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Informazione criminale

amore-criminaleDue sere fa sulla RAI è andato in onda il programma “Amore criminale”. L’ho guardato, dopo tanto tempo, perché sapevo che avrebbero trattato della vicenda di William Pezzulo. Un evento straordinario: una TV mainstream che tratta di una vittima uomo! Non potevo perdermela. Prima dell’inizio però mi sono dovuto sorbire un’anteprima. Guardandola distrattamente ho capito che un’avvocato raccontava dei maltrattamenti ricevuti dal proprio ex. Ho captato cose come: “mi ha sbattuta contro il muro”, “mi ha spinto il tavolo addosso”. Gesti ignobili, per carità. Solo che poi la giornalista, con volto solenne, le ha chiesto: “cosa ha fatto per fermare il suo carnefice“? Boh, sarò all’antica ma ero convinto che “carnefici”. fossero gente come Mengele, Manson, Torquemada, individui che facevano alcune cosine peggiori che spingere le persone contro un muro. Lascio correre, voglio vedere la storia di William, quindi resisto, ma mi resta un tarlo: “perché quest’uomo agiva così?”. Il programma non si pone la domanda, è un carnefice, punto e stop.

Poi viene la parte di William. Provo felicità a vedere che si è fatto intervistare nuovamente. Ho informazione delle sue più che comprensibili remore a mostrarsi, quindi sono davvero contento di vederlo uscire dal guscio. La trasmissione va come al solito: alcuni attori ricostruiscono la vicenda, intervallati da interventi dei protagonisti reali (William stesso, i suoi familiari e amici, alcuni Carabinieri che avevano seguito la vicenda), con ogni tanto la presentatrice Veronica Pivetti che appare un minuto per leggere sul gobbo gli snodi narrativi della vicenda. A un quarto della trasmissione capisco dove si vuole andare a parare, e mi scateno su Twitter all’indirizzo della trasmissione, coprendoli di improperi.

william-pezzullo-primaIn tutta la narrazione aleggia un’aria giustificatoria per Roberta, la ragazza che ha reso William disabile con una secchiata di acido. Lui stesso viene rappresentato come un giovane belloccio di provincia dedito ai rapporti occasionali e disimpegnati. Ma è su di lei, sulla sua storia personale difficile (madre tossicodipendente e padre inesistente), che si concentra buona parte della narrazione. Piccola, aveva bisogno d’amore, aveva paura dell’abbandono, e per questo la dava via a tutta la provincia… andava compresa, coccolata. Invece William la respinge, malvagio. Anche la sua famiglia la respinge, insensibili! Non conta che, rimasta incinta, William si fosse dichiarato pronto a riconoscere il bambino, una volta fatta la prova del DNA (vista la tipa, era il minimo…), che abbia tollerato mesi e mesi di persecuzioni. Il punto è che non ha dato alla fanciulla problematica la sicurezza di cui aveva bisogno. Messaggio sottinteso: William un po’ se l’è cercata, dai… E mentre questa informazione criminale viene trasmessa, in sovrimpressione passa il numero di “Telefono Rosa”, noto servizio riservato a sole donne.

Sono molte le cose omesse dalla trasmissione. Omesse volutamente. La policy degli autori è implicita nel sottotitolo: “Storie di femminicidio”. E che t’aspetti, che la dicano tutta parlando di una vittima uomo la cui vicenda, da sola, smentisce d’un colpo tutte le trombonate dilaganti sul femminicidio e la violenza sulle donne in Italia? No, certo. E allora, anche se li ho già detti più volte, replico qui di seguito i punti fondamentali della storia di William. Tutte cose che Pivetti & Co. si sono guardati bene dal dire.

wppatch1) La “carnefice” di William è stata incriminata per lesioni. Questo la trasmissione l’ha detto. Non ha detto che in altri due casi identici, ma invertiti (uomo contro donna), quelli di Jessica Notaro (oggi stella della TV) e di Lucia Annibali (oggi stella della politica, candidata alle elezioni, e forse per questo debitamente mostrata a ripetizione da “Amore Criminale”), sono stati trattati come “tentato omicidio”. William si è preso una secchiata di acido, le due fanciulle uno spruzzo. Lui è disabile, le due sono tornate a lavorare. Sfigurate, ma possono condurre una vita normale. Eppure per lui solo “lesioni”, per le due “tentato omicidio”.

2) Anche a seguito della debole incriminazione, del suo stato di gravidanza e di indigenza, la carnefice di William non si è fatta un giorno di prigione, non ha versato un centesimo di risarcimento e le era stato pure affidato il figlio, salvo poi che i giudici ci hanno ripensato e gliel’hanno tolto (vivaddio). Gli aggressori della Notaro e della Annibali stanno marcendo in galera e non si sa quando usciranno. Le due donne sono state risarcite.

3) William ha avuto un po’ di pagine nei giornali locali della sua zona, qualche articolo sui giornali mainstream, qualche intervista in TV, compresa quella dell’altroieri (che però non conta per quanto è faziosa), dopo di che è stato dimenticato. Notaro e Annibali sono sui giornali una volta ogni due settimane, quando non in TV da protagoniste o a fianco di sottosegretari e in qualche lista elettorale.

4) Notaro e Annibali sono state insignite dalla Presidenza della Repubblica del Cavalierato della Repubblica come simbolo della rinascita dopo la violenza. Qualcuno, tra cui il sottoscritto, ha chiesto al Quirinale di riequilibrare la questione, conferendo il Cavalierato anche a William. Risposte: la violenza viene fatta soprattutto sulle donne. E poi mica possiamo fare tutti cavalieri. Per William, oltre il danno: la beffa.


persona-si-lava-le-maniPesi e misure molto molto diversi, insomma, in questo paese, a seconda che si sia maschietti o femminucce. L’acido è meno acido se a prenderlo è un uomo. La punibilità dell’atto è inferiore. La necessità di visibilità e assistenza pure. Tutte cose che “Amore Criminale” si è guardato bene dal dire. Anche perché, a fine trasmissione mi è apparso chiaro (e ho avuto modo di dirlo a William stesso), lo scopo della puntata non era raccontare una vicenda dove la vittima era un uomo, bensì era pagare pegno. Sdoganare, togliersi il peso, derubricare. Poter dire: “ok, abbiamo parlato di quel tizio, il nostro l’abbiamo fatto, possiamo dire di essere stati equi, ora torniamo a parlare di donne spinte contro il muro”.

Nossignori, dico io. La storia di William non si archivia così. Non ve lo permetto, non ve lo permetteremo mai. E’ il simbolo vivente (per fortuna ancora vivente), e con lui ce ne sono molti altri dimenticati, che ciò che raccontate è gonfiato, unilaterale, fazioso, vergognosamente fazioso. E anche se ne avete parlato, noi continueremo a citarlo come prova della vostra malafede. La stessa che vi ha indotti a dedicare gran parte della narrazione alla ricerca di attenuanti per la carnefice di William. Mentre dell’uomo che spingeva la compagna contro il muro non è stato citato non dico il suo stato d’animo, il suo vissuto, ma nemmeno il nome. L’avete chiamato “carnefice” e basta. William sta lì, con il suo orgoglio, la bellezza della sua condotta, la profondità della sua tragedia, a dimostrare e affermare il concetto che più vi è nemico: la violenza è violenza, non ha genere, al massimo ha diversi gradi di ferocia. Ovvero la storia di William dimostra che siete sporchi dentro, nelle vostre intenzioni, nei vostri scopi. Aver parlato di lui non cancella questa lordura. Anzi, per come l’avete fatto, la rende ancora più evidente.

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