Il “Piano antiviolenza” dell’Emilia Romagna

Tra i documenti che mi è toccato leggere per indagare sul “laboratorio” Emilia Romagna, c’è il “Piano regionale contro la violenza di genere“. Trentadue pagine dense di porcherie già note, tutte molto ben piegate ai principi e al progetto generale, per come l’ho descritto ieri. In questo piano c’è nella sua interezza l’approccio che innesca l’aggressione istituzionale alle famiglie e ai bambini, certamente per motivi di business, ma anche per motivi ideologici. Dentro il Piano c’è tutto il peggio che un paese possa offrire a un minore: le teorie di Foti e del CISMAI, un femminismo mistificante e aggressivo, una criminalizzazione a prescindere della figura maschile-paterna.

Nell’introduzione si richiama l’immancabile Convenzione di Istanbul, ed è l’occasione per dire la prima bugia: “sancisce che la violenza maschile contro le donne è una violazione dei diritti umani”. Vero, ma la Convenzione dice altrettanto della “violenza domestica”, intendendo anche quella contro gli uomini da parte delle donne. Piccola concessione del Malleus Maleficarum del nuovo secolo, ma che pure c’è. Il Piano la omette totalmente. Che l’uomo sia un problema sociale viene così ripetuto alla nausea in tutte le pagine, così come la visione storiografica femminista, quella del “patriarcato” oppressivo, qui venduto convintamente come teoria sostenibile.

Poste le due mistificazioni di base, suscita curiosità un paragrafo dove si ammette che la violenza (degli uomini) può colpire anche anziani, disabili e bambini. E’ curioso perché più che una mistificazione è un ribaltamento della realtà. Storicamente, e anche attualmente, a fare più violenza su quelle categorie e a ucciderle sono proprio le donne, ma il Piano dell’Emilia Romagna fa finta di niente. Si scusa però, non richiesto, per trattare solo delle donne. Le altre categorie hanno piani a parte, dice. Come se non fosse una vecchia e brutta tradizione di anteporre la donna a qualunque altra realtà, come accadde dopo la Rivoluzione Industriale, quando ci si occupò di migliorare le condizioni di lavoro delle donne prima di quelle dei fanciulli.


Nell’introduzione si richiama l’immancabile Convenzione di Istanbul, ed è l’occasione per dire la prima bugia.


Il richiamo al patriarcato (inesistente) e ai suoi stereotipi dà l’occasione al Piano per auspicare poi una maggiore incisività culturale nelle scuole primarie e dell’infanzia e nelle società sportive. L’ultimo baluardo che resta da conquistare per potersi appropriare del futuro è nel mirino di questo totalitarismo da tempo e l’Emilia Romagna non fa eccezione. Com’è noto, sul carrozzone del femminismo trovano posto anche le teorie gender, che sempre più vengono accolte negli asili e nelle scuole, autorizzate a ipotecare il futuro con le loro bugie.

Oltre alla scuola, si prende di mira la comunicazione (vedasi la legge sull’omotransnegatività), con la necessità correlata di coinvolgere anche le donne immigrate nel gioco sporco. Dopo di che il Piano scivola rapidamente sui tre punti che sono in realtà il cuore della futura azione regionale: la “prevenzione” della violenza maschile, il mercato del lavoro e quello che viene chiamato empowerment. Sotto la voce “prevenzione” entra la grande piovra dei centri antiviolenza e delle case-rifugio. Talmente importante che ad essa viene dedicata un’intera parte del Piano.

I centri antiviolenza vengono definiti “parte integrante del sistema” e “riferimento essenziale per le politiche… in un’ottica di sussidiarietà”. Dunque, apertis verbis, agiscono in nome e per conto (oltre che con soldi) dello Stato. Nonostante questo, si ribadisce che possono essere semplici associazioni, dunque organismi super leggeri e senza obblighi di rendiconto economico (sebbene ricevano soldi pubblici). Tra i requisiti, devono avere locali idonei alla privacy e orari di apertura accessibili. Devono aderire poi al 1522 e possono strutturarsi sul territorio in sedi distaccate. Idem per le case-rifugio. E fin qui non c’è nulla di nuovo rispetto alle leggi nazionali in materia: lo Stato, oggi, su una materia delicata delega tutto a soggetti giuridici sottratti praticamente a qualunque forma di controllo, come sono appunto le associazioni.


Dunque agiscono in nome e per conto dello Stato.


Sul personale dei centri antiviolenza si dice solo, oltre che dev’essere soltanto femminile, che dev’essere debitamente formato e aggiornato sulle tematiche a lui attinenti. Requisiti d’accesso a quel lavoro: zero. Dalla casalinga all’ingegnere nucleare, chiunque può gestire un’associazione-centro antiviolenza. In pratica, attività sussidiarie dello Stato su questioni particolarmente delicate possono andare nelle mani di chiunque. Se vuole, il centro può convenzionarsi con medici, psicologi, avvocati esterni, ma di fatto la gestione può finire in mani competenti o incompetenti, in ogni caso non ci sono richieste di legge, dunque nemmeno controlli. Tra le loro funzioni, nonostante la mancanza di competenze certificate, c’è anche quella di fare formazione (leggasi: indottrinamento) sulla violenza contro le donne a enti pubblici e privati. Incluse forze dell’ordine e magistratura.

L’empowerment più che un compito è un approccio. Chiunque in Emilia acceda a un centro antiviolenza deve trovare un clima che la valorizzi e le restituisca la sicurezza in sé, dice il Piano. Uno scopo che, è ben noto, si concretizza in genere nell’indurre la cliente a intentare cause strumentali o false verso un uomo, dopo averla persuasa con ogni mezzo, soprattutto con la tecnica dell’installazione di falsi ricordi (ampiamente utilizzata sui bambini di Bibbiano, della Bassa Modenese, eccetera), di essere stata da questo maltrattata. Insufflate dai centri antiviolenza, utilizzando strumentalmente i tribunali, ossia tenendo il loro compagno o ex compagno per le palle a suon di carte bollate, le clienti riacquisirebbero così il loro “potere”.

A fianco di questa attività c’è poi quella di fare da ufficio di collocamento, per trovare lavoro alle donne vittime di violenza. Dunque è un’attività a sesso unico. Un gran numero di impieghi comodi in Emilia finiscono così sotto il controllo dei centri antiviolenza, che li riservano alle loro clienti, siano esse vere vittime (pochissime) o vittime costruite (la maggioranza). Un abuso di posizione e un inquinamento non da poco nel già asfittico mercato del lavoro. Tra un padre di famiglia disoccupato e una donna (presunta) vittima, grazie ai buoni uffici di un centro antiviolenza è possibile che il lavoro venga dato alla donna (e magari i figli tolti alla famiglia col padre disoccupato, così si fa filotto…).


Un abuso di posizione e un inquinamento non da poco nel già asfittico mercato del lavoro.


C’è poi una parte dedicata allo spin-off dei centri antiviolenza, ovvero ai centri per uomini “maltrattanti”. Le caratteristiche sono simili a quelle dei centri antiviolenza, diversi i compiti: questi devono intervenire per cambiare la testa dell’uomo che si è dimostrato violento, applicando protocolli e modelli creati apposta a questo scopo. Forse dalla Hansel e Gretel di Foti o dal CISMAI o dalla GESTAPO, chissà. Nel Piano dell’Emilia Romagna non c’è scritto chi debba manovrare gli arpioni per tenere aperti gli occhi agli uomini che frequentano quei centri, mentre si cerca di convincerli a non essere più cattivi, violenti e oppressori verso le donne. Però ampi finanziamenti confluiscono anche a costoro.

Teoricamente il Piano prevede anche un’attività di monitoraggio della Regione sui centri antiviolenza, da cui dovrebbe annualmente acquisire “i dati di accoglienza delle donne che accedono ai rispettivi servizi”. E’ noto che, appellandosi pretestuosamente alla legge sulla privacy, i centri antiviolenza non forniscono un piffero. E se lo fanno, sono numeri senza riscontri, quindi del tutto inventati, gonfiati per dare l’impressione di una violenza maschile dilagante. Ossia per confermare la premessa di quanto si diceva ieri. Ricevuti i dati, la Regione se ne sta e può continuare a urlare all’emergenza. Le Regioni che non accettano il giochetto (Lombardia, Calabria) diventano invece oggetto di contestazioni potentissime, solitamente attraverso i media.

Questo è il quadro dell’Emilia Romagna per la difesa delle donne dalla violenza maschile. Un gigantesco apparato per una regione che conta all’anno circa 500 colpevoli di violenze e circa 70 di omicidio o tentato omicidio (uomini e donne insieme, dato scorporato non disponibile). Un po’ troppo forse, viste le dimensioni del problema, o no? In realtà no, perché non si tratta di risolvere un problema, ma di cogliere tutte le opportunità connesse: applicare nella realtà la propria ideologia tossica, in primis, e di conseguenza innescare un grande giro d’affari. Non è un caso che tra quelli riconosciuti dalla Regione Emilia Romagna e destinatari di risorse ci sia il centro antiviolenza “Non da sola”, affiliata alla rete nazionale e internazionale “D.I.Re – Donne in Rete”, e fondata da Alessandra Campani, che ha partecipato attivamente alle attività del progetto “La Cura”, ben noto per le oscure vicende di Bibbiano. Tout se tient, dicono i francesi. Purtroppo, dico io.


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