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La stitichezza mediatica del giornalismo rosa

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La stitichezza, lo sa chiunque ne abbia sofferto, può diventare un vero problema. Viene mal di pancia, anche tanto. E se si viene a sapere, il minimo è venire presi in giro e definiti “sacchi di merda”. Ebbene, c’è una variante di quel problema che colpisce in modo gravissimo il giornalismo italiano, specie quello che si fa guidare la mano dal conformismo femminocentrico o dal servilismo verso Rosa Nostra. Sì, ok, praticamente tutto, lo so. Insomma che quella forma di stitichezza ha gli stessi effetti fisiologici, cioè il mal di pancia, di quella riservata ai comuni mortali. E scatta quando si deve dare una notizia che proprio non si vorrebbe dare. Tipo che un soggetto importante come EURISPES ti manda gli esiti di una ricerca. Una roba dal titolo allettante: “Amore malato”, che già ti immagini di trovare femminicidi, stupri di donne, violenze domestiche contro mogli, abusi contro passanti indifese. La fantasia del giornalista di turno vola, già sogna tanti like e tanti click su un articoletto scopiazzato dal comunicato stampa di EURISPES ma con un titolo ad effetto. Qualcosa tipo: “la ferocia maschile non ha più confini”, o “le donne sempre più al macello”, oppure “ogni uomo è un maniaco sessuale”, e così via. Poi però il giornalista legge il comunicato stampa e… AHIA! Ecco che scatta un feroce mal di pancia. Mannaggia quella ricerca dice che minacce e violenze psicologiche colpiscono più ragazzi che ragazze, più chissà quante altre cose interessanti, finalmente vicine a una forma di verità. La verità… quella roba orrenda che a questo tipo di giornalisti fa l’effetto di un tappo nel culo. E così al mal di pancia segue la stitichezza mediatica. Il giornalista scrive, sempre scopiazzando il comunicato stampa, ma pasticciandolo, ripetendo concetti e confondendoli, e quando si tratta di parlare delle violenze subite dagli uomini inzeppa il testo di virgolette e avverbi come sorprendentementeinaspettatamente. Se potesse lo scriverebbe tutto in maiuscolo, grassetto e corpo 24, ma non può si deve accontentare. Caga sulla pagina molto meno di quando avrebbe potuto e lo fa male, in modo da poter dar conto a EURISPES della pubblicazione ma senza dire troppa verità. Che poi è semplice: quei suoi avverbi e quelle sue virgolette piene di stupore sono solo suoi, nessuna persona avvisata si meraviglia di statistiche del genere (e chissà quante altre vengono tenute nel cassetto). Ed ecco allora che la stitichezza mediatica ha lo stesso effetto sociale di quella ordinaria: chi sa, ti addita e ti dà, giustamente, del sacco di merda.


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5 thoughts on “La stitichezza mediatica del giornalismo rosa

  1. Nel frattempo gli svedesi confermano la loro ipocrisia e codardia, ecco qui:
    http://www.ansa.it/lazio/notizie/2018/12/19/40-non-chiuderebbe-storia-dopo-violenza_30f966fe-7665-4e10-a15e-772c41ba640e.html

    Visto che NEANCHE UN SINGOLO UOMO SVEDESE ha provato ad entrare e visto che l’onnipotente ufficio del nulla cosmico sottovuoto non ha le palle, NESSUNA MULTA in quanto “pur essendo discriminatorio non ha nei fatti discriminato” .
    Gli svedesi sono più ipocriti e bizantini degli italiani, e hanno meno palle, io lo sapevo già avendoci vissuto tre anni e mezzo, ora lo sa anche chi legge questo messaggio.

  2. Non c’è modo di conoscere il nome della testa di cazzo che ha scritto l’articolo dell’ANSA?
    Se quello è un giornalista, io sono Brigitte Bardot: solo un povero coglione si farebbe sfuggire la notizia ghiotta che desta interesse per focalizzare l’articolo sul fatto che il 31% delle donne e il 55% degli uomini non interromperebbero una relazione a seguito di uno schiaffo.
    Se sappiamo il nome, si può sapere la mail, e mandargli ognuno una mail dicendogli di cambiare mestiere perché come giornalista fa davvero schifo: anche un bambino di quinta elementare avrebbe capito al volo quale delle due era la notizia che destava più interesse (e probabilmente anche polemiche, ma sempre interesse è) nel pubblico.

  3. Qualche giorno fa ascoltavo la trasmissione di Gianluca Nicoletti (che ritengo giornalista sensibile ed intelligente) e nel mentre, chiama una docente universitaria di Roma. Comincia con la solfa che “le sue studentesse sono migliori dei colleghi”, ma che hanno “paura ad esporsi” (saranno anche problemi loro, eh). E ogni tre per due chiama le donne “donne” e gli uomini “maschietti”.
    E niente, Nicoletti le dava ragione a piè sospinto (sostenendo che noi “maschietti” siamo dei caz…ni).
    Alè

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