L’annullamento dei diritti riproduttivi maschili. A norma di legge.

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di Giorgio Russo. Chi ha coscienza di cosa voglia dire essere uomo e in particolare di essere padre e volesse provare brividi di orrore, non dovrebbe far altro che leggersi questo articolo molto completo ed esaustivo intitolato “Padre contro volontà o a propria insaputa: che fare?”. Attenzione però: il titolo è ingannevole. L’articolo non dà le istruzioni su come cavarsi dall’impaccio di una genitorialità imposta con la frode. Magari lo facesse. Le casistiche sono così frequenti che qualche indicazione in questo senso verrebbe più che utile. Invece no: l’articolo si limita a spiegare a ogni uomo che, semplicemente, non ha scampo. La femminilizzazione delle leggi e soprattutto la legge sull’aborto hanno privato definitivamente l’uomo di ogni diritto riproduttivo, già che in precedenza non ne aveva molti.

Ci sono alcune frasi e alcuni concetti nell’articolo che davvero suonano come un requiem per il genere maschile. Di fatto l’eventuale frode della donna non ha alcun peso. Ti ha bucato il preservativo, ti ha detto che prendeva la pillola ed era una bugia, insomma ti sei fatto fregare come un pollo? Fatti tuoi. La cosa meravigliosa è che si cerca di dare una giustificazione giuridica al tutto, citando sentenze della Cassazione che sono capolavori di supercazzola. Uno legge e dice: “ma perché mi tocca essere padre, se non volevo esserlo?”. Dal lato giuridico gli ermellini rispondono in lunghe frasi arzigogolate che fanno pensare a un’imminente risposta chiarificatrice basata sulla assoluta giustezza ed equità della legge. Quando si arriva alla fine, tutto però si riduce, traducendolo, a un banale: perché sì.


Il bambino lo si concepisce in due.


“Nessuna rilevanza può attribuirsi al disvolere del presunto padre”, scrive la Cassazione. Sa molto di nientificazione del maschio, ma a ben guardare qualche ragionamento sensato c’è alla base. Anzitutto non è possibile forzare una donna ad abortire perché il padre, anche se è tale per inganno, non vuole. E questo è sacrosanto per svariate ragioni, ci mancherebbe. Ugualmente sacrosanto, anche se faticoso da digerire, è il fatto che il padre ingannato sia costretto a mantenere il figlio, qualora lei decidesse di tenerlo. È sacrosanto, dice la legge, perché nel momento in cui si decide di portare avanti la gravidanza, si ha un soggetto terzo (il bambino) portatore di diritti che implicano l’assunzione di doveri da parte dei genitori naturali. Dunque sissignori: il pupo c’è, bisogna mantenerlo, ci mancherebbe altro.

Capita però, racconta l’articolo, che un padre frodato faccia ricorso sostenendo che la disciplina attuale sia discriminatoria verso gli uomini e non rispetti l’art.3 della Costituzione. Perché la donna che non vuole il figlio può abortire o abbandonarlo e l’uomo non ha gli stessi diritti di disimpegno? Una questione mal posta, questa, o per lo meno posta in modo parziale perché tra i possibili incroci di scelte ne mette in luce una sola e considerata individualmente: quando la donna non vuole il bambino oppure quando è l’uomo che non lo vuole. L’anomalia di questo ragionamento, che così impostato rende facilissimo alla Cassazione respingere il ricorso con una delle sue supercazzole, sta nel non considerare che, come il bambino lo si concepisce in due, sempre in due si dovrebbe affrontare la scelta sulla gestazione. Visto in quest’ottica e schematizzato il percorso di scelta, si ha questo risultato:


A dispetto di qualunque volontà paterna.


dnaCome si vede, nessun problema si pone, in termini di parità, se la volontà di entrambi collima. Se entrambi vogliono tenere il bambino, o se entrambi non lo vogliono tenere, in ogni caso sia madre che padre concorrono in egual misura alla decisione finale. I problemi si pongono quando le due volontà sono dissonanti. Nel caso la donna voglia il bambino e il padre (per qualsivoglia motivo, ad esempio perché è stato frodato) no, il bambino nascerà lo stesso, sarà prevalente la volontà della madre. Perché, lo si è detto, non si può costringere una donna ad abortire e il bimbo va mantenuto, quindi il padre dovrà starsene. Appunto, come dice la Cassazione, il suo “disvolere” non è rilevante. Ma cosa accade se è lui a volerlo e lei no? Non è un caso così infrequente, sebbene sia rarissimo che un uomo ottenga una gravidanza di frodo. Accade che di nuovo prevale la volontà femminile: lei può abortire o abbandonarlo e lui non ha voce in capitolo.

Bastano i colori nello schema per capire che la situazione è sbilanciata a favore della componente femminile ma, andando più nel profondo, occorre ragionare sul fatto che il caso a nord-est implica una forma di tutela molto forte, oltre che della madre e della sua volontà “positiva”, anche nei confronti del nascituro: non solo il padre, quand’anche frodato, dovrà mantenere il figlio, ma addirittura se cerca di non riconoscerlo può essere forzato alla prova del DNA. Forzato nel senso che può rifiutare di fare il test, ma il rifiuto stesso diventa una prova contro di lui nell’inevitabile processo giudiziario per imporgli il riconoscimento del bambino. La stessa prova del DNA poi, rimanendo valida la massima del mater semper certa, è qualcosa che riguarda il solo uomo, nel caso voglia rifiutare la paternità imposta. Un sistema molto coercitivo verso il genitore maschio, pensato essenzialmente (e giustamente) a tutela dei diritti del bambino. È curioso però che quando le volontà si invertono (caso a sud-ovest), tutto l’impianto salta: in quel caso, la vita del nascituro, sulla cui tutela la Cassazione impernia gran parte delle sue supercazzole, non è più così importante, può essere cancellata, non rileva più nel computo delle scelte possibili. La gestante può infatti liberarsene prima che nasca, entro un certo periodo di tempo, o dopo che è nato, in piena riservatezza e a dispetto di qualunque volontà paterna.


Si innescherebbe un cortocircuito.


La giustificazione di questo squilibrio, ovvero dove tutto l’impianto scricchiola, è nel fatto che a custodire il bimbo in grembo sia la madre. Alla fine di tutto, è questo aspetto fisiologico e fisico, un’incidentalità della natura, a far sì che lo schema si colori quasi esclusivamente di rosa. Non conta nulla il fatto che il grembo materno sia solo un involucro per ospitare un altro individuo, voluto e settato dalla natura affinché sia pregno solo dopo l’intervento di un padre naturale, senza il quale non ci sarebbe quel soggetto che in un caso rileva, se il papà deve mantenerlo, e nell’altro, se la mamma non lo vuole, allora non rileva più. Ma soprattutto se al centro della normativa, come blatera la Cassazione, c’è il supremo interesse del minore e i suoi diritti, che corrispondono ad altrettanti doveri per i genitori, la priorità data al mero fatto fisiologico della gestazione materna prefigura una sorta di legalizzazione di una forma particolare di sequestro: “la pancia è la mia e decido io cosa fare della vita che c’è dentro a causa dell’azione congiunta mia e tua”. Fior di slogan sono risuonati per sottolineare le conseguenze di questo privilegio non meritato ma regalato dalla fisiologia umana e mammifera. Dimenticando che l’utero è “suo” fin tanto che non vi cresce dentro una vita: a quel punto è da capire se è sempre suo o se non diventa anche uno strumento asservito alla gestazione di un altro essere umano che, di fatto, usa quell’utero per vivere e svilupparsi. E che pure qualche diritto ce l’ha, se la sua presenza può comportare procedure giudiziarie coatte nei confronti del genitore maschio. In ogni caso la questione si riduce a questo: il fatto del tutto incidentale che sia la madre a portare in grembo il figlio può legittimamente comportare un suo dominio totale sul feto e soprattutto la totale irrilevanza del volere paterno, nel caso il padre voglia che il figlio nasca (caso sud-ovest)?

Pare di sì. Pare che tutto si riduca a quello: chi custodisce fisicamente il nascituro decide tutto. Per carità, è un criterio: lo si può discutere, analizzare e lo si può anche dichiarare legittimo oppure criticarlo. Ma se lo si dichiara legittimo, allora dovrebbe diventare un criterio universale, a meno di non riconoscere un privilegio “di genere” per mere motivazioni fisiologiche, il che sarebbe in contrasto con l’art.3 della Costituzione (sarebbe come dire che chi nasce con la pelle bianca ha più diritti di chi no). E se lo si dichiara universalmente legittimo, allora tutto ciò che discendesse da una facoltà cui ha provveduto incidentalmente la natura, dovrebbe essere di dominio totale e intangibile di chi possiede quella facoltà. Il problema è che se si applicasse davvero questo criterio a tutto, si avrebbero diversi sfracelli. Due esempi su tutti: l’uomo è fisicamente più forte della donna, così l’ha fatto la natura. Se le doti fisiche casuali comportassero anche privilegi legali, per paradosso (ripetiamo: per paradosso) si potrebbero giustificare i casi in cui, proprio con l’uso di quella forza superiore, un uomo sopprime una donna. Sarebbe assurdo ma coerente: lei, avendo l’utero, prevale nelle decisioni senza assumersi alcuna responsabilità; lui, avendo muscoli e stazza, pure. Forse che il possesso dell’utero vale più del possesso dei bicipiti? Oppure: l’uomo che lavora, con il suo ingegno (ovvero con il suo cervello) o con le sue braccia, dovrebbe essere padrone incontrastato del frutto del proprio lavoro, ovvero del proprio compenso. Se così fosse, non solo sarebbe la fine delle ex mogli mantenute dagli assegni dell’ex marito, ma si scardinerebbe anche il principio che attribuisce al padre il dovere di mantenere un figlio, quand’anche non voluto, perché il neonato ha il diritto di essere mantenuto e cresciuto. È chiaro che far discendere leggi, diritti e doveri da mere incidentalità naturali significa innescare cortocircuiti incontrollabili, privi di senso e soprattutto discriminatori.

Non è una questione su cui è possibile di punto in bianco apporre il timbro “risolto”. Ci sono molti pregiudizi, molte posizioni di potere e molti privilegi che permeano quel predominio del rosa nell’ambito dei diritti riproduttivi, dunque le resistenze a una riconsiderazione di tutto il quadro saranno sempre fortissime. Una sana ed equilibrata discussione sui diritti riproduttivi di uomini e donne dovrà però prima o poi essere fatta, sia per cancellare sentenze che umiliano l’uomo non solo dal lato giuridico, ma anche dal lato psico-sociale, sia per provare e reinquadrare e ridiscutere la primazia riconosciuta alla mera incidentalità naturale del possesso fisico della custodia del nascituro, con lo scopo o di metterla in discussione, per lo meno nei termini attuali, al fine di ottenere una disciplina più equilibrata per una situazione che viene determinata sempre dall’azione congiunta di due persone. Sarà una strada in salita, questo è certo. Si provi soltanto a immaginare che il quadrante di sud-ovest si possa colorare un giorno interamente d’azzurro. A quel punto toccherebbe alle donne, in conformità con il tanto decantato principio della parità, contribuire a mantenere il bambino che non volevano. Un’evenienza che, da sola, anche in forma di ipotesi, varrebbe l’elevazione di fior di barricate. Alla fine del ragionamento sull’oggi, tuttavia, si ha la fotografia chiara di ciò che è e che deve essere cambiato: l’uomo e il padre, oggi, in Italia, sono annullati. A norma di legge.


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