e relativi figlioletti da “esibire” nella solita bacheca facebook.

            peccato che, spesso e volentieri, in quei territori di narcisistica esibizione risultano
            assenti i padri, quasi come se quei figli fossero nati per partenogenesi o forse con
            inseminazione di un donatore.
            “mamma ti fa/mamma ti disfa”

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