Il gender è una mistificazione, parola di pentito

de blasioLa teoria, o approccio, o ideologia (chiamatela come volete) gender dilaga senza più alcun limite in tutto l’occidente, portando con sé anomalie e situazioni grottesche. Apripista, come sempre, gli USA. A New York, per esempio, gli uffici del sindaco Bill De Blasio hanno pubblicato una lista di 31 definizioni di genere politicamente corretti da usarsi in città. La lista è stata approvata dalla Commissione per i Diritti Umani della città di New York, e non rispettarla, cioè non chiamare le persone sulla base del giusto pronome relativo al genere in cui si riconoscono, può portare a una multa di 250 mila dollari. Non è uno scherzo né una fake news, ecco la lista delle 31 definizioni:

1. Bi-Gendered 16. Trans Person
2. Cross-Dresser 17. Woman
3. Drag-King 18. Man
4. Drag-Queen 19. Butch
5. Femme Queen 20. Two-Spirit
6. Female-to-Male 21. Trans
7. FTM 22. Agender
8. Gender Bender 23. Third Sex
9. Genderqueer 24. Gender Fluid
10. Male-To-Female 25. Non-Binary Transgender
11. MTF 26. Androgyne
12. Non-Op 27. Gender-Gifted
13. Hijra 28. Gender Bender
14. Pangender 29. Femme
15. Transexual/Transsexual 30. Person of Transgender Experience
31. Androgynous

Credo che su Google sia possibile trovare la definizione specifica di ognuno di questi orientamenti… anzi no, scusate: “generi”. E’ piuttosto chiaro che si sta rasentando la follia più totale, nel momento in cui gli unici due realmente esistenti, maschio e femmina, finiscono in un mucchio di finzioni e percezioni soggettive sulla base delle quali si fa violenza al linguaggio e alla libertà di espressione degli altri. Ancora più grave è che una municipalità sicuramente piena di grandi questioni da affrontare, come quella di New York, abbia speso tempo per stilare una lista che, per altro, pare non abbia soddisfatto i vari movimenti LGBT, che hanno denunciato la mancanza di almeno una decina di altri “generi”.


Una lista di 31 definizioni di genere politicamente corretti.


Il tutto avviene mentre uno dei più importanti megafoni americani della teoria gender ha un rimorso di coscienza. Com’è noto a molti, tale teoria deriva dalle follie psicotiche di uno sessuologo e psichiatra americano, John Money, che operò e devastò intere vite dagli anni ’50 fino alla sua morte nel 2006. Pur avendo agito, dal lato pratico e ideologico, come un vero e proprio criminale, è stato osannato per tutta la sua vita come un grande scienziato, e ancora oggi c’è chi pensa che lo sia stato. Tra questi molti studenti e insegnanti delle università radical americane, sia statunitensi che canadesi.

Tra coloro che con più convinzione, a partire dagli anni ’90, hanno rilanciato, affermato e consolidato la teoria di genere e i “gender studies” nelle università, c’è Christopher Dummitt. Storico canadese, professore associato alla Trent’s School for the Sudy of Canada, per anni ha diffuso le sue idee in tutto il mondo accademico anglosassone, sulla base del concetto già a suo tempo affermato da John Money: il genere è un costrutto sociale che nulla ha a che fare con il dato biologico. Si nasce maschio o femmina, ma si diventa l’uno o l’altro (o uno dei 31 mix sopra elencati) a causa di fattori culturali successivi alla nascita. Ergo: ognuno è, dal lato sessuale e di genere, ciò che si sente di essere.


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John Money, un vero e proprio criminale.


Teoria di suo abbastanza innocua, sia perché priva di senso, sia perché, detta così, non inciderebbe in modo particolare sulla cultura generale, restando confinata nella sfera personale. Se non fosse che il passo successivo alla sua affermazione è stato caratterizzato da due elementi ulteriori. Il primo è che tutti gli altri, istituzioni comprese, devono rispettare il sentire individuale di una persona che si viva come appartenente a un genere specifico, anche se ciò contrasta con la realtà, ossia la verità dei fatti. In quel concetto di dovere a carico altrui c’è, oltre alla negazione di ciò che è vero e reale, già grave di per sé, una violenza e un sopruso alla libertà del prossimo.

Nel momento in cui mi rivolgo a un trans, so che egli è maschio, che se gli esamino i cromosomi, risulterà maschio, se gli faccio un’ecografia riscontrerò la presenza di una prostata, quand’anche si sia operato ai genitali, dunque devo essere libero di dire la verità e di definirlo un trans e non una trans. Volendo impormi l’articolo femminile, egli cerca di obbligarmi a dire una menzogna, e magari pure di crederci, facendo violenza alla mia libertà di linguaggio ed espressione. Se uso l’articolo maschile, se ne sentirà ferito e offeso? Pazienza. La verità dei fatti spesso fa questo effetto, e non la si può bloccare o negare solo per evitare che un singolo o gruppi organizzati e omogenei di singoli si sentano feriti o offesi. La teoria gender si infiltra proprio in questo meccanismo logico e incontrovertibile e lo mette in crisi inducendo un senso di colpa negli interlocutori sulla base di un sentire individuale da snowflake, anche quando (e questo capita pressoché sempre) tale sensazione contrasta in modo totale con la realtà e la verità dei fatti. E ci sono casi in cui il rispetto della verità ti porta davanti a un giudice. Assurdo, ma è già così, oggi.


La verità dei fatti spesso fa questo effetto.


cristopher dummittIl secondo elemento è che la teoria del genere come costrutto sociale si collega direttamente alla teoria del potere. Un tema che fa impazzire tutti gli studenti di università umanistiche. Nell’imporre la verità dei fatti, dice la teoria per come l’ha amplificata Dummitt, si impone anche un rapporto di potere, dove qualcuno sovrasta e qualcuno soccombe. Ciò è terribilmente ingiusto, dice (anzi diceva), ed è solo uno dei tanti modi con cui la cultura retrograda, tradizionale tendenzialmente maschilista e patriarcale opprime la libera espressione della sessualità, degli orientamenti e delle identità individuali. Una cantilena ben nota a chi si interessa di questi argomenti. Sono gli assunti della sinistra diversamente declinata, dai radical americani alle loro bieche scimmiottature europee, italiane incluse.

Peccato che proprio Dummitt abbia di recente vuotato il sacco. “Mi sono inventato tutto”, dice candidamente in un lungo articolo su “Quillette”. Una confessione in piena regola, dove lui stesso smonta pezzo per pezzo la teoria che ha diffuso per decenni, con studi accademici che deride apertamente (uno su tutti, quello che analizzava il legame tra mascolinità tossica e l’abitudine degli uomini canadesi a fare il barbecue…), così come il fatto che la peer review non solo non li abbia fatti a pezzi, ma anzi li abbia citati come articoli irrinunciabili nei percorsi di “gender studies”. Cosa ancora più grave, oltre a essersi inventato tutto, Dummitt ammette che fosse perfettamente conscio della falsificazione. “Ma così facevano tutti, il consenso era ampio, non si poteva fare diversamente”.


Dummitt vuota il sacco. “Mi sono inventato tutto”.


Conformismo tossico, lo si potrebbe chiamare. Abdicazione dal ruolo proprio di un accademico, che dovrebbe essere quello di far progredire la conoscenza attraverso la critica e non il conformismo. Eppure il richiamo della celebrità è stato troppo forte e così per decenni Dummitt ha diffuso la teoria del genere come costrutto culturale e sociale legato ai rapporti di potere, pur sapendo che si trattava di una sciocchezza priva di fondamento. Una sciocchezza, si sorprende ora il professore colpevole, che è diventata legge, un pilastro della governance accademica, diffondendosi anche nelle scuole e negli asili come forma educativa all’affettività (perché “love is love”…). “Se avessi saputo vent’anni fa che la mia guerra ideologica su genere e sesso avrebbe vinto in modo così decisivo, sarei rimasto estasiato”, si confessa, con palese imbarazzo, rivelando al mondo che no: il “genere” non esiste. Esistono i sessi dati in natura. Tutto il resto è un orientamento sessuale individuale che nulla ha a che fare con il potere e che non merita di assurgere a categoria accademica.

Dev’essere imbarazzante, in effetti, sapere di essere la causa di ordinanze come quella dei 31 generi della città di New York, o di licenziamenti di professori non allineati al pensiero sbagliato che lui stesso ha radicato nelle accademie. Per non parlare dei disagi psicologici e fisici di tante persone comuni, ora che emerge il gran numero di coloro che sono transitati su generi diversi e che poi “ci ripensano” e vorrebbero tornare indietro, rivomitando tutte le bordate di ormoni assunti per tornare al genere originario, ma con tutte le ferite psicologiche di un’esperienza di quella portata. Criminale è stato l’operato dell’iniziatore John Money, criminali tutti coloro che ne hanno perpetuato la mistificazione. Esattamente come al processo di Norimberga, non potevano non sapere, e la confessione di Dummitt lo dimostra. Peccato che, come sempre, il virus continuerà a girare, nonostante la smentita di uno dei guru del gender. Perché, è noto, la menzogna è ardua da sradicare e la verità usualmente fatica molto di più a trovare una patria.


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