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Le “counselor” che si abbuffano nei centri antiviolenza (e al “Fatto Quotidiano”)

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LA FIONDA

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Teenage boy (14-15) sleeping in classroomNon avevi voglia di studiare e farti il mazzo come prevede il normale percorso per diventare psicologo, psicoterapeuta, dottore in tecniche psicologiche, medico, medico psichiatra, medico psicoterapeuta? Semplicemente non eri dotato di sufficienti risorse intellettuali per farcela? Eri nato con un istinto naturale verso la scappatoia facile? Ebbene, fino a poco tempo fa la soluzione c’era: fare il counselor. Ma cos’è un counselor? Parrebbe una specie di psicologo, ma privo del percorso universitario, delle conoscenze e della pratica terapeutica o medica richiesta a psicologi e affini. Insomma: un truffatore. E non si tratta del parere di un blogger qualunque, ma nientemeno che del Ministero della Salute.

Stop ai counselor dunque: “la loro attività è illegale e si colloca in palese sovrapposizione con quella dello psicologo”. Così recitava una lettera inviata nel gennaio scorso dal Ministero all’UNI, l’organo che dovrebbe provare a stendere una normativa di regolamentazione per queste misteriose creature cui è stata data (o che si sono prese) autorizzazione di pasticciare con le menti degli altri. In questo senso andavano anche le valutazioni del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, che non usava mano meno leggera del Ministero: “fare counseling senza essere iscritti all’Ordine è fare ABUSO” (il maiuscolo è nel comunicato originale). E non è solo un fatto di “iscrizione”, ovvero di pagamento della quota: per essere negli elenchi ufficiali dell’Ordine occorre avere requisiti di studio e di esperienza ben precisi.


Stop ai counselor: la loro attività è illegale.


varie_donneparlanoInsomma niente da fare, ciccia, nisba, nein, niet, non se ne parla. I counselor, di fatto, non hanno i requisiti per occuparsi di persone che denuncino una qualche forma di disagio psicologico o psichiatrico. Giù le mani, insomma, ché c’è il rischio di fare più danno che altro. Bene ma, detto questo, quelli che in passato hanno sperato di infilarsi nelle pieghe e spacciarsi per psicologi facendo inutili corsi di counseling al momento che fanno di bello nella vita? Non si può sapere di tutti, ma di una buona parte sì. Fate un gioco: tirate giù l’elenco dei centri antiviolenza e dei nomi di chi li gestisce o ci lavora direttamente (non gli esterni “a chiamata”), cercate in rete i loro CV e… sorpresa (ma nemmeno troppo)! La schiacciante maggioranza delle fanciulle che prendono in carico le esigue vere richieste d’aiuto di donne vittime di violenza e le tante richieste di costruire false accuse per fare il mazzo all’ex sono, indovinate un po’, tutte counselor.

Ma come? I centri antiviolenza non operano in devoluzione di funzioni dallo Stato per emergenze sociali che, a quanto pare, lo Stato stesso non è in grado di gestire in autonomia con le sue ASL, USL, AUSL, eccetera? Sì, è così. E’ anche sulla base di questo che i centri antiviolenza si pappano fior di milioni pubblici ogni anno. Si dirà: ma lo Stato sicuramente impone requisiti professionali altissimi a chi deve affrontare per suo conto un’emergenza così delicata! Manco per niente. La legge che regola la materia, ispirata alla Convenziucola di Istanbul, dice solo che gli operatori dei centri antiviolenza devono essere tutte donne, per il resto possono essere ragioniere, biologhe, casalinghe, non importa… L’obbligo è di convenzionarsi con professionisti esterni, ma chi gestisce un centro non deve rispettare alcun requisito. Ecco che, per non saper né leggere né scrivere, ma soprattutto per avere uno stipendiuccio da portare a casa senza colpo ferire (e senza avere né laurea specifica né pratica), un esercito di counselor ha trovato collocazione nell’industria della manipolazione delle donne e della costruzione delle false accuse. Appunto nei centri antiviolenza.


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persone_somma2Che poi, quando le vai a sentire alle conferenze o leggi le loro interviste, si danno il tono delle psicoterapeute, non di rado si spacciano come tali, perché, nonostante le intemerate del Ministero e del CNOP, la zona grigia rimane. Senza contare che una donna in difficoltà, reali o strumentali che siano, si appiglia a chiunque dichiari con una certa sicumera di poterla aiutare. Anche se si tratta di figure professionali illegaliabusive. E mentre raccoglievo materiale per questo articolo, spulciando i vari CV, tra una risata e l’altra mi capita quello di una vecchia conoscenza di questo blog. Sì sì, proprio lei, Nadia Somma. Quella che va a fare le pulci al mio profilo Facebook personale, lavorandoci di screenshot come le adolescenti, e che mantiene pessime frequentazioni, avete presente? Sì, proprio lei.

Ed ecco che dal suo CV si scopre che lei, “attivista del centro antiviolenza Demetra”, come si presenta sul suo blog del Fatto Quotidiano, risulta detentrice di una laurea in Lettere Moderne, Università di Bologna, specializzazione “Letteratura cristiana antica”, dopo aver discusso una tesi sulla vita di San Ilarione di San Gerolamo (nientemeno), che ne analizzava gli aspetti storici, letterari e dottrinali. Il tutto per raccattare un 103/110, che in una Facoltà di Lettere… be’, inSomma… Ad ogni buon conto, e con tutta la generosità possibile, non pare una specializzazione molto adatta per lavorare in un centro antiviolenza. Con una preparazione del genere alla donna che chiede aiuto al massimo può far recitare qualche giaculatoria e pater noster.


Quando le vai a sentire alle conferenze o leggi le loro interviste, si danno il tono delle psicoterapeute, non di rado si spacciano come tali.


persone_fotisommaMa no, tutto si sistema! Sì, perché, in data non definita e in un luogo non ben precisato, la nostra hater preferita ha conseguito anche una “Laurea quadriennale, Counselor nella relazione di aiuto, Conduttore di Classi di esercizi”. Che detta così ricorda terribilmente il Conte Lello Mascetti, e sono certo che il Ministero della Salute e il CNOP sarebbero d’accordo con me. Ebbene costei, con siffatta preparazione (e di nuovo si vedano le definizioni ministeriali di cui sopra), si occupa per conto dello Stato di donne vittime di violenza in un centro ad esse dedicato, che dallo Stato probabilmente agguanta soldi ogni anno. Intendiamoci: è già grave così, non solo per Somma ma praticamente per tutti i centri antiviolenza. Per Somma però ci sono due aggravanti. La prima è che il suo profilo professionale assomiglia clamorosamente a quello di Claudio Foti, il “guru” di Bibbiano, anche lui un mero letterato, diventato “psicologo” solo in grazia di una sanatoria a cui, probabilmente per un fatto d’età, Somma non è riuscita ad agganciarsi. Le contiguità tra i due, come già si è notato, così oggettivamente si rafforzano…

L’altra aggravante è che, pur con un quadro del genere, Somma pontifica anche, sostanzialmente ogni volta per reclamare più soldi per i centri antiviolenza, dall’alta tribuna di un blog ospitato da una testata nazionale, appunto il “Fatto Quotidiano”. Che, nonostante le (in)qualifiche del soggetto, pare intenzionato a tenersela ben stretta. E mentre si coccola la counselor, dà il benservito all’avvocato Marcello Adriano Mazzola. Che non solo è avvocato, ma lo è per davvero, con tanto di iscrizione all’Ordine. Però ha un gran difetto: è un uomo che scrive articoli dove si parla di diritti maschili. Non sia mai… vero, Gomez? Vero, Travaglio? Si sa che la collega Silvia Truzzi alla Festa del Fatto Quotidiano di un anno fa (26/05/2018) vi dichiarò in faccia, a muso duro: “anche qua al Fatto le donne ancora non hanno posizioni di comando ed è ora che si cambi”, capisco dunque il vostro imbarazzo, ma onestamente si è andati troppo oltre. Credo che la cosa sia un po’ troppo grave per lasciarla lì. Propongo allora a tutti di mandare una comunicazione al “Fatto Quotidiano” (io l’ho già inviata). Qualcosa del genere:

A: petergomez@ilfattoquotidiano.com; redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

Oggetto: Richiesta chiusura blog Nadia Somma

Testo: Buon giorno. Ho avuto modo di verificare che sul sito del vostro quotidiano viene dato spazio, tramite un blog dedicato, alla Dr.ssa in lettere Nadia Somma, che scrive qualificandosi come “attivista del centro antiviolenza Demetra”. Come tale si suppone che sia esperta in materia, tuttavia dal suo CV, per come reperito in rete, emerge che oltre a una laurea in lettere ha una specializzazione come counselor, qualifica definita come “illegale” dal Ministero della Salute e “abusiva” dall’Ordine Nazionale degli Psicologi non più tardi del gennaio scorso. Non è forse un caso che i suoi articoli suscitino sempre aspre discussioni, dissensi diffusi, oltre a trattare talvolta tematiche delicate in modo molto controverso, come l’articolo di un anno fa dove esaltava la figura e l’approccio del Dr. Claudio Foti, oggi indagato per le vicende degli affidi illeciti e degli abusi in Val D’Enza. Pur comprendendo che il dissenso espresso sul web genera traffico in quella sezione del sito, dunque guadagni per il giornale, vi chiedo di svolgere un’indagine e una riflessione interna sull’idoneità di Nadia Somma a gestire uno spazio comunicativo di tale visibilità e sulle possibili ricadute negative sull’immagine della testata. Cordiali saluti.

Vedasi: http://stalkersaraitu.com//le-counselor-che-si-abbuffano-nei-centri-antiviolenza-e-al-fatto-quotidiano/


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22 thoughts on “Le “counselor” che si abbuffano nei centri antiviolenza (e al “Fatto Quotidiano”)

  1. Le origini misandriche di Nadia Somma:
    “Pensi che mio padre era femminista e mi ha sempre parlato delle discriminazioni fatte nei confronti delle donne. Se son femminista probabilmente lo devo a lui . . Detestava uomini col complesso del bastone da maresciallo (li chiamava così) . Era antifascista , antirazzista . Detestava i maschilisti ..se leggesse il suo commento si farebbe grasse risate” .

    Nota: Considerato il soggetto la storia potrebbe non corrispondere al vero, resta comunque una sua affermazione.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/09/sindrome-alienazione-parentale-nei-tribunali-italiani-si-continua-ad-applicare-il-caso-di-mara/5309242/

        1. ed ecco come un tribunale dei minori serio tratta la cosa http://www.tribmin.milano.giustizia.it/FileTribunali/20320/Sito/Documenti/Studi%20e%20ricerche/Gruppo_di_lavoroMaP.pdf
          di cui pubblico un estratto
          Per tale motivo il giudice, se vuol tradurre la funzione educativa che è propria del
          procedimento penale minorile, deve considerare anche la presenza genitoriale dell’adolescente
          che delinque quale destinataria dei riverberi ‘a cascata’, necessari e complementari
          alle prescrizioni rivolte al figlio, esortandola ad un ruolo promozionale,
          tutt’altro che marginale e subalterno nel supporto al progetto riabilitativo della messa
          alla prova. Da ciò discende la necessità per gli operatori di raggiungere la stessa funzione
          genitoriale con un supporto che implichi la sospensione del giudizio critico che
          il transfert e il controtransfert nella relazione di cura indicano come condizione necessaria
          per promuovere la consapevolezza e la capacità elaborativa della sofferenza
          mentale.
          Il rischio di un giudizio critico e colpevolizzante rivolto ai genitori è molto elevato
          ora ditemi, cosa c’entra questo con un tribunale e in particolare un presidente del tribunale dei minori come quello di bologna ( di cui la buccoliero fa parte ) e che dice ; Vi è il rischio sotteso all’idea che mantenere il legame con i genitori sia comunque qualcosa da salvaguardare
          questi stanno violentando il senso del vivere civile, manipolando il diritto

  2. Ciao, una domanda per completezza ” La legge che regola la materia, ispirata alla Convenziucola di Istanbul, dice solo che gli operatori dei centri antiviolenza devono essere tutte donne””

    Mi fai capire dove dica sia solo donne? E’ gravissimo.

    1. E’ per una questione di parità, sai: le femministe sognano di eliminare tutti gli uomini e un mondo dove le donne sono tutte pari tra loro ed esistono solo donne.
      E gli zerbini mediano: anziché suicidarsi in massa come piacerebbe alle femministe, danno loro ampi poteri in comitati composti solo da donne. Così possono discutere di sesso senza farlo mai, come piace alle lesbiche.

  3. Il problema non è tanto il FQ, che è libero di dare spazio a fanatiche della peggiore specie, così come io sono libero di non comprare più un giornale che insulta i suoi lettori uomini. Il problema è quando mentecatti mentali pieni di odio contro le famiglie e contro i papà si occupano di separazioni che coinvolgono bambini. Il fatto che ogni tanto ne arrestino qualcuno non risolve il problema: pedo-criminalità di stato.

  4. ““Laurea quadriennale, Counselor nella relazione di aiuto, Conduttore di Classi di esercizi”. Che detta così ricorda terribilmente il Conte Lello Mascetti”

    Cattivo cattivello.
    Sono esercizi bioenergetici di Alexandre Lowen, il guru dei pompini – mica pizza e fichi!
    Infatti quando apri la pagina dove vendono i suoi libri, tra i suggerimenti per chi sta considerando l’acquisto del libro ci sono:
    Altri due libri classificati come “medicina alternativa”
    Due titoli della serie “Harry Potter”
    “La Fattoria degli Animali” di George Orwell
    “Ender’s Game” (fantascienza)
    “Charlie e la fabbrica del cioccolato”

      1. C’è una fortissima dose di misandria in quello che fanno quelle come la Somma, non è solo per soldi: altrimenti proverebbero ad espandere il business alla violenza femminile sugli uomini, il “mercato” c’è.
        Invece credo che il loro ambiente sia estremamente ostile all’idea: prendi ad esempio Mario De Maglie, quello è psicologo e psicoterapeuta per davvero, non si è formato sulle donne ma sui bambini abusati, sembra non avere alcun collegamento con i fatti di Bibbiano, e scrive, testuali parole: “credo che tutti, uomini e donne, siamo a rischio di mettere in atto comportamenti violenti, così come siamo capaci di subirli” – uno così ci metterebbe mezzo secondo ad espandere il business sugli uomini abusati, potrebbe iniziare in forma più “accettabile” tipo proporre aiuto a tutti gli uomini abusati nelle relazioni domestiche ma ponendo un po’ di enfasi sui gay. Eppure non ci prova nemmeno: segno che sa che incontrerebbe un’ostilità estrema e lo farebbero fuori – non c’è altra spiegazione logica.
        E l’ostilità ovviamente viene da tutto l’ambiente di quelle come la Somma.

  5. Sorry, we were unable to deliver your message to the following address.

    :

    Unable to deliver message after multiple retries, giving up.
    a me da questo …

    1. Saranno pieni o avranno messo l’oggetto in spam. Il mio è passato. Riprova tra un po’. Occhio a scrivere correttamente gli indirizzi e magari modifica l’oggetto.

      1. Attenzione

        L’indirizzo”redazione” ha come dominio “.it”, come correttamente scritto da Stasi.

        Forse questo può averti tratto in inganno; a me è successo

        1. No, l’errore è stato mio, ho messo io .com invece di .it, ho corretto adesso. Ma basta anche già solo Gomez.

      2. Quando leggo gli articoli della Somma mi viene una pena infinita, tutta la sua vita improntata sul ruolo di vittima per cercare di guadagnare qualche soldo. Leggo commenti di uomini che le spiegano la realtà articolando in modo esauriente varie argomentazioni e lei talvolta risponde cose a caso, tipo: “stia sereno tutela tutti” ecc, frasi senza senso logico. È grave che abbia la possibilità di scrivere sul Fatto, purtroppo noto che per ragioni di marketing, molte testate si “buttano” sulla difesa generica della donna, come fossero dei poveri panda in via di estinzione, bisognose di essere tutelate perchè incapaci di farlo da sole. Giornali e TV sanno che va di moda questo perenne “W le donne” e si prostituiscono per quei quattro spiccioli.
        Credo che lei sia contenta di provocare suscitaree le ire maschili, bisognerebbe semplicemente ignorarla.

  6. Nelle Marche c’è un teologo e filosofo che gestisce 8 centri antiviolenza donne (dichiarato in udienza) mentre la sua prediletta pupilla, una commercialista) ne gestisce ben 3 in Abruzzo.
    Insieme hanno creato una srl che partecipa in ATI con l’altre società tra cui una sas della commercialista dove il rappresentante legale è il coniuge della stessa.

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