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Italia Viva e il “mani in alto” di Sabbadini

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“Italia Viva” sarà un partito femminista, dice il fondatore Matteo Renzi. Basta questo innesco per scatenare precisazioni e distinguo dal campo femminista, che fiuta l’affare e la cui voce viene espressa su “La Stampa” da Linda Laura Sabbadini. Niente pinkwashing, declama orgogliosa, ma misure vere e reali per le donne. Così Sabbadini redarguisce l’ex Presidente del Consiglio, subodorando che la sua dichiarazione sia solo facciata per attirare voti e non contenga in sé nulla di veramente pro-donne, nell’accezione distorta del femminismo. E così l’opinionista turbofemminista si prende il disturbo di declinare i desiderata del totalitarismo in gonnella.

Dice dunque che se davvero “Italia viva” intende essere femminista, deve curarsi di trasferire in mano femminile gran parte del potere oggi in mano maschile. Obiettivo da raggiungere in tre mosse: il raggiungimento della libertà femminile, potenziando “i processi di autonomia delle donne in tutti i campi, anche dentro i partiti” e combattendo gli stereotipi di genere. Secondo: “ci vogliono tante donne nei luoghi decisionali” ma, si raccomanda Sabbadini, “devono essere date loro quote di potere vero”. Terzo: “ci vuole un tesoretto da investire per diminuire il carico di lavoro di cura delle donne”. Soldi e potere, potere e soldi, un circuito affermato ossessivamente, da cui non si esce.


“Italia Viva” sarà un partito femminista.


Secondo Sabbadini, è indispensabile cogliere il potenziale positivo delle donne, quel “valore aggiunto” del “protagonismo femminile”, dimostrato dall’emergere di eccellenze femminili. Quali? Be’, ci sono quelle due o tre donne impegnate in politica e con cariche istituzionali, ad esempio. E poi c’è Greta Thunberg e ci sono i movimenti contro la violenza sulle donne. Sulla base di questo Sabbadini si sente di dir che “le donne sono il principale agente di cambiamento di questo paese”. Specie di fronte a una politica che è troppo “muscolare e prepotente”, quindi, sottinteso, mascolina, mentre le donne sanno sicuramente fare politica in modo più gentile e aggraziato.

I termini che più di frequente appaiono nella riflessione dell’iperfemminista Sabbadini, lo si è visto, sono “politica”, ma soprattutto “potere”. Esse sono la cifra con cui una supposta parità viene interpretata, ovvero come una contesa femminile di un potere asseritamente in mano solo maschile. C’è una vera e propria ossessione, in questo senso, che alla fine si risolve in una mera richiesta di più posti di potere, nei partiti, nelle istituzioni, nei CDA, oltre che ovviamente di più soldi. Ma tutto questo ha davvero a che fare con la parità dei diritti-doveri di uomini e donne?


“Politica”, ma soprattutto “potere”.


Direi di no. Ha a che fare con la fame appunto di potere. Da raggiungersi non con le proprie forze, ma con “quote rosa” diversamente interpretate. Posti di potere a donne in quanto donne, non in quanto competenti, professionali o preparate. Ad essi spettano i posti di rilievo perché sono la metà della popolazione, non per altro. Non è un caso che quando sorge la necessità di provare se e quanto le donne siano agenti di cambiamento, il discorso svia altrove. Semplicemente non è vero: non è il fattore sesso quello cruciale a determinare l’innesco di un miglioramento generale. Eccellenze e carogne sono sia di sesso femminile che di sesso maschile. La parità si ottiene garantendo a tutti parità di condizioni e filtri efficaci perché emergano gli uni e le altre vengano tenute fuori.

A Sabbadini non resta che richiamarsi a una quindicenne svedese che, come ha commentato correttamente il patriarcale Vladimir Putin, “non capisce la complessità del mondo”, o a movimenti contro una violenza sulle donne che nel nostro paese è minimale (dunque movimenti del tutto ingiustificati e inutili). Quelle di Sabbadini sono dunque mere richieste di posti al sole senza passare attraverso le verifiche tipiche di un sistema necessariamente gerarchico, auspici di scorciatoie e vie preferenziali. Una sorta di #MeToo istituzionalizzato, dove gli uomini si arrendano spontaneamente però, senza necessità di inventarsi molestie recenti o preistoriche.


Quelle di Sabbadini sono dunque mere richieste di posti al sole.


A chiedere questo tipo di resa, giova ricordarlo, è colei che da dirigente ISTAT fu coordinatrice della ricerca campionaria realizzata dallo stesso Istituto nel 2014, grazie alla quale ancora oggi c’è chi può sostenere la sciocchezza che le donne vittime di violenza siano “milioni” in Italia. Una ricerca talmente mal fatta che pure l’OMS, abituato a raccattare di tutto in giro per il mondo, ha avuto schifo a menzionare. Vista a posteriori, alla luce di articoli così, è lecito chiedersi quanto quella ricerca campionaria sia stata fatta in buona fede e con oggettività. Due requisiti per loro stessa natura antitetici al femminismo.


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6 thoughts on “Italia Viva e il “mani in alto” di Sabbadini

  1. Chiaramente siamo al cuore della questione. Perchè il 99% degli uomini contemporanei non riesce a dire “no” alle donne? Non in senso sessuale ovviamente, ma “no” alle loro richieste arroganti o ingiustificate o infondate.
    No, non è vero che c’è un femminicidio ogni due giorni.
    No, non è vero che le donne sono pagate meno a parità di lavoro.
    No, le quote rosa sono discriminatorie verso gli uomini e non la appoggerò (e non “le quote rosa sarebbero dannose per le donne stesse”).
    Sembra, come descritto nell’articolo di ieri e come ricordi oggi, che Travaglio si sia piegato al diktat perentorio di una sua dipendente. Normalmente un cedimento del genere lo classifichereste da “zerbino”, giusto? Eppure Travaglio ha una bella moglie, un ex-attrice se non sbaglio, e ho letto anche di una presunta amante. Non può certo valere la spiegazione del “bisogno sessuale” con cui verrebbe spregiativamente liquidato un incel qualsiasi. Per cui si cerca la spiegazione razionale, utilitaristica, ma tu stesso argomenti che sia nel caso di Travaglio che in quello di Renzi, non c’è motivo razionale di credere che adottando linee femministe ottengano vantaggi in termini di popolarità.
    Quindi? Illusione collettiva?

    1. Condizionamento pavloviano.
      Tutti lo subiamo, credo che ci segni, specie da ragazzi quando ci rendiamo conto che andare con le ragazze è “difficile”: di li’ nasce l’istinto di assecondarle, o perlomeno evitare ogni conflitto, anche quando sono del tutto irragionevoli.
      Molti se ne affrancano, alcuni del tutto, altri quasi del tutto. Altri parzialmente. Altri mai e per nulla.
      Probabilmente la maggior parte degli uomini se affrancano parzialmente, tanto basta a influenzarli, in varie occasioni, nel resto della loro vita.
      E sai qual’è la cosa buffa? Che un uomo che dice “no” in genere affascina le donne assai di più di quello che dice sempre “si” o cerca di mediare quando la richiesta è irragionevole.
      Tu conosci più uomini che cercano di mediare di fronte a richieste femminili irragionevoli, o uomini che rispondono decisi e per le rime? Io ne conosco più del primo tipo. La maggior parte alla fine non si piegano, o magari si piegano solo parzialmente, o fanno finta di piegarsi. Ma intanto danno loro credito, troppo.

      Parliamo di questo https://it.wikipedia.org/wiki/Riflesso_condizionato
      Questo è quello che succede a Travaglio quando parla la Murgia + c’è la fortissima influenza della narrativa dominante.
      Stante come è Travaglio, probabilmente ci metterebbe cinque secondi a uscirne, e rivedere il suo atteggiamento difronte a certe cose. Ma ammenoché non divorzi male o abbia qualche shock particolare che lo porti a leggere cose un po’ inusuali per lui, difficilmente avrà accesso a tali informazioni, perché per l’uomo medio sono più nascoste di quel che sembra.

      Ce l’hanno anche gli MRA, la maggior parte: ad esempio l’ossessione di voler essere educati e moderati anche mentre stiamo subendo dei palesi torti.
      In realtà non è così che si agisce nella vita: se un tizio ti insulta pesantemente e ripetutamente, tu non sei educato e moderato, tu gli rispondi altrettanto male. Se uno prova a fregarti il portafogli, tu non sei educato e moderato, cerchi di recuperarlo con la forza. Se uno continua a fare allusioni e insulti velati, dopo che glielo hai fatto notare più volte e gentilmente, anche lui si becca un nomignolo poco gentile, sinché non smette.
      Esempio pratico: una insiste con l’intercalare “maschi e donne”, anche se gli hai fatto notare, gentilmente, più volte, che è sbagliato, e che ti da’ fastidio. Alla quarta o quinta volta inizia a rispondergli chiamandola con un nominogliolo poco simpatico, ovviamente. Ovviamente no, però: si continua a lasciarla fare. Anche se si sa benissimo che è scorretto e lo fa apposta.
      Eccolo lì: riflesso pavloviano, con un uomo non lo faresti.

  2. ooooo ragazzi, ditemi che sono duro, ma com’è che queste hanno quattro voti che tutti si contendono…. sarà che il loro voto vale doppio rispetto al mio?

    1. Non c’entrano i voti, non c’è nulla di razionale.
      Guarda la vicenda del Fatto Quotidiano che passa a fare politica femminista a tutto spiano – chi l’ha imposta?
      Silvia Truzzi: dipendente di Travaglio.
      La Murgia: scrittrice, non lavora al Fatto e non ne è azionista o forte sostenitore economico.
      La Berlinguer: giornalista, non lavora al Fatto e non ne è azionista o forte sostenitore economico.
      Che potere effettivo hanno su Travaglio? ZERO.
      Che possono dargli come contropartita di un cambio di linea? NIENTE.
      Eppure hanno chiesto, in modo scortese, praticamente un diktat, e zac! Linea cambiata.
      Quando invece la reazione razionale sarebbe stata che avesse preso la Truzzi da parte dopo il siparietto e le avesse detto: “se mi riporti gente che si permette pubblicamente di provare ad impormi diktat, ti lascio a casa”.

      E qui uguale: lo scemo probabilmente crede – SENZA SENTIRE NECESSITA’ DI VERIFICARLO TRAMITE SONDAGGI (e proprio qui sta il bello!) – che adottare una linea “femminista” gli dia lustro e di conseguenza voti.

      Il passaggio chiave, l’inganno ottico, è che danno per scontato che tale linea porti lustro e voti, senza verificarlo. Lo danno così per scontato che quando prendono delle porte in faccia non la mettono neppure tra le cause possibili, e non la analizzano.

      Il Fatto Quotidiano, tanto per dirne una, ha ignorato completamente che sotto ogni articolo anti-DDL 735 l’80% sia dei commenti in generale sia di quelli dei sostenitori erano pro-Pillon. Eppure sono lì.

      Prima o poi qualcuno se ne accorgerà, ma chissà chi lo farà per primo e chissà quando.

    2. Ci sono stati tizi che riuscirono a farsi mettere in lista, ed eleggere, da Berlusconi avendo poche migliaia di voti – guarda questo, e ce ne sono anche altri:
      https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pizza

      0,2% di consensi, poi il partito si è spezzato in due (quindi 0,1%), ma lui ha tenuto il nome, peso personale suo sicuramente sotto lo 0,05%.

      Conta molto il brand. Sia esso “DC” o “Femminista”.

      E’ un effetto delle liste totalmente decise dai segretari.

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