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Il femminismo ossessivo è e resta un pessimo affare

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varie_autostimaL’autostima è fondamentale per definire se stessi. Essa è costituita dall’insieme di valori che si accettano e dal modo con cui si tiene ad essi fede, applicandoli e dandogli concretezza. E ciò avviene maggiormente nella misura in cui si lavora su se stessi, migliorandosi, specializzandosi, autodisciplinandosi e mostrandosi esemplari agli altri rispetto al complesso valoriale che apertamente si asserisce di avere. Roba non semplice, per questo non è frequente trovare in giro persone che abbiano stima di se stesse in modo razionale, ovvero senza tracimare nella prosopopea. Nella maggior parte dei casi si incontrano persone profondamente insicure, o perché non riescono a individuare valori di riferimento, o perché, se li hanno, non riescono mai a tenervi fede o, i più diffusi, perché trovano più comodo riferirsi a valori preconfezionati da altri.

Le persone di questa contemporaneità rientrano quasi tutte in quest’ultima tipologia. Sfuggono la fatica dell’autoriflessione e del conseguente automiglioramento perché attività scomode, spesso antipatiche, sempre faticose. E poi… il mondo è pieno di modelli valoriali cui conformarsi o provare a conformarsi. Se non fosse che nella totalità dei casi si tratta di parametri e requisiti strettamente connessi all’interesse di chi li ha concepiti, ed è così che moltissime persone si rendono schiave di valori artefatti, buoni al massimo per indurli a consumare. Il bersaglio preferito di queste manovre sono da sempre le donne: coacervo naturale di insicurezze, salvo meravigliose eccezioni, sono irresistibilmente attratte da valori artificiali costruiti per farle sentire inadeguate. Valori che suggeriscono solitamente una e una cosa sola: compra e starai meglio. Non importa cosa, ma compra, e allora raggiungerai lo standard proposto.


Salvo meravigliose eccezioni, sono irresistibilmente attratte da valori artificiali costruiti per farle sentire inadeguate.


varie_autostimaChiaro che, messe così le cose, è davvero difficile per una donna maturare una propria autostima, magari (il che sarebbe fondamentale) totalmente slegata dalla complementare figura maschile. Una ricerca internazionale lo conferma: le donne, tutte, hanno grandissimi problemi ad amare se stesse, a sentirsi fiere di ciò che sono. Le più depresse in questo senso pare siano le giapponesi, seguite, guarda un po’, dalle italiane. “Quattro donne e ragazze italiane su dieci non si sentono belle, cinque su dieci credono di non poter commettere errori o mostrare le proprie debolezze, sempre cinque su dieci si sentono in competizione con amici e familiari. Due donne su tre inoltre sentono la pressione di dover raggiungere tutti i propri obiettivi. Sette su dieci non hanno una grande considerazione di sé e del proprio corpo, motivo per cui saltano i pasti (7 ragazze su 10 e 4 donne su 10) ed evitano eventi sociali. Otto donne italiane su dieci si sentono in difficoltà a sostenere le proprie opinioni”.

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Queste le terribili conclusioni della ricerca sulle nostre connazionali. E chi ha svolto l’indagine? L’agenzia internazionale Edelman Intelligence. Per conto di chi l’ha fatta? Per un’organizzazione non governativa votata al benessere delle donne? Un’associazione internazionale per l’emancipazione femminile? No ovviamente. Committente della ricerca è “Dove”, noto marchio di prodotti per l’estetica femminile. Tutto il pippozzo pseudo-psico-sociologico dentro cui vengono annegati i numeri della ricerca alla fine lì vanno a parare: cercare di capire come illudere le signore che spendere soldi per farsi belle con prodotti estetici possa contribuire ad aumentare la loro autostima. Insomma è il solito procedimento, stavolta fatto più alla luce del sole: vittimizzazione della donna come veicolo di pubblicità o di induzione al consumo. D’altra parte a livello mondiale sono le donne le maggiori consumatrici, dunque perché non dar loro quei messaggi depressivi che tanto amano e che così bene le spingono a usare la carta di credito (propria e altrui)?

varie_donnappleEppure… eppure ancora non è chiaro alle multinazionali e alle agenzie di pubblicità con cui cooperano che questo filone di business non è affidabile, anzi è estremamente rischioso. Sia perché può finire da un momento all’altro, magari grazie a un sommovimento di opinione di uomini e donne arcistufi di sentirsi prendere in giro con versioni della realtà assolutamente infondate. Sia perché, a conti fatti, utilizzare tematiche femministe variamente vittimizzanti della figura femminile, che la rappresentano come una specie di ameba in balia di un mondo maschile malvagio dedito al suo schiacciamento, alla fine non paga. Anzi.


Utilizzare tematiche femministe variamente vittimizzanti della figura femminile alla fine non paga. Anzi.


Testimonial d’eccezione in questo senso è Gillette. Tutti ricorderanno lo spot “We believe” contro la “mascolinità tossica”, ideato da una pubblicitaria guru del femminismo militante. Uno degli spot più spregevoli e in assoluto il più odiato sul web indistintamente da uomini e donne per il suo sessismo vergognoso, superficiale, idiota. Ebbene, la casa madre proprietaria di Gillette, ossia la multinazionale Procter & Gamble, ha pubblicato i suoi dati di vendita. Tutto è andato benone per la molteplicità di prodotti che ad essa si riferiscono. Tutti tranne uno: Gillette, appunto. L’attesa della corporate era un incremento globale del 3,7% del business, il dato consolidato del 2018 ha dato un sorprendente 5%, che però avrebbe potuto essere più alto se Gillette non avesse perso il 3% delle vendite dall’uscita dello spot in poi. Sembra poco ma per una multinazionale si tratta di miliardi di euro. “Un declino inarrestabile”, lo definiscono i preoccupati manager Procter & Gamble, che ora sentono bruciare sulla pelle la loro idiozia, esattamente come alle sciocche tenutarie di quella caffetteria di Melbourne che applicava un sovrapprezzo del 18% agli uomini e che, ovviamente, è fallita miseramente.

logo_gillette.png“La donna è mobil, qual piuma al vento muta d’accento e di pensiero”, si cantava un tempo. Era vero allora come oggi e ha un che di astuto, per quanto cinico, tentare di basare su questa mutevolezza e sensibilità un business fiorente. Tuttavia non bisogna esagerare, perché resta anche vero che l’uomo non “muta d’accento e di pensiero” con altrettanta disinvoltura. L’uomo magari porta pazienza, anche tantissima, ma dopo un po’ s’incazza, specie se continuamente travolto da accuse ingiuste e infamanti. L’hanno capito a Melbourne e lo stanno capendo alla Procter & Gamble. Lo capiranno sempre di più, andando avanti di questo passo, anche i media, i loro inserzionisti e le agenzie di pubblicità, che per il momento sulla narrazione donna vittima / uomo carnefice ancora inzuppano il pane. Attenzione, signori, perché il femminismo sembra sempre  un investimento promettente sulle prime, ma alla chiusura dei conti non è mai un buon affare. Perché una controparte sensata c’è. Sa prendere i suoi provvedimenti e lo farà sempre di più. Per approfondimenti citofonare Gillette.

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8 thoughts on “Il femminismo ossessivo è e resta un pessimo affare

  1. E pure Save the Children si mette in fila.
    [link rimosso]

    E la colpa di chi è? Ma ovviamente del patriarcato!!

  2. questa è la strada giusta, puntare sul boicottaggio economico, ma ora sarebbe utile fare il passo in più ovvero appoggiare quei prodotti che sono pro maschi

  3. “utilizzare tematiche femministe variamente vittimizzanti della figura femminile, che la rappresentano come una specie di ameba in balia di un mondo maschile malvagio dedito al suo schiacciamento, alla fine non paga. Anzi . . . ”

    Io credo che paga moltissimo perche’ piu’ la donne si lagnano piu’ ottengono diritti e privilegi. Evidentissime sono le quote rosa in qualsiasi settore , le agevolazioni universitarie e borse di studio gratis/scontate alle donne , il piagnisteo sul femminicio /molestie che comporta imminenti misure di contrasto (vedasi Codice Rosso , legge Stalking , arresto preventivo , la legge in francia sulle molestie , upskirt diventato reato in Uk grazie) , il Metoo , il calcio femminile dove quest’anno verranno trasmessi i mondiali & e addirittura la Panini che per la prima volta dedica un album alle giocatrici).
    E paga moltissimo anche la calunnia questo perche’ alle donne che inventano o ingigantiscono presunte violenze viene dato casa , affido dei figli e soldi. Si aggiunge che nella società del primo mondo occidentale e liberale le calunniatrici non vengono mai punite anzi vengono create nuove giustifiche che deresponsabilizzano la donna cosi ‘da dare la colpa sempre a qualcosa di esterno.

    1. Purtroppo hai ragione. Soprattutto se coloro che sono direttamente o indirettamente discriminati, ossia gli uomini, continuano nella stragrande maggioranza dei casi a farsi abbindolare dalle femministe. Per il momento coloro che hanno aperto gli occhi sono una minoranza che se alza troppo la testa viene “ghigliottinata”. Quindi the show must go on, vedremo fino a quando.

  4. Ma… delle ultime notizie sul versamento dell’assegno divorzile né qui né su questionemaschile.org vi occupate?

    1. Cortese Marco, nessuno può far tutto da solo. Davide sta facendo cose egregie dedicando alla questione una quantità enorme di tempo-energie.
      Non può e non è tenuto a fare tutto.
      Ciascuno di noi se può farlo e ci tiene, deve fare qualcosa.
      Io, tu e chiunque.

      1. C’è un mio commento sul tuo blog che evidenzia due sentenze della Cassazione che di fatto hanno introdotto il “consenso affermativo” anche in Italia.

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