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La violenza domestica e le verità nascoste (ma rivelate dalla ricerca)

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#grafica_scienziatopazzoGiusto ieri riportavo alcune riflessioni relative alla ricerca sociale seria e a quella farlocca, e del fatto che specie quest’ultima viene presa come riferimento per politiche o comunicazioni mediatiche dirette a senso unico contro istituzioni come la famiglia o intere categorie, uomini in primis. Il pullulare di ricerche di scarso valore e la difficoltà che la comunità scientifica incontra nel smentirle rende di fatto molto difficile oggi riuscire a trovare una fonte d’informazione e conoscenza affidabile, nel senso di argomentata, comprovata e verificata da terzi. Da qui nasce una diffidenza di base per le elaborazioni più recenti e un occhio di riguardo dedicato a quelle del passato recente e talvolta anche remoto: quei pilastri considerati imprescindibili che, essendo non smentibili, vengono gradualmente messi nel dimenticatoio.

Uno di questi è sicuramente la “Meta-analysis on domestic violence” dell’accademico e psicologo inglese John Archer (Università del Lancashire Centrale). Si tratta di una ricerca del 2000 con cui lo studioso comparava dati estremamente complessi provenienti da altri 82 studi, con il coinvolgimento di un campione complessivo di 64.000 persone tra USA, Canada, Corea, Regno Unito, Nuova Zelanda e Australia. Attraverso parametrazioni statistiche e paradigmi di lettura ampiamente acquisiti dalla comunità scientifica, Archer rilevava come la IPV (Intimate Partner Violence, che noi chiamiamo “violenza domestica”) venga innescata quasi sempre dalla componente femminile della coppia. Ciò avviene attraverso una molteplicità di atti diversificati di sopruso fisico e psicologico, mentre l’uomo perpetra la propria violenza utilizzando poche modalità diverse e con una frequenza di molto inferiore, sebbene con danni spesso maggiori. Nella maggior parte dei casi la violenza maschile risulta essere una risposta a quella femminile.

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varie_freespeechLa ricerca di Archer rimane una pietra miliare sul tema, nonché una spina nel fianco non tanto per l’uomo o la donna qualunque che s’informano su internet, e nemmeno per la politica che, come si è visto, prende decisioni sulla base di ciò che raccontano i media, quanto per la fazione accademica che negli ultimi lustri si è impossessata della ricerca scientifica infettandola del virus del politicamente corretto. Anche per questo col tempo il lavoro di Archer è stato sempre meno citato, se non da coraggiosissimi ricercatori nell’ambito delle scienze sociali. L’obiettivo è quello di etichettarlo come “roba passata”, archeologia delle scienze umane, roba da dimenticare per lasciare spazio a quelle elaborazioni della nuova ondata, che non dimenticano mai di rendere omaggio, quando non di genuflettersi (e far genuflettere i fatti) a minoranze selezionate con cura ma soprattutto in modo arbitrario. Fortuna che, come si diceva ieri, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio della verità.

Tra questi spicca Elizabeth Bates, senior lecturer in psicologia applicata presso la britannica University of Cumbria. Di recente (2017), nell’ambito di una ricerca integrata per combattere la violenza e le aggressioni interpersonali (da notare che non parla di genere, ma di interpersonalità), ha pubblicato uno studio intitolato: “Le vittime nascoste: gli uomini e la loro esperienza di violenza domestica“. Appare già strano che abbia potuto dare alle stampe un elaborato con un titolo del genere, di questi tempi. Ancor più considerando i suoi contenuti che significativamente partono dall’esposizione di quali siano le teorie femministe rilevabili nella letteratura scientifica per spiegare la violenza domestica. Secondo quella chiave di lettura tale violenza deriva da motivi di genere, ossia è innescata solo dal divario tra uomo e donna, con quest’ultimo collocato in posizione dominante da valori e da una cultura patriarcali. In quest’ottica gli studi di marca femminista escludono a priori qualunque causa socio-psicologica alla base della violenza domestica e affermano coraggiosamente che gli aggressori uomini sono diversi  (nel senso di peggiori) da tutti gli altri aggressori.

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Fighting childrenRichiamando diversi altri studi recenti e risalendo a quello citato di John Archer del 2000, Bates fa a letteralmente a brandelli la letteratura femminista. Non ci vuole molto, si sa, restando su un piano superficiale, ma la studiosa utilizza approfonditi e raffinati strumenti di analisi e categorizzazione socio-psicologici incrociati con elementi culturali sistematicamente scartati dai ragionamenti scientifici sul tema. Interessante è la sua digressione su quella che definisce “cavalleria”, ovvero quel concatenarsi di concetti quali l’inaccettabilità a prescindere della violenza sulla donna contrapposta all’accettabilità di quella sull’uomo, l’imposizione di questo concetto fin dalla tenera età degli individui, l’effetto inibitore di questa educazione rispetto all’aggressività maschile e l’assenza di uguali inibizioni per il genere femminile. Un complesso che porta a uno sbilancio non solo nella percezione comune, ma anche nell’insieme delle sanzioni previste per i due tipi di violenza. Bates insomma scava nel profondo raggiungendo le falde del doppio standard in esercizio permanente nella società e nelle sue propaggini giudiziarie e mediatiche.

La lista degli studi citati a supporto è impressionante: si tratta di elaborazioni che coprono un periodo dal 2010 al 2016 e che, grazie al complesso dei campioni esaminati, vanno a integrare coerentemente le precedenti ricerche di John Archer. Confermandole appieno e arricchendole con l’individuazione di cinque campi precisi dove la violenza domestica femminile si esprime contro l’uomo: le aggressioni fisiche e verbali, il controllo, il “gaslighting” (una violenza psicologica che fa dubitare la vittima del proprio equilibrio mentale e della propria memoria), l’aggressione sessuale e le barriere alla ricerca d’aiuto. Mentre la parte delle aggressioni fisiche e verbali conferma pienamente gli studi di Archer, sono sconvolgenti le misurazioni e le testimonianze raccolte sulle altre fattispecie, in piccola parte e molto più modestamente registrate anche a fine 2018 da questo blog nella sua indagine conoscitiva sulla violenza verso l’uomo.

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varie_donnaumiliauomoPer “controllo” Bates intende quelle forme di deprivazione degli strumenti della gestione domestica, anzitutto quelli finanziari. Viene registrato un numero sorprendente di uomini che consegnano il proprio intero stipendio nelle mani della compagna, ricevendone in cambio una paghetta di 20 dollari settimanali, o ancora persone costrette a stare senza chiavi di casa, monopolizzate dalla compagna. Il “gaslighting”, violenza puramente psicologica, dai numeri pare essere disciplina olimpica per le donne. “I would begin to doubt my own sanity and perception of reality” (ho iniziato a dubitare della mia salute mentale e della mia percezione della realtà) dichiara uno degli intervistati, e mai come in questi casi la figura mitologica delle sirene cade a proposito. L’aggressione sessuale si manifesta essenzialmente nell’umiliazione ma, poco sorprendentemente, approfitta anche della docilità maschile anche per abusi di altro tipo. Leggere le testimonianze mette i brividi e suggerisce una sorta di sindrome di Stoccolma sessuale, dove omaccioni grandi e grossi accettavano pratiche violente, dolorose e obbligate pensando che fosse il modo della compagna di dimostrare loro amore. Senza contare poi il sempreverde “she stopped taking her pill and attempted to get pregnant against my wishes” (smise di prendere la pillola e cercò di farsi mettere incinta contro la mia volontà).

L’ultima violenza è, a mio avviso, se non la più grave, comunque la più significativa, se inserita nel contesto attuale di iper-protezione delle donne contro la violenza maschile, con tutta la retorica che ne consegue. L’uomo vittima di queste violenze è sempre, senza alcuna eccezione, lasciato solo. Che sia un gran macho o una persona fragile, in ogni caso non solo non ha alcun supporto, ma riceve derisione (“…the police laughed at me because I couldn’t fight off a woman”, la polizia mi ha riso in faccia perché non ero capace di tenere a bada una donna), si auto-limita per l’imbarazzo di ammettere di essere vittima di violenza femminile, viene sottoposto a minacce tanto pesanti quanto usuali (“se te ne vai / se chiedi aiuto / se non fai quello che voglio, ti porto via i figli e ti rovino”) o criminalizzato da chi dovrebbe fornirgli sostegno (“se ti ha fatto questo avrà avuto i suoi buoni motivi”).

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#grafica_paritàVale la pena ribadirlo: non si tratta di uno studio preistorico, ma del 2017. E non nasce in qualche congrega di “Mens’ right activist”, ma in una delle più blasonate università del mondo e per opera di una studiosa “senior”, i cui elaborati sono stati verificati con la severità che uno studio del genere si trova a dover affrontare di questi tempi. Partendo da Archer e arrivando a Bates si copre un arco di 19 anni, durante i quali si ha una continuità di dati e rilevazioni che, in un mondo normale, dovrebbe far riflettere e far cambiare le direttrici della ricerca, ma anche del sentire comune, proprio secondo le riflessioni elaborate da Bates al termine del suo saggio. Secondo la studiosa sono indispensabili più studi su larga scala relativi alla tematica della violenza subita dagli uomini in ambiente domestico, serve meno sottovalutazione delle esperienze maschili, occorre uscire dal luogo comune per cui a ferite fisiche meno gravi corrisponde una minore gravità delle violenze e da quello per cui i carnefici sono sempre gli uomini, e sono urgenti più servizi per l’assistenza verso gli uomini vittime di violenza domestica. Sarebbe sacrosanto. I numeri parlano chiaro. La realtà però no, anzi parla al contrario. alla luce di queste limpide ricerche scientifiche, sta anche a noi, oltre che ai pochi studiosi coraggiosi, operare affinché si attui una rivoluzione del sentire comune su questi temi.


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7 thoughts on “La violenza domestica e le verità nascoste (ma rivelate dalla ricerca)

  1. Complimenti Davide per l’interessante articolo.
    Sono anni che anche io denuncio la sostanza dell’articolo che hai pubblicato. Il motivo dei numerosi femminicidi nasce proprio da questa problematica perfettamente illustrata dai due studiosi, John e Elizabeth –
    La cosa sconcertante sta nel fatto che tanti cittadini italiani, di ogni categoria, magistrati inclusi, ne hanno già una chiara percezione, ma nessuno, tranne pochi, manifesta sdegno e protesta. Tutti zitti a 90° …… e ampio spazio a quei faziosi e opportunisti dei media che con la loro disinformazione martellante ne hanno fatto un business.
    Purtroppo il fenomeno è dilagante, perché un certo tipo di donne è facilmente influenzabile da terze persone che le esaltano e le istigano a praticare la violenza contro il proprio compagno.
    Queste, purtroppo si sentono anche forti e protette da un sistema amministrativo che, indirettamente, le incoraggia in certe pratiche.
    Poi se a questo aggiungiamo anche tutto quell’enorme giro di interessi, di affari e di particelle, la perverzione di tale pratica inevitabilmente produce gli effetti che oggi riscontriamo sulla cronaca.
    È un grosso guaio perché, oltre agli interessi schifosissimi che orbitano intorno a tale disgrazia, si sta innescando una forte e radicalizzata convinzione che sia l’uomo la causa di tale male.
    Trasmissioni televisive come quella di “amore criminale” ne sono la riprova: faziosità a volontà, riproduzione dei fatti mediante fiction totalmente distorte e orientate all’opposto di quello che è accaduto realmente.
    Questi media continuano a lanciare dei messaggi falsi e forvianti, facendo apparire le donne, tutte, come povere vittime; pecorelle smarrite, creature inermi di fronte ad un patriarcato sempre e comunque violento fino alla morte !!
    Nonostante sia una teoria folle, che non sta in piedi in nessun modo, il lavaggio del cervello continua mediante le “sponsorizzazioni” del PD e affiliati.
    Io credo che l’unico modo per stroncare questa tendenza è quello di ottenere più visibilità e più ascolto da parte di persone competenti e consapevoli del problema, scevri da interessi di lobby.
    A questi va dato ampio spazio, a più riprese, senza interferenze e opinioni personali da parte del conduttore di turno.
    Inoltre bisognerebbe ottenere altrettanto spazio per organizzare programmi televisivi che narrano “l’amore criminale” con obiettività.
    Quindi, l’accesso ad altrettante fiction in cui si possa toccare con mano l’origine del crimine e della violenza domestica perpetrata dalle donne che poi sfocia nel disastro finale.
    Inoltre credo che sia opportuno obbligare la magistratura affinché prenda in esame i motivi che hanno generato l’attrito di coppia; una magistratura che, seduta stante, condanni pesantemente le finte denunce;
    una magistratura che nell’ambito di una separazione possa prendere in esame anche l’aspetto doloso di coloro che hanno istigato e mal suggerito la querelante.
    Quindi, radiazione dall’albo di certi personaggi indegni, sanzioni pesantissime contro eventuali professionisti divario genere attori principali e secondari, e carcere duro per quei parenti/ amici che si sono prestati a manipolazioni e abusi di vario genere.
    Solo se accadrà questo certe fantasie criminose cesseranno di esistere.
    Qualche giorno fa su Radio 1 ho intercettato un dibattito sul nuovo disegno di legge Pillon e, naturalmente, ospite c’era quella ……. della Bonino.
    Ho chiesto e ottenuto la possibilità di intervenire telefonicamente per ribattere le nefandezze ascoltate in radio, ma quando la cronista ha capito che la mia replica era eccessivamente chiara ed estremamente contraddittoria al nazi-femminismo della Bonino, il mio intervento è stato interrotto bruscamente, quindi è durato circa 12 secondi !!
    Questo è il muro di gomma che ci troviamo di fronte.
    Ciao a presto
    Alessandro de Curtis.

    1. Caro Alessandro, leggo sempre con interesse i tuoi commenti articolati e argomentati. Permettimi però di farti notare che il tuo modo di esprimerti più volte si presta all’accusa di voler “giustificare” i cosiddetti “femminicidi”. Si tratta, eventualmente, di un punto di vista rispettabile, in quanto argomentato, ma che questo blog non sposa né sposerà mai. Non c’è forma di omicidio, ad eccezione forse di quello commesso per pura autodifesa, che possa trovare alcuna forma di giustificazione. Può essere contestualizzato, spiegato, compreso, ma giustificato no, mai. Ti invito dunque (per te, non per me o per il blog…) a prestare attenzione nell’esprimere i tuoi punti di vista sul tema. Sempre che davvero tu non voglia “giustificare” i cosiddetti “femminicidi”. Nel qual caso: liberissimo di farlo, ma ribadisco che io personalmente e il mio blog non aderiamo a questo tipo di idea.

  2. vado off ma segnalo questo articoletto bello corposo [link eliminato] NdA non regalo click a chi scrive cazzate. E non dovresti farlo nemmeno tu.

  3. Bella la ricerca, ma devo fare l’avvocato del diavolo.
    Guardandola, per impaginazione, mancanza di bibliografia coerente, ecc, non sembra tanto una ricerca peer-review, quanto una semplice collazione di altre ricerche. Il fatto, poi, che in fondo ci sia il logo di una associazione per la difesa della violenza sugli uomini, non depone per la terzietà della ricerca stessa.
    Se vogliamo ribattere a ricerche farlocche, bisogna farlo nella maniera giusta: riviste referate e peer-review

    1. Vero. Il link che ho messo però riporta a una mera presentazione in powerpoint, che non è la ricerca, ma la sua presentazione. La ricerca vera e propria è reperibile, ma solo a pagamento…

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