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Il mercato discrimina, l’uomo subisce

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femm1762di Giuseppe AugelloTempo fa scrivevo: “… il femminismo, oggi, non è nel nome di una liberazione del genere femminile dallo strapotere economico, possibile solo insieme a quella dell’uomo, ma è stato ricondotto alla liberazione del genere femminile dal vincolo della famiglia. Un ruolo familiare che ostacolava il progresso consumistico. Ecco giungere, incentivato dai media asserviti, la specializzazione del femminismo radicale consistente di fatto nell’elencazione dei torti commessi dagli uomini e patiti dalle donne. La vera spaccatura della complementare collaborazione tra le diversità dei due generi!”. A proposito dell’immagine di sé spacciata dal nazifemminismo, aborto della gestazione di una liberazione della donna che fu, un secolo fa, di matrice rivoluzionaria contro il potere del capitale, ritengo mostrare quanto cinicamente oppressivo sia invece il femminismo nostrano, assorbito in pieno e funzionale ai grandi poteri.

A tale scopo vorrei recuperare quella mia affermazione e il tema suddetto a me caro, scoprendo di trovare le mie considerazioni in buona compagnia, oggi, con alcune affermazioni di Diego Fusaro, filosofo post marxista, (quindi poco attaccabile dall’ipocrisia sinistrorsa) che mostra profonde affinità di pensiero con la cosiddetta “destra” politica premiata dall’ultima tornata elettorale del nostro paese. E scoprendo  anche quanto lontana da ogni idea di giustizia sociale e di valorizzazione delle peculiarità della natura umana sia invece divenuta quella ex sinistra che ha assunto le sembianze di una goliardica maschera del carnevale veneziano sotto il quale si cela l’espressione beffarda di chi gode nel fregare il volgo credulone, dando appoggio cinico e incondizionato ai valori monetizzabili più che a quelli umani, ai poteri forti del sistema finanziario e bancario europeo più che alla dignità del lavoro e della famiglia.

persone_marxQuindi, nulla contro il femminismo storico originario di un secolo fa. Diceva persino Carlo Marx: “l’emancipazione reale della società si misura dall’emancipazione obiettiva che entro i suoi perimetri hanno guadagnato anche le donne”, oggettivamente in misere condizioni di vita. Ma non si riferiva, ovviamente, all’emancipazione di donne in carriera in minigonna, o a donne alla conquista del potere politico, o a donne manager mascolinizzate, o al vittimismo esasperato che dipinge le donne del terzo millennio come subumane succubi del maschio, per ottenere squallide elemosine a scapito degli ex mariti, (ottimo antidoto contro eventuali pretese di giustizia sociale) grazie ad un’ingorda parte civile costituitasi in tribunale. Né si riferiva all’uso della donna come simbolo del sessualmente attraente a scopo di marketing, o alla vendita delle capacità seduttive al migliore offerente, per vantaggio personale. Ugualmente non credo ritenesse conquista di emancipazione gli uteri in affitto, il lesbismo liberatore, e qualunque vantaggio anche personale proveniente a donne-merce a vari livelli, incluso lo svendersi come manovalanza sul mercato del lavoro, più conveniente del corrispondente maschile forse più reattivo.

Pensava, invece, persino il Karl, a ciò che ancora oggi manca: una società fondata sulla cooperazione tra uomini e donne egualmente liberi, sottratti allo sfruttamento del capitale mercantile (globalizzato). In complice sintonia. Ognuno valorizzando il diverso ruolo dell’altro, nella considerazione che la differenza di genere è un valore enorme che fa parte del bagaglio genetico dell’umanità, e cercare di sopprimerla è un’offesa alla natura umana che chiama a quella rivolta, oggi sedata a colpi di slogan sulla bellezza della contemplazione dell’arcobaleno LGBT. Sappiamo ora che la donna tramutata in merce in barba alla sua natura, tolta al suo ruolo naturale e resa disponibile solo come gradevole merce o salariata produttrice, è solo una risorsa in più sul mercato, che richiede selvaggia accelerazione del ciclo economico e dei consumi, a scapito dell’estinzione della famiglia naturale.

donna_privilegiataOra, in luogo di una alleanza trasversale tra generi, l’odio tra essi è fomentato dallo strapotere dei media dominanti. E dalle istituzioni del potere di certa parte politica. Che elargisce somme consistenti di denaro in forma di pari opportunità, guerra tra generi, ricatto a colpi di centri antiviolenza dimostrativi della violenza di genere, mentre quel potere divide et impera su tutti. Parlando alla pancia e alle emozioni con tecniche raffinate di marketing pubblicitario (quelle adottate anche per stimolare l’acquisto di tutti i beni di consumo) si ha buon gioco a farvi e a farci credere che la sola violenza subita dalle donne è quella in famiglia e dall’uomo partner, o dei femminicidi e degli oltraggi vigliaccamente perpetrati da qualche sparuto criminale. Occultando che, accanto a questa, esiste l’immane violenza quotidiana chel’economia del mercato liberal riserva alle donne, riducendole non solo ad utile valore mercantile, ma a complice disponibile al mantenimento del sistema, al pari di tanti uomini ma con profitto maggiore. Puro materiale disponibile per i processi della valorizzazione della merce. Perché la donna svende, e mette al servizio, non solo le braccia ma anche la sua femminilità e la sua natura di genere, dando valore aggiunto.

Una prova? Forse non è abbastanza noto che le lievi differenze retributive medie tra donne e uomini si tramutano in vantaggi per il mercato delle lavoratrici in tempo di crisi. E il tipo di impiego lavorativo consentito come donna le mette al ripari dalle crisi economiche, perché più convenienti. Infatti in tutti i paesi dell’Unione europea il numero delle donne occupate diminuisce durante la crisi economica, dal 2008 al 2013, di 500 mila unità (-0,6%), ma quello degli uomini di oltre 5,5 milioni (-4,6%). (Fonte: “L’occupazione femminile in tempo di crisi La tenuta dell’occupazione delle donne nella grande recessione e il cambiamento strutturale del loro ruolo nel mercato del lavoro (22 dicembre 2014, ver. 0.3); Sintesi”. Oppure: “IL MERCATO DEL LAVORO NEGLI ANNI DELLA CRISI DINAMICHE E DIVARI – CAPITOLO 3; ISTAT 2014”). Nello stesso periodo le donne occupate in Italia diminuiscono ancor meno: si perdono 31 mila posti di lavoro femminili (-0,3%) a fronte di quasi un milione di posti di lavoro maschili (-4,5%). La dinamica in Italia dell’occupazione femminile sarebbe stata positiva se non si fosse registrata nel 2013 una flessione, non confermata dai primi dati del 2014.

#donna_taxiLa letteratura spiega il fenomeno sulla base di tre fattori:

–      effetto sostituzione (le donne accettano, nel privato, in genere retribuzioni leggermente inferiori a quelle dell’uomo, potendo contare sul sostentamento di un uomo anche se ex marito/compagno/padre. E, in periodo di crisi, si tende a sostituire i lavoratori con le lavoratrici per diminuire il costo del lavoro;

–      effetto tampone (le donne sono sovra-rappresentate nel mercato del lavoro precario, per le stesse ragioni di cui sopra, che tende a tamponare le necessità di lavoro temporaneo nei periodi di crisi);

–      effetto segregazione (la concentrazione delle donne in alcuni settori pubblici garantiti, molto meno colpiti dalla recessione ha determinato la relativa salvaguardia dei loro livelli d’occupazione mentre si è avuto un crollo del tasso di occupazione maschile). L’ultimo fattore avrebbe avuto il peso maggiore nel contenimento degli effetti della lunga recessione sul numero di posti di lavoro occupati dalle donne.

Un fenomeno interessante che emerge dall’analisi delle dinamiche dell’occupazione femminile in Europa, è la progressiva riduzione della distanza tra il tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini, progresso non arrestatosi per la crisi, anzi: nella media europea dal 2000 al 2013 il gap di genere si è ridotto di 6,5 punti percentuali, mentre in Italia si è ridotto di 10 punti. Questa evidenza sembra confermare la tesi secondo la quale la crisi avrebbe accelerato il peso delle donne nel mercato del lavoro, facendo diventare il lavoro femminile elemento strutturale di produzione di reddito. Durante il periodo di crisi si osserva in tutta Europa un’accelerazione della transizione delle donne dallo stato di inattività a quello di attività (occupate o disoccupate) e questo fenomeno si manifesta in misura significativa in Italia dove, viceversa, si registra il passaggio degli uomini dalla condizione di attivi a quella d’inattivi, determinato probabilmente da fenomeni di scoraggiamento. Con buona pace di tutte le stronzate (e si scusi il francesismo) sulla discriminazione della donna sul mercato del lavoro. La donna è molto considerata, perché conveniente.

statistiche-webRispetto alle analisi secondo le quali la crisi ha determinato la diminuzione dell’occupazione femminile qualificata e l’aumento di quella non qualificata, occorre osservare che dal 2008 al 2013 è effettivamente diminuito del 17% il numero delle donne che esercitano professioni altamente qualificate ed è aumentato del 14% quello delle donne impiegate in lavori non qualificati, ma, dato rilevante, è anche aumentata del 13% la quota di lavoratrici che esercitano professioni mediamente qualificate. Viceversa tra gli uomini si osserva una netta riduzione del numero di coloro che esercitano lavori sia altamente sia mediamente qualificati ed è aumentata solo la quota delle professioni non qualificate. Inoltre, se si osservano le informazioni amministrative sui rapporti di lavoro attivati nel 2013, emerge che le assunzioni delle donne hanno riguardato professioni relativamente più qualificate rispetto a quelle degli uomini.

A maggiore riprova dell’assunto, occorre citare vari studi, tra cui “Immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive. Min. Lav. E P.S. 2011”, ove appare evidente come la crisi abbia influito anche sulla composizione per genere dei flussi migratori, specialmente quelli diretti al mercato del lavoro. Con l’aumento della disoccupazione in settori dove la componente maschile è predominante (costruzioni e manifattura), ed invece il continuo incremento della domanda in settori fortemente caratterizzati dalla presenza femminile come quelli relativi ai servizi sociali e di cura alla persona. Quindi a causa della crisi e della maggiore richiesta in settori ad elevata concentrazione femminile, la quota di immigrate è aumentata di vari punti rispetto alla componente maschile soprattutto in Spagna, Italia e Irlanda. Non vi è dubbio che durante il periodo di crisi sono state fatte assunzioni prevalentemente non qualificate nel settori dei servizi – tra le prime dieci professioni per numerosità delle donne assunte vi sono in maggioranza lavori come bracciante, cameriera, commessa, collaboratrice domestica, barista – ma anche di italianissime professoresse di scuola materna ed elementare e di impiegate. E ogni opportunità meglio ricoperta dal sesso femminile.

#separazione_casaLa crisi economica porta le donne verso il lavoro, ben accette più degli uomini, mentre incrementa la recriminazione di genere per basse paghe, stupidamente addebitate a politica contro le donne anziché al mercato, ed aumentano le rivendicazioni di un welfare per le madri lavoratrici, e per la cura della prole, (in sostituzione delle cure materne) che per alcuni è giusta rivendicazione alle istanze emancipative della donna, ma in realtà è un prodotto della convenienza economica del mercato, che va a scapito del lavoro maschile ma più ancora della istituzione famiglia, alimentando il divorzificio e le crisi separative. Altro che discriminazione verso il genere femminile.

Qualche degna rappresentante del neofemminismo nostrano, approdata alle massime istituzioni, vide tempo fa nella rappresentazione delle doti muliebri di certe donne, fatta da una giornalista televisiva, una “riduzione in cattività, come animali domestici” del genere donna. Tale è considerata dal nazifemminismo la donna che si rende colpevole del delitto di complementarietà (se non rea di complicità) con l’uomo, per una collaborazione condizionante la sopravvivenza della famiglia. Dimenticando che l’altra faccia della medaglia, ovvero la considerazione della donna non per la sua femminilità, ma indipendentemente da ogni vocazione muliebre, apre il mercato del lavoro femminile non solo alle occupazioni di mera manovalanza, che impone enormi sacrifici, ma anche ai “mammiferi di lusso” (Gramsci) ed alla valorizzazione sul mercato di doti squisitamente femminili. Disponibili a vendere a caro prezzo il loro essere donna, cedendo pure alla tentazione di rendersi disponibili ad ogni sorta di scambio mercantile della loro naturale femminilità sacrificata all’arrivismo. Mi si consenta la digressione, aiutate anche talvolta dallo stupido piselluto di turno che cade nella trappola di scambiare briciole di potere con illusione di gallismo.

persone_fusaroMa il mercato richiede individui, non identificati dal genere, ma identificabili se obbedienti alle sue regole: quelle del mito dell’avanzamento individuale in concorrenza tra persone disciplinate e docilmente assuefatte all’organizzazione del lavoro intanto più profittevole e remunerativa; le peculiarità del genere donna sopravvivendo solo ove ritenute di utile uso mercantile. Nelle professioni dove rende maggiormente. Tale uso del genere femminile sopravviene perché, cominciando dalla distruzione dell’ostacolo della famiglia, e l’immissione sul mercato delle lavoro di grande numero di maestranze femminili, è utile a creare quella spaccatura verticale tra generi che impedisce la collaborazione nella lotta per una ridistribuzione in senso equo e democratico delle risorse e del potere. Quel ruolo che, nel tentativo di far credere che la violenza è solo quella che talvolta sciaguratamente avviene entro le mura di casa, pur deprecabile, tenta di far perdere di vista il punto principale: ossia il fatto che la violenza, economica in primis, e poi sociale, permea una società all’insegna dei consumi, delle leggi spietate del mercato liberal, non regolato da leggi ma dal premio alla furbizia, all’arrivismo, all’individualismo, che quotidianamente ottenebra le menti ed i destini di donne e uomini nel perverso sistema del fanatismo economico, in nome della “globalizzazione”, termine ribattezzato da Diego Fusaro in “glebalizzazione”.

La donna ridotta a strumento trasversale di odio tra i generi. Donne vendicative, amazzoni mascolinizzate, forgiate nella guerra al maschio-padre e pronte a tramutarsi in “squali” più e meglio degli uomini, in concorrenza per l’ottenimento degli obiettivi di denaro, successo, carriera, mito e droga cui l’uomo rivendicava l’affrancamento, ora preda di ambizione femminile, e propagandati in luogo dei valori ancestrali della famiglia, immettendo nella tenzone utili sostitute concorrenti del genere maschile; la famiglia quindi ormai vista come un carcere femminile dal quale devono liberarsi spezzando le catene della maternità, per essere proiettate, in concorrenza e contro il genere maschile, sul mercato! E la prole priva delle cure bigenitoriali e resa arma della guerra per un privilegio di genere da concedere come effimera conquista. Come dimostra la strenua opposizione all’affidamento materialmente condiviso post separazione da parte delle organizzazioni per la difesa della donna contro l’uomo.

donna_donnauomoAddirittura, nella eliminazione della distinzione tra generi, in direzione della mascolinizzazione, cambiano i canoni estetici della femminilità, anche sull’attrattiva sessuale. Modelli androgini dominanti hanno preso il posto delle caratteristiche muliebri che attiravano i nostri nonni. Donne come pantere lifting-zate, dominatrici sull’uomo sbavante e inerte preda del suo testosterone; donne rese immuni dal desiderio di maternità e di famiglia (peso per la donna ed ostacolo all’emancipazione), e meglio adatte alla concorrenza sul lavoro, dove l’utile l’immagine di tale fototipo di donna è rappresentativa di capacità di competere sul mercato per il bene dell’azienda e del potere economico.

Vi sembra un delirio maschilista? Il confronto di idee non fa male a nessuno. Ma avviso però che non tutte le donne ancora cadono nella trappola di svendere la loro femminilità ed il loro ruolo materno al mercato. A riprova che le considerazioni suesposte non sono unico parto di un retrogrado misogino che vuole riportare le donne alla schiavitù, trovo interessante l’iniziativa promossa da Profesionales por la Ética, in collaborazione con l’associazione francese Femina Europa (http://femina-europa.org/actu/), l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna (http:/www.istitutodonna.it/) e l’associazione belga Woman attitude  (http://womanattitude.com/), con l’obiettivo di esprimere alle istituzioni internazionali e politiche di tutto il mondo quello che “noi, le donne del mondo, pensiamo, crediamo, chiediamo”. Una Dichiarazione “di donna in donna”, disponibile in Spagnolo, Francese, Italiano, Inglese, Portoghese, Giapponese ed Arabo, dove sono presentate 10 “idee”, così le definiscono le promotrici, sul ruolo della donna, l’identità femminile e la maternità con 5 richieste di base.

persone_MatlaryDonna e uomo, che hanno bisogno di ricoprire la loro identità, sono complementari e reciproci “per il bene loro, delle loro famiglie, del lavoro e della società”. “L’autentica emancipazione femminile implica la libertà di essere donna e di vivere come donna” (punto 10). La libertà di essere donna passa attraverso il riconoscimento della maternità come valore, perché “Le donne non saranno mai libere se non saranno fedeli alla loro natura femminile” dice la norvegese Jaane Haaland Matlàry, Docente di Politica Internazionale all’Università di Oslo. Tra le cinque richieste contenute nella dichiarazione troviamo quella sul “Divieto universale della maternità surrogata” perché “ è una violazione della dignità sia della madre sia del bambino. È una nuova forma di sfruttamento della donna e di traffico di esseri umani, che rende il bambino l’oggetto di un contratto”. Affermano: “Non vogliamo che il mondo creda che noi sosteniamo l’ideologia gender, non vogliamo che il mondo pensi che la maternità sia un valore desueto, non vogliamo che i politici presumano che il femminismo radicale rappresenti le posizioni delle donne, non vogliamo che le istituzioni internazionali proseguano con quelle politiche che ignorano l’identità femminile e quindi distruggono in valore e la dignità della maternità e il ruolo delle donne nella famiglia e nella società.

Lo scopo astuto dei grandi poteri, che consciamente o inconsciamente tendono a perpetuare se stessi, è ovvio: per un verso, spostare sempre lo sguardo rispetto alla contraddizione tra gli opposti interessi. Facendoci credere che la violenza sulla donna abbia rilievo di massa e sia legata a episodi esterni rispetto all’essenza stessa del sistema economico (maschilismo, sessismo, ecc.). Per un altro verso, produrre conflitti orizzontali tra “servi”, di modo che mai si persegua il conflitto verticale del servo contro il “signore”: ecco, allora, che ora ci contrapponiamo tra uomini e donne, in orizzontale, in luogo di lottare uniti come fronte dei sacrificati, insieme all’idea stessa di famiglia quale nucleo fondante della società e della perpetuazione della specie. Perché il nuovo ordine mondiale globalizzato non accetta l’esistenza di padri e di madri, ma la riduzione dell’essere umano asessuato a consumatore e produttore apolide individualizzato, non socializzante, e quindi post identitario.

#famiglia_protezioneQuali possibilità di rinascita? Ritengo occorra ripartire da un’antropologia che consideri l’essenza dell’uomo e della natura umana che ha fondamento nella differenza tra i generi. Contro ogni sirena ideologica nazifemminista vittimizzante la donna ora avversaria del suo naturale complemento: l’uomo, ora marchiato in massa di infamia. Quella natura svenduta nella sua essenza, all’insegna del predominio del Dio Mercato. Senza la concezione della natura umana, infatti, non è possibile nemmeno immaginare, pensare, o programmare un ribaltamento, un nuovo valore della famiglia e della collaborazione al suo interno, welfare naturale da sempre. Il liberalismo selvaggio deve essere contrastato da una rivolta anche culturale, di pensiero, tramite una presa di coscienza dell’idea di natura umana offesa. Nel considerare la ricchezza del genere femminile non per la sua specificità ma per annullarne la differenza di valore sul mercato rispetto al genere opposto, si toglie la ogni considerazione sul valore in sé della natura umana; quindi, si toglie anche la possibilità di rivoltarsi nel nome della natura umana offesa. Ciò che è esattamente l’obiettivo che persegue il pensiero unico mercantile globalizzato e autoritario, che però definisce tale non se stesso, ma l’idea stessa che esista una natura umana da recuperare. E che, forte delle squadracce mercenarie neofemministe assoldate nella assurda lotta contro la violenza dell’uomo, ma in realtà asservite, definisce autoritario (retrogrado, patriarcale, fascista, violento, maltrattante, misogino quando non pedofilo) chi vuole lottare per recuperare la natura umana.


varie_indagineuomo

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6 thoughts on “Il mercato discrimina, l’uomo subisce

  1. complimenti a Giuseppe per questo lungo scritto, che però vorrei rileggere meglio. Giustamente parte con una analisi marxiana, perchè è lì che va a parare il femminismo. Così come il comunismo ha determinato la morte di parecchie persone (basta pensare alle violenze di piazza e all’esito del terrorismo, vero binario morto del leninismo), il femminismo, che nasce da una sua costola, corre analoghi rischi. Essenzialmente, una donna sfruttata e un uomo sfruttata fanno due persone schiave, come bene è stato detto nell’articolo. L’eliminazione del famoso gap non crea di certo persone libere dal bisogno.
    nella società odierna, dettata dal Nuovo Ordine Mondiale, si è fatto credere che liberazione passa attraverso trasgressione, facile accesso ai piaceri, controllo del maschio, forma fisica perfetta per le donne, ecc., senza che nessuno si sia posto il dubbio che si tratta alla fin fine di una nuova classe di consumatrici. Tante! Si strepita per la oggettivazione del corpo della donna, in ogni dove, senza manco capire che dietro le centrali della moda, dietro le riviste patinate , dietro l’industria del wellness vi sono al 90% donne in carriera, che hanno mercificato e creato nuovi bisogni. Il tutto a spese delle donne, ma vaglielo a spiegare.

    1. non c’è nessuna oggettivazione, ci sono corpi maschili e fisicamente belli più di altri, vediamo di accettarlo, vale per ambo i sessi

  2. Mi chiedo di che sesso sia l’aiuto domestico che fa pulizie in casa di quella per fortuna ex rappresentante delle Istituzioni che evidentemente delegava ad altri le faccende in casa, visto che lei invece si era sottratta a quel giogo indecente.

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