Impresa e diritti del lavoro: una banalizzazione in rosa

donna mobbing impresaSta facendo scalpore sui media mainstream e sul web la storia di una donna mobbizzata per questioni di maternità dall’impresa per cui lavorava.  “Non dovevi fare un altro figlio, ora al lavoro ti faremo morire”, pare le abbiano detto i capi. Lei si è confessata al Corriere della Sera, che in poco tempo ha raccolto una lunga serie di testimonianze simili, talvolta anche peggiori, con datori di lavoro che fanno firmare dimissioni in bianco o forme terribili di estromissione e violenza psicologica sul lavoro verso dipendenti donne troppo protese verso la vita familiare, a discapito della produttività.

L’indignazione è più che giustificata ma, come sempre, viene declinata in modo superficiale, dunque errato. Partendo dalle basi, deve essere chiaro che chi apre un’impresa lo fa per il proprio tornaconto personale, per avere utili, per guadagnare, se possibile anche parecchio. Le aziende private non sono benefattrici dell’umanità, hanno il solo scopo di realizzare corposi dividendi, punto. Nel perseguimento di questo scopo, adottano tutte le scelte possibili a propria disposizione, inclusa l’ottimizzazione del personale, che spesso si traduce in sfruttamento, o l’utilizzo di trucchetti contabili più o meno legali per pagare meno tasse, e così via.


Una donna mobbizzata dall’impresa per cui lavorava.


La ricerca del proprio interesse che presiede all’apertura e alla gestione di un’impresa tendenzialmente ci sa di egoismo e d’istinto ci repelle. Che qualcuno per guadagnare possa tentare di sfruttare i lavoratori, devastare l’ambiente, evadere il fisco o altro, è qualcosa che ci indigna profondamente. Un’indignazione che però tende a sparire quando riusciamo a ottenere il bene di cui abbiamo bisogno pagandolo cifre tutto sommato ragionevoli. Siamo felici quando portiamo a casa la nostra frutta fresca appena acquistata, e non pensiamo ai raccoglitori dei campi terribilmente sfruttati dai caporali. Quando parcheggiamo l’auto nuova, non pensiamo alla distruzione dell’ecosistema, nemmeno se siamo dei fan di Greta Thunberg. Perché, di fatto, l’egoismo dell’imprenditore e la sua corsa all’utile sono ciò che garantisce l’accesso della massa a beni e servizi a prezzi che altrimenti sarebbero inaccessibili.

Vero è che se si consente all’interesse dell’imprenditore di espandersi senza limiti, si corre il rischio di un ritorno all’età dello schiavismo o alla prima industrializzazione selvaggia. Come evitarlo? Ponendo per legge l’interesse collettivo al di sopra del pur legittimo impulso egoistico dell’impresa privata. A porre questo limite dobbiamo essere noi, tutti insieme. E noi tutti insieme abbiamo un nome preciso: Stato. Ecco il motivo della presenza nella Costituzione italiana dell’art.41, detestato da moltissimi imprenditori-squali: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Più chiaro di così.


Un’indignazione che tende a sparire.


Ovviamente se lo Stato non mette in atto tutto ciò che deve per far sì che quelle non rimangano solo belle parole, la giungla è dietro l’angolo. A cosa il legittimo egoismo imprenditoriale possa portare è ben noto, dunque le leggi e le attività di controllo dovrebbero essere tali da garantire una vigilanza strettissima su taluni aspetti relativi alle imprese. Suona come una bestemmia, in epoca di liberismo spinto, ma così è. Così dovrebbe essere. E, venendo al punto, così dovrebbe essere a trecentosessanta gradi. Un’ampiezza che non ha nulla a che fare con il sesso di appartenenza dei lavoratori.

Oggi fa giustamente scalpore la notizia che le gravidanze vengano utilizzate a scopo di ricatto o mobbing da parte di datori privi di scrupoli a danno di lavoratrici donne. Ma si tratta della punta dell’iceberg: in profondità c’è lo stillicidio dei numeri spaventosi presenti nell’elenco degli uomini che muoiono sul lavoro per assenza o insufficienza di dispositivi di sicurezza (costosi per l’azienda, così come i corsi di formazione), o la quantità di uomini ingaggiati illegalmente, cioè sfruttati, dai caporali nell’ambito dell’agricoltura, o le pressioni affinché siano gli uomini a farsi carico di disponibilità eccezionali o straordinarie al lavoro, rinunciando così a buona parte della propria vita familiare. Eppure nessuno si indigna per questi altri aspetti, né il Corriere della Sera (figuriamoci) né altri media e tanto meno le istituzioni. Tanto meno se ne fa una questione “di genere”.


La giungla è dietro l’angolo.


Di fatto è spaventoso che una lavoratrice possa finire nelle fauci di datori bastardi come quello raccontato nella testimonianza al Corriere. Una vergogna nazionale perché, oltre al danno alla persona, è una condotta che conferma una dicotomia, quella tra carriera e maternità, che oggi dovrebbe essere livellata fino quasi a scomparire. Non eliminando la maternità, come vorrebbe qualcuno, ma ponendo le condizioni per una conciliazione sostenibile e paritaria. La testimonianza al Corriere riguarda un fatto che non è più vergognoso di qualunque altra discriminazione a un lavoratore per qualunque altro motivo (per le sue opinioni, la sua religione, il suo orientamento sessuale o qualunque altro motivo non professionale). Tanto meno è più grave, ad esempio, del capocantiere che non distribuisce i DPI “perché ingombrano” durante il lavoro, o del capo ufficio che contrattualizza una persona, uomo o donna che sia, al terzo livello dandole poi responsabilità da settimo.

Ma tutto questo ha a che fare con il sesso del lavoratore? Niente affatto. Ha a che fare con i diritti del lavoratore, da un lato, e dall’altro con il dovere dello Stato di mettere in campo ogni strumento di controllo possibile affinché l’art.41 della Costituzione venga rigorosamente rispettato. Non è insomma una questione “di genere”, come si direbbe oggi, e come i media sciacalli tendono a volerla rappresentare. Si tratta di una questione molto più ampia, alta e generale, dove si riscontra uno Stato sempre più pigro, assente e prono ai diktat dell’impresa privata e del suo egoismo, sindacati troppo impegnati a fare politica, nepotismo e soldi per svolgere davvero il proprio compito e un mercato del lavoro sempre più povero di opportunità a fronte di una gran quantità disponibile di forza-lavoro. Non meno importante, se si parla di donne e lavoro, lo Stato, invece di ubriacare i cittadini con una vuota retorica femminocentrica e piagnona, dovrebbe fare qualcosa di concreto per livellare in modo deciso e definitivo l’inaccettabile dicotomia tra lavoro-carriera e maternità, argomento affrontato proprio qualche giorno fa su queste pagine.



Tutto questo ha a che fare con il sesso del lavoratore?


Checché ne dicano le femministe e i loro cagnolini da riporto sui media, dunque, la vicenda della lavoratrice che oggi indigna il paese è solo la manifestazione più superficiale (e abominevole) di una governance che non c’è sulla questione lavoro, e che riguarda tutti, uomini e donne. Se vogliamo ampliare, è addirittura questione che attiene a diversi settori, dall’istruzione al regime pensionistico, passando per la disciplina giuslavoristica, con i controlli connessi. Ancora una volta dipingere di rosa una questione così ampia, complessa e trasversale serve solo a renderla superficiale e notiziabile, a riconoscere una forma di privilegio che non c’è e non deve esserci. Ma soprattutto serve ad evitare di guardare a un quadro complessivo talmente ampio da porre problemi troppo grandi per essere affrontati efficacemente da istituzioni in mano a una classe politica affetta da nanismo etico come la nostra.


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