“La Repubblica” è un partito (?)

C’era una volta un sistema dove la politica aveva il primato su quasi tutto. Sicuramente sull’economia, ma anche sull’informazione. Chi sceglieva di occuparsi della cosa pubblica aveva idee e ideali e li perseguiva nel suo agire all’interno delle istituzioni, dandone poi conto ai media, che notiziavano il tutto facendo le loro valutazioni e analisi. Bei tempi. Poco dopo le istituzioni hanno cominciato a erogare fondi pubblici all’editoria, con ciò in qualche modo tenendola in pugno, e già questa era una bella anomalia. Poi tutto si è sovvertito. Complice l’ingresso in politica di soggetti privi di idee e di ideali, nella maggior parte dei casi, le posizioni si sono ribaltate. Il vuoto pneumatico delle zucche che oggi occupano le istituzioni è stato riempito in moltissimi casi dai media.

La Repubblica ne è un esempio lampante. Non è più un giornale più o meno schierato su posizioni progressiste o “di sinistra”. E’ di fatto la sinistra. E come tale detta la linea a tutti coloro che in quell’area si riconoscono o dicono di riconoscersi. La vicenda che mi ha coinvolto di recente ne è un po’ la prova. Un articolaccio scritto da un decano di quella testata, Marco Preve, ha dato il “la” a tutto lo schieramento che si è visto poi prendere posizione pubblica nel merito. Non c’è stato uno che, direttamente o indirettamente, non si richiamasse a quell’articolo. Nessuna ponderazione, nessuna valutazione: i politici oggi guardano dove si posizionano i media di riferimento (oltre che i sondaggi), e si posizionano di conseguenza. Non ci sono più idee o ideali, ma un mero inseguimento dell’opinione pubblica per come i media di riferimento decidono di orientarla.


Il vuoto pneumatico delle zucche che oggi occupano le istituzioni è stato riempito in moltissimi casi dai media.


repubblicaSe poi i media hanno alle spalle gruppi di interesse specifici, la frittata è fatta. Ciò che conta è che, si tratti di portare sugli scudi qualcuno o si tratti di massacrarlo con fake news, a definire le politiche pubbliche di una certa parte politica sono i media. Per la sinistra appunto “La Repubblica” e in buona parte anche “L’Espresso”. Volendo essere generosi, tutto questo potrebbe anche non essere un problema, se alle spalle ci fosse una classe giornalistica preparata, seria, deontologicamente corretta, curiosa, indagatrice, come dovrebbe essere. Anzi, forse forse sarebbe un terno al lotto. Il problema è che così non è.

Ne ho avuto prova ieri in un colloquio telefonico molto aspro proprio con Marco Preve, colui che con un suo articolo ha dettato la linea e impostato tutta la comunicazione che successivamente, con semplici copia-incolla, è rimbalzata per tutta Italia riguardo alla mia persona. E’ stato un colloquio talvolta dialogante, talvolta estremamente teso, come è normale che accada tra persone che si collocano su posizioni opposte. Ciò che mi ha colpito è stata la sua ricerca ossessiva della “magagna” nelle mie parole. L’indignazione praticamente per qualunque cosa dicessi. Il tutto mostrando apertamente di non aver letto assolutamente niente di ciò che ho scritto (a parte il famoso post cui il giornalista ha tagliato la fondamentale parte sottostante). Il professionista dall’altro capo del telefono, con mio stupore, non era documentato su nulla: i dati che cito, le iniziative che ho preso in tre anni, le storie vere che ho raccontato. Niente, zero.


Il professionista dall’altro capo del telefono non era documentato su nulla.


Il suo obiettivo è stato sostanzialmente cercare appigli per distruggere il ragionatore, invece che distruggere il ragionamento. Un esempio tra i tanti: mi ha contestato la scientificità dell’Indagine sulla violenza verso l’uomo, che ho realizzato quasi un anno fa. Come se io avessi mai preteso di dare ad essa una natura scientifica: gli sarebbe bastato leggere l’introduzione dell’indagine stessa per capire quale taglio avevo dato all’iniziativa. Ma no, l’occhio del giornalista lì non era caduto. Gli era stato sufficiente fermarsi sul fatto che io non ho le competenze per fare una cosa del genere. Domande sul motivo per cui un singolo cittadino con le sue risorse risibili debba provare a fare una cosa del genere non se n’è fatte. Non si è chiesto come mai le istituzioni preposte non facciano indagini del genere, che poi è il vero problema su cui un giornalista, secondo me, dovrebbe soffermarsi. Invece lui si è soffermato sull’esito della mia indagine, gli 8 milioni di uomini vittime di violenza. Che per Preve è una baggianata, una cifra folle, “da Bosnia”. Quando gli ho fatto notare che alla stessa baggianata è arrivato l’ISTAT nel 2014 indagando sulla violenza contro le donne non ha detto nulla. Ma è chiaro che in quel caso per lui il dato non è più folle né “da Bosnia”. Curioso, ma nemmeno troppo.

Con questo andazzo, la conversazione è durata quasi un’ora. Chissà che articolo ne uscirà, non oso immaginarlo. Sicuramente fazioso e in malafede come il primo dove chiamava “fantomatica” la Lega degli Uomini d’Italia, salvo poi correre a correggere dopo una letteraccia del Presidente Toesca (che pena, Preve!). Ma non è assolutamente quello il problema, ho le spalle larghe e sono certo delle mie posizioni e iniziative. Ad oggi ho contato più sostenitori che critici o asini insultanti, vivaddio. Il problema è che sono testate del genere a dettare la linea al secondo maggiore partito del paese (e dintorni). Redazioni che non si documentano, non approfondiscono, ma lavorano essenzialmente per cercare prove che avvalorino il pregiudizio o la posizione che hanno deciso di assumere e di proporre-imporre a un’opinione pubblica ahimè poco incline al senso critico e alla verifica. Non resta da sperare che la giustizia da un lato, e la rete con la sua pluralità dall’altro, rendano giustizia delle storture e delle manipolazioni. Più in generale, per il bene di tutti, a partire da coloro interessati alle politiche di genere, non resta da sperare che sorga di nuovo una buona politica, armata di ideali sufficienti a governare anomalie di questo tipo, e un pubblico sempre più capace di cercare la verità oltre, molto oltre ciò che viene servito dai media di massa.


 

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