Il vizietto dell’iperbole come alibi

iperbole biancoL’iperbole è la figura retorica che esprime un concetto ingigantendolo. “Il mio amore è più grande dell’universo” è un’iperbole, ad esempio. Si usa comunemente in poesia come in prosa e non di rado anche nei discorsi orali. Un suo campo di applicazione tipico è poi la pubblicità: “lava più bianco del bianco”, ad esempio, è una nota iperbole. Detto ciò che è, diciamo ora cosa l’iperbole non è. Non è un alibi, non può essere una scusa o una giustificazione, né una foglia di fico posta a coprire qualche bruttura, una violenza verbale o un feroce insulto. Provare a utilizzarla in questo modo è intellettualmente e moralmente scorretto e denota una profonda malafede.

Non meraviglia dunque che a tentare di usarla in questo modo traviato sia stata l’ultrafemminista Michela Murgia. Il suo sodale Chef Rubio, nel commentare su Twitter qualcosa riguardante l’ambiente, scrive “eliminate fisicamente i sovranisti“, inserendo subito dopo la bandiera di Israele, Stati Uniti, Brasile. Sul social che cinguetta si scatena la polemica, Rubio viene seppellito di critiche per un’espressione tanto infelice quanto violenta. A sua difesa si erge un corpulento bastione, appunto l’amica Michela Murgia, che sentenzia: “quella di Rubio è un’iperbole“. Come a dire: ha usato un’espressione esagerata per un concetto che di base è vero e condivisibile. Dunque l’hashtag e la minaccia legale di #odiareticosta per Rubio, suo sodale ideologico, non vale, sottintende la scrittrice sarda.


L’iperbole non è un alibi.


michela murgia femministaLeggo l’assoluzione di Murgia e mi suona un campanello. Questo utilizzo infingardo del concetto di iperbole l’ho già sentito… Poi ricordo: con lo stesso alibi una giudice del Tribunale Civile di Roma, Dr.ssa Cecilia Pratesi, ha rigettato nell’autunno scorso il ricorso di più di 120 tra privati e associazioni contro un manifesto voluto dalla Regione Lazio per pubblicizzare Telefono Rosa. Un’affissione che, come ammesso dalla stessa giudice, recava dati falsi e in base ad essi un messaggio “esagerato”. Tanto esagerato da far passare tutti gli uomini italiani come dei violenti e tutte le donne italiane come delle minorate incapaci di una vita propria.

Nonostante la copiosissima documentazione presentata, il giudice Pratesi ebbe a dire, in sostanza: “vabbè, è pubblicità, è normale che esageri usando delle iperboli per dire una cosa che, di base, è vera”. Non solo: secondo il magistrato il “fastidio” dato da quel manifesto era causato da una idiosincrasia dei ricorrenti verso quel messaggio, con ciò alludendo al fatto che tutti si sentissero un po’ presi in causa. Insomma era colpa loro, non di chi aveva concepito un manifesto falso e insultante.

Questo di appellarsi all’iperbole per coprire malefatte e aggressioni verbali sta diventando un vizietto davvero inquietante, per altro esercitato sempre a senso unico. Perché è certo che un manifesto uguale ma a sessi invertiti (così come la frase: “eliminate fisicamente i mondialisti”), più che iperbolico sarebbe stato definito maschilista, fascista, patriarcale, sessista e volgare. Chi gestisce le parole, gestisce il potere, non lo si dimentichi. L’insulto resta insulto, la minaccia resta minaccia, la falsità resta falsità, anche e soprattutto quando qualche furbetto o furbetta prova a farla passare per iperbole.


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