Lettera aperta al Ministro per le Pari Opportunità On. Elena Bonetti

bonettidi Davide Stasi – Gentile On. Elena Bonetti, Ministro per le Pari Opportunità, chi le scrive è un semi-sconosciuto blogger italiano, titolare di una pagina web il cui nome, ne sono certo, la indurrà a un pubblico gesto di ripulsa: “Stalker sarai tu”. Le chiedo, se possibile, di andare al di là del raccapriccio iniziale per un titolo volutamente provocatorio e in ogni caso con più di un fondamento, e di concedersi qualche minuto per la lettura di ciò che segue.

Ho avuto modo di leggere che alcune parlamentari del suo partito, il Partito Democratico, le hanno scritto una lettera aperta, pubblicata sui media, per chiederle “azioni concrete” e un “cambio di passo” nella lotta contro la violenza verso le donne. Un atto che ha suscitato la reazione negativa di un altro partito concorrente e che lei ha giustamente stigmatizzato, richiamando le sue colleghe a promuovere tavoli istituzionali di confronto, senza assumere iniziative che paiono mirate più alla mera ricerca di visibilità che ad altro.


Si sta parlando dello 0,02% dell’intera popolazione maschile adulta nazionale.


Ecco, partiamo da qui, gentile Ministro: la visibilità. Lei ha colto nel segno. È ormai chiaro a chiunque che il tema della violenza contro le donne, includendo tutto ciò che direttamente o indirettamente vi gira attorno (femminicidio, paygap, alienazione parentale e via dicendo), è strutturalmente utilizzato come strumento per ottenere visibilità in alcuni casi, ampie risorse pubbliche in altri. Il problema è che tali affermazioni creano un clima che esige una contropartita. Questa mia lettera è finalizzata a sottolinearle confini e contenuti di quella contropartita.

La richiesta delle sue colleghe viene fatta in un paese dove, secondo i dati del Ministero della Giustizia, nel corso degli ultimi dieci anni, si è registrata una media di uomini condannati per violenze sulle donne (omicidio, stupro, stalking, percosse, maltrattamenti) inferiore ai 5.000 ogni anno. Si sta parlando dello 0,02% dell’intera popolazione maschile adulta nazionale. Nel contempo si registra che il 10% della popolazione maschile di origine non italiana è autore del 40% di quei reati: una propensione di 4 volte maggiore dei cittadini autoctoni, a riprova che, tra le altre cose, quel genere di violenza è più d’importazione che indigena.


La famosa formula dello “Stato nello Stato”.


Se ci si sofferma poi sul punto più orribile della violenza, ovvero sull’omicidio a carattere passionale, volgarmente detto “femminicidio”, gli organi dello Stato (Polizia e Carabinieri) negli ultimi anni hanno registrato occorrenze tra le 30 e le 40 all’anno. Va da sé che una sola vittima è troppo, ma al di fuori delle utopie è palese che si tratta di un fenomeno fortunatamente meno che marginale, tale da porci (dati Eurostat) al penultimo posto in Europa per omicidi di donne per motivi passionali. Certo il numero delle vittime aumenta se si include ogni altro movente possibile, ma in quel caso sarebbe opportuno considerare anche le vittime maschili, di molto maggiori, a meno di non affermare che un omicidio generico si qualifica per il suo autore e non per il movente, e che dunque una donna uccisa da un uomo per qualsivoglia motivo è “più morta” di un bambino ucciso da un anziano, di un uomo ucciso da una donna e così via. Converrà con me che sarebbe rivoluzionario, anzi sovversivo rispetto ai dettami dello Stato di Diritto oltre che alla logica.

Ma non è solo questo, gentile Ministro. Le sue colleghe sollecitano “azioni concrete” in un contesto dove mere associazioni (i centri antiviolenza) operano in devoluzione di funzioni pubbliche, perciò ricevendo denari pubblici (lei ha recentemente stanziato 30 milioni di euro a questo scopo), senza essere vincolate a nulla né in termini di rendiconto economico-finanziario, né in termini di trasparenza, né in termini di efficacia controllata delle prestazioni, né in quelli a cui ogni soggetto che agisca “al posto” dello Stato è giustamente sottoposto. Un’area grigia che induce a rievocare la famosa formula dello “Stato nello Stato”, la cui esistenza dipende anche dalla dilagante strumentalizzazione di un fenomeno che, dati alla mano, non pare avere il fondamento che viene comunicato generalmente.


Orfani di padre a norma di legge.


Perché le dico tutto questo? Perché, in quanto Ministro per le Pari Opportunità ritengo sarebbe suo precipuo dovere gettare uno sguardo realmente paritario alla realtà nazionale. Scoprirebbe, tra le altre cose, che le prassi separative sono un massacro per il genere maschile. La Magistratura ha snaturato la legge in vigore (L.54/2006), e oggi l’uomo che affronta una separazione coniugale non consensuale (circa un apparente 20% dei casi) sa che non ci sarà equanimità, e che il diritto alla bigenitorialità dei suoi figli verrà quasi sicuramente violato. Egli approccia il procedimento separativo con una pistola puntata alla tempia, che reca nel tamburo la famosa “pallottola d’argento”, ossia qualche accusa strumentale di carattere penale (di cui si dice che i centri antiviolenza siano abili ispiratori) che, già in fase di mera denuncia, lo allontanerà da tutto, dalla prole e dai suoi beni, spesso riducendolo alla disperazione e all’indigenza. Sono casi frequenti? Le basti sapere che da inizio anno si contano, soltanto tra quelli notiziati dai media, ben trentotto casi di false accuse. Più di una al giorno. Provi lei a proiettare il dato oltre ai casi finiti sui giornali: le basterà comparare il numero di denunce archiviate o finite in assoluzione sul totale delle denunce, magari rilevando quante di esse sono maturate in contesti separativi. Le assicuro che sarà una rilevazione rivelante.

Certo ci sono i processi e si può venire scagionati, ma la questione dura anni, il tempo sufficiente a perdere ogni contatto affettivo con la prole, che diventa così orfana di padre a norma di legge. Per ora. Domani potrebbe essere anche peggio, dato che in Italia si manifestano ormai apertamente impulsi atti a negare anche la minima difesa delle persone di sesso maschile. A metà gennaio la Presidente di uno dei due (!) centri antiviolenza del paese che si occupano di uomini ha ricevuto minacce (un biglietto con scritto “crepa stronza, non si difendono gli uomini”) e di recente una avvocato bergamasca che rappresenta un uxoricida è stata minacciata ferocemente proprio per il suo incarico (“una donna come avvocato, vergognati”, “chiuderei i legali in gabbia con lui”, “non ha dignità, lo fa solo per soldi”, “fate alla figlia dell’avvocato quello che lui ha fatto a Marisa”), arrivando a temere per la propria incolumità. Quanti legali di questo passo vorranno operare per garantire la difesa costituzionalmente sancita di un uomo? Quanti giudici potranno giudicare serenamente quando assembramenti di portatrici d’interesse sempre più spesso presidiano i tribunali richiedendo pene a loro gradite?


L’auspicio dunque è che quel tavolo si apra.


È in questo clima che le sue colleghe le chiedono “azioni concrete”. Forse intendono una condanna preventiva all’ergastolo dalla nascita per tutti i maschi, con l’obbligo di dimostrare la propria innocenza per tutto il corso della loro vita. Perché lì si va a parare in uno scenario dove la comunicazione pubblica criminalizza sistematicamente la figura maschile tramite manifesti, dati statistici infondati o discutibili, iniziative di marketing, libri, film derisori, pubblicità, programmi televisivi (ricorderà la non-gag di Angela Finocchiaro in prima serata RAI: “gli uomini sono pezzi di merda, soprattutto tuo papà”, rivolta a una bambina). E forse intendono anche una riduzione in schiavitù di tutto il genere maschile: lei sa infatti che, tra i tanti vantaggi per le donne di questo paese, esistono incentivi per l’assunzione di donne disoccupate da almeno 24 mesi, con uno sconto del 50% dei contributi per chi le assume. Il tutto pur in presenza di un tasso di donne inattive (cioè che non sono interessate a cercare un lavoro) tra i 25 e i 34 anni pari al 63%, dato costante negli ultimi 15 anni (fonte OCSE). Lo stesso valga per gli incentivi riservati alle donne affinché si iscrivano in maggior numero alle facoltà universitarie “STEM”. Pare tanto un tentativo di forzare la libera scelta femminile, mentre un gran numero di studenti eccellenti di sesso maschile deve pagarsi tutto fino all’ultimo centesimo e tantissimi disoccupati uomini si accumulano in attesa di un impiego. Uno squilibrio utile solo per poter sbandierare in termini propagandistici un impegno contro un “gender gap” la cui esistenza reale è stata ampiamente smentita ad ogni livello.

Gentile Ministro, se davvero è arrivata a leggere fino a qui con mente libera e aperta a squarci di verità fattuali, dovrà ammettere con me e con molti altri che l’Italia non è un paese per uomini. Ed è tanto, forse troppo un paese per donne. In questo senso ritengo che lei e la sua collega Maria Elena Boschi abbiate ragione nell’alludere che l’iniziativa delle parlamentari PD sia stata presa nell’abbrivio di una ricerca spasmodica di visibilità, che è tanto cattiva consigliera da suggerire la richiesta di un peggioramento di condizioni già più che penose, oppressive, squilibrate. E ha ragione da vendere lei, gentile Ministro, quando auspica che certe tematiche vengano affrontate non sui media, ma presso tavoli istituzionali. Io non sono nessuno, comparato alle sue colleghe elette. O meglio, sono di più: sono un cittadino e le chiedo di tenere conto dei dati reali, e di aprire davvero un tavolo istituzionale di confronto su questi e altri temi, che non ho menzionato per brevità. Nel farlo, la prego di ricordarsi la corretta definizione di una delle sue deleghe: “Pari Opportunità”. L’auspicio dunque è che quel tavolo si apra e vi sieda un numero paritario di uomini e donne, con un reciproco riconoscimento di dignità nella presenza e nelle rispettive istanze, con un ancoraggio assoluto ai dati reali, dunque eliminando dall’agenda ogni e qualsiasi impulso propagandistico o ideologico.

Abbia fede che la mia non è una richiesta individuale, ma una richiesta pressante proveniente da un folto gruppo di donne e uomini che non se ne fanno nulla della visibilità di qualche politico, ma sono pronti a fare tutto per il presente proprio e, di conseguenza, per il futuro dei propri figli.

Con viva cordialità.

Davide Stasi

Articolo inviato anche al Ministro tramite i contatti di segreteria e ufficio stampa segreteriadipfamiglia@governo.it, m.peradotto@governo.it, b.fattorini@palazzochigi.it, r.leone@governo.it

Edit: il giorno dopo l’invio di questa lettera, il Ministro annuncia altri due milioni di euro per la lotta alla violenza contro le donne. A dimostrazione che non ha letto la lettera. O più probabilmente l’ha letta, ma non l’ha capita.


 

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