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Ma il padre ineluttabilmente riemerge

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di Giuseppe Augello – La discussione aperta dal mio precedente articolo sul padre mi induce a sottoporre alla platea ulteriori riflessioni sull’attenzione alla figura paterna in evaporazione che nel campo della psicologia e della sociologia animano il dibattito. Del padre non si può fare a meno. Lo dice il fatto che in questi ultimi quindici anni in Italia si sono moltiplicate le pubblicazioni di indirizzo psicologico dedicate alla riscoperta della figura paterna. Nonostante l’adozione nel campo legislativo di una cultura (spesso solo formale) della bigenitorialità, la prassi della dichiarazione di guerra da tempo consegnata da certe parti politiche, mentre altre rinunciano alla difesa, è quella di tentare continuamente di farne a meno. Ma, come uno spiritello maligno messo alla porta, questo discolo rientra subito dalla finestra. Lo mostra il repentino lievitare della letteratura sulla figura del padre provocato dalla constatazione delle ingenti difficoltà che i processi di costruzione dell’identità personale nelle nuove generazioni incontrano nell’attuale stagione civile, caratterizzata da dissoluzione dei codici morali e dalla frammentazione dei modi di vita. Sul piano dei vissuti effettivi e dei comportamenti diffusi, psicologi e sociologi riscontrano oggi, in maniera inequivocabile, un’inedita domanda di padre. Il rimosso, ora invocato, ritorna, ma trasformato. Ma cosa ritorna della figura del padre? Interessante è il contributo di due noti psicoanalisti italiani, Luigi Zoja e Massimo Recalcati, (“Cosa resta del padre”, 2017), che si distinguono per l’impegno di ricerca teorica nel rinvenimento dell’originaria funzione del padre e delle sue residue odierne condizioni di possibilità. La ricognizione dei loro studi, supportata da una preliminare e sintetica considerazione dell’attuale configurazione del rapporto famiglia-società, mira al necessario riposizionamento dell’immagine paterna rispetto alla questione della legge e ai processi di costituzione della coscienza individuale del figlio.

Ripercorrendo Lacan (che già nel 1969 parlava di “evaporazione del padre”, cfr. Lacan, 2003, p.9), egli indicava una paradossale convergenza tra il moto della contestazione e l’affermazione del discorso del capitalista, quello di un “soggetto libero, senza limiti, senza vincoli, agitato solo dalla sua volontà di godimento, inebriato dalla sua avidità di consumo”. In queste condizioni l’oggetto del desiderio perde ogni carattere propriamente umano: non più antichi desideri di maternità, paternità, uomo, donna, ma“una semplice presenza… una Cosa… una montagna di cose… Senza il padre, senza i suoi divieti, la sua legge. La madre cessa di essere oggetto di un desiderio nostalgico e struggente e viene percorsa in lungo e in largo dal soggetto in un delirio simbiotico e fusionale, spesso foriero di alienazione. In “Cosa resta del padre” Recalcati osserva: “la Legge non è in opposizione al desiderio, ma è la sua condizione di possibilità. In questo senso la Legge dona la possibilità di staccarsi dal godimento immediato della Cosa”. Sacrificata a un progetto futuro ben più vantaggioso in termini di rapporto costi benefici. Una sostanza, una performance, un ruolo, un’immagine di sé possono facilmente sostituire l’amore umano: cocaina o fisico da baby campione sportivo o soldato per un risultato immediato in luogo di un incontro faticoso tra uomini e donne reali. Recalcati parla acutamente di una “dimensione genericamente maniacale del discorso del capitalista”.

L’assenza del padre non si riferisce semplicemente alla defezione causata dalla rottura del legame di coppia, all’assenza fisica tra le mura domestiche determinata oggi dalla dimensione del padre estraniato del suo ruolo dopo una separazione dalla madre e dai figli, voluta, incentivata e favorita dalla scellerata alleanza tra mondo del capitale e teorie dell’emancipazione femminile nel senso della partecipazione massiccia alla produzione e al consumo senza freni di donne liberate dal vincolo e dai doveri della cura della famiglia. E’ anche, di conseguenza, l’estinzione della “spiritualità” del padre. Egli, rispetto al passato, frequenta maggiormente la casa, collabora nelle faccende domestiche, assolve i compiti prestabiliti, ma non ha più alcun peso nella conduzione della famiglia e nella scelta delle strategie educative. Ogni suo tentativo in tal senso viene infatti interpretato come tentativo di riappropriazione con violenza del suo antico ruolo patriarcale, sanzionato e vilipeso, insieme alla visione del padre spirituale ereditato dalla civiltà classica. La scomparsa del padre apportata dall’industrializzazione (Mitscherlich, 1963) è, “in sostanza, la dissoluzione dei riti e dei miti costruiti attorno alla sua immagine. La rarefazione della simbolica paterna annuncia il tramonto dello sforzo di civilizzazione e del senso della legge. In questo orizzonte semantico impoverito il padre tardo-moderno rassegna le dimissioni dal compito di iniziare il figlio alla realtà e alla vita associata”. E amen!


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La latitanza del “Padre” esige quindi di essere compresa non per l’abbandono volontario di un ruolo, ma, al contrario, per una costrizione. In tale chiave va letto il tentativo di “pluralizzazione” delle forme di convivenza esistenti, con la conseguente disgregazione dei ruoli, e la perdita delle funzioni di tipo educativo-normativo per l’utilità sociale della famiglia. L’attuale precarietà della figura paterna deve essere compresa esattamente come indice della contrazione della famiglia contemporanea, che perde il suo ruolo sociale. Negli anni ’50 del secolo scorso Talcott Parsons riconosceva alla famiglia, due fondamentali funzioni: la socializzazione primaria dei figli e la stabilizzazione delle personalità adulte. Oggi, marginalizzazione e contrazione affettiva della famiglia rendono più difficoltosa la costruzione della personalità. In questa cornice, il tradizionale compito del padre appare arduo se non impossibile. Debolezza del padre e fragilità della famiglia sono fenomeni complessi che possono essere interpretati quindi solo a procedere dalla considerazione dei mutamenti socio-culturali conformi alla nascente società industriale e dei consumi. La rivoluzione ridisegna la vita familiare e le stesse soluzioni abitative. Gli anni ’60-’70 del secolo scorso costituiscono una tappa decisiva per la destituzione dell’ordine simbolico tradizionale e in particolare per la contestazione del profilo istituzionale di matrimonio e famiglia. La protesta del ’68, quale espressione del disadattamento dei giovani e del senso di impotenza di fronte alla maggiore offerta di consumi e, più in generale, del disagio dell’individuo marginalizzato dalla società, mette in luce proprio la difficoltà della famiglia affettiva a produrre un adeguato processo di introduzione al mondo sociale.

Su questo sfondo va collocata quella fioritura della retorica che altera le idee marxiste col libertarismo di quegli anni. Un tentativo fantasioso di ricreare un immaginario sociale di cui si soffriva la mancanza. Nella stagione civile più recente, la miccia innescata del contrasto tra generi col pretesto della violenza maschile, accentua l’emarginazione della famiglia dalla società, separando coscienza e cultura, e causa l’attuale indigenza simbolica del padre. L’accelerazione del processo di disincanto del mondo realizzatosi mediante la supremazia della tecnica e il rifiuto di ogni fondamento trascendente fanno sì che si assista al definitivo congedo del principio esplicativo della realtà che assicurava la figura paterna: “fine delle grandi narrazioni”, “società liquida”, “cultura del narcisismo”, sono categorie ormai note per descrivere, con accettabile approssimazione, la condizione spirituale dei soggetti nell’epoca tardo-moderna. L’individuo, senza punti di riferimento, appare sempre più ossessionato dal problema dell’identità. Documento di tale ossessione è l’esorbitante attenzione accordata nel nostro tempo alla questione della rivendicazione del gender. La ricerca compulsiva della piena espressione del proprio potenziale in tutte le direzioni della sessualità, riflettono il crollo dell’univocità di orientamento già assicurata dall’autorità paterna. L’imperativo estetico sancisce infatti l’impotenza del padre di fronte al compito di iniziare i figli al mestiere di vivere.

Perdita del padre e necessità del suo ritrovamento per il processo di formazione dell’individuo ispirano il lavoro dello psicoanalista Luigi Zoja autore de “Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre”. L’odierno sbiadimento di tale figura causa il difetto di referenza simbolica dei legami sociali e la consunzione del patrimonio simbolico della legge e dell’autorità. L’opera di Zoja si prefigge di circostanziare una tesi centrale: il padre è in primis una costruzione culturale. Per diventare padre non è sufficiente generare, occorre un’intenzione esplicita, una decisione personale che è resa possibile dalle forme della cultura. Si prenda avvio dalla considerazione dell’era preistorica. Qui importa cogliere il salto decisivo che contraddistingue la specie umana in epoca paleolitica: la creazione di un nucleo monogamico stabile in cui il maschio riveste la funzione di protezione e cura della prole. Lì è la nascita del padre. La sua comparsa sancisce l’uscita dell’umanità dalla condizione dell’orda primordiale e segna il sorgere della cultura: egli infatti si presenta come intenzionalità e progetto. Gli studi in campo antropologico mostrano che mentre è possibile riscontrare una continuità del “naturale” nel femminile – quel naturale che conferisce al rapporto materno il carattere di simbiosi – per la paternità non è così. La paternità non è un semplice atto istintuale, non deriva automaticamente dall’atto generativo: “la paternità non consiste nell’attimo. Non solo nel generare, bensì in quell’essere padre in modo stabile che accompagna la crescita del figlio”. Diventare padre comporta l’intenzione di prendersi cura dei figli, implica quindi consapevolezza e responsabilità. In questo senso la paternità è gesto eminentemente culturale e principio di civiltà. Come tale non è dovuta, ma va conquistata. E’ un portato dell’evoluzione, contrariamente alla funzione generatrice della madre.


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L’epoca dell’antichità classica corrisponde all’età aurea del padre. È l’era del patriarcato in cui il padre appare come il custode della continuità delle generazioni. E’ l’era della vittoria del pensiero sulla pulsione: come nell’Odissea, dove Ulisse infatti valuta tempi e costi delle sue azioni, cerca di trarre profitto dalle situazioni, evita inutili rischi ed escogita sempre un’alternativa. L’Enea dell’antichità latina è il padre modello che incarna il valore della cura del legame tra le generazioni. Nella linea della cura del rapporto tra le generazioni si colloca il gesto dell’elevazione del neonato istituito dal diritto romano. Si tratta di un atto formale con il quale l’uomo si assume la responsabilità della paternità. Ma il gesto dell’elevazione è più di un atto giuridico: è celebrazione rituale mediante cui il figlio, strappato dalla madre-terra, viene elevato al cielo, ad maiora. Il gesto di suscipere, di innalzare, compiuto sempre e solo dal padre, rimanda al dono della vita sociale e morale. Con l’antichità classica si conclude il tempo della gloria del padre. Con la rivoluzione francese, e con il radicarsi della nuova mentalità forgiata dall’Illuminismo, il rigetto violento del monarca e di ogni figura istituzionale che si aggrappi pervicacemente all’asse verticale del potere sembra far decadere il padre-monarca. Cadono le teste e cadono i simboli. L’abolizione dell’ordine gerarchico è animata dal progetto di una società egualitaria, costruita sull’asse orizzontale al grido di liberté, égalité, fraternité. Secondo Zoja, il bisogno di padre persiste e sfocerebbe in maniera distorta nell’esplosione dei totalitarismi del ‘900. Le dittature sono espressione disfunzionale della nostalgia del padre forte e vincente: sono la celebrazione perversa del suo riscatto da una intollerabile insignificanza. Come illustrano l’iconografia e la statuaria, i dittatori si atteggiano a nuovi padri e posano tutti con il piglio del condottiero. Sentendosi investiti della missione di guida del popolo si fanno chiamare Duce, Führer, Conducator. La fine della Seconda guerra mondiale segna la resa dei conti per questa distorta figura paternalistica. Essa viene disonorata rovesciando la sua figura e abbattendo i simulacri del loro potere. L’azione simbolica è potente: radere al suolo ciò che il delirio fallico del dittatore aveva eretto.

Con la rivoluzione culturale del ’68 sul campo di battaglia della contestazione libertaria rimane quindi un padre depotenziato e sterile che non riesce a produrre né volontà né cultura. L’epoca contemporanea sancisce, come si è visto, il definitivo collasso psicologico del padre. Egli conta solo come figura di accudimento primario e di mantenimento economico. “Maternizzazione (mammo)” e “monetizzazione” sono i due versanti di un unico processo, ossia la “liquidazione totale” della simbolica autorità paterna per cessata attività. Il padre infatti non se la sente più di incarnare la funzione di guida autorevole capace di indicare la norma e iniziare alla vita associata. Il declino del padre in Occidente è il dissolvimento della spiritualità dell’elevazione del fanciullo che diviene adulto. La parabola storica del padre, la cui immagine è plasmata dalle forme della cultura, è sostanzialmente una storia di decadenza voluta dalla tipologia di quel progresso economico spacciato come unico possibile. La paternità è un atto della volontà, una scelta che ha sempre il profilo di un’adozione. Per questo sono indispensabili regole collettive e pratiche di vita che, mettendo in moto archetipi più forti dell’istinto, consentano di attuare la decisione di diventare padre. L’avvento di una società senza padre, senza più un argine simbolico che impedisca il tracimare del godimento “non temperato”, è segno manifesto di una civiltà che muore. Per questo il discorso sul significato del padre si è fatto urgente.

Ma che cosa resta oggi del padre, che si possa recuperare? Infatti svanito il fantasma del padre-padrone che si aggirava in Occidente al tempo della società gerarchica e disciplinata, ora nella società orizzontale compare il padre paritario e materno che cerca l’approvazione del figlio. Il drastico passaggio dall’autorità all’affetto ha cancellato il conflitto: padri e figli adesso si trovano sullo stesso piano. In questo orizzonte frantumato il padre non è più la stella fissa di riferimento né il garante della legge. E tuttavia la domanda di padre caparbiamente resiste, impera, emerge, trasformandosi in invocazione. Occorre concludere che del padre resta l’esigenza di significati affidabili che rendano possibile vivere e volere. La riflessione di Recalcati si concentra infatti sul padre come “resto” insopprimibile e non più come ideale soverchiante. Non più la rivalità, ma l’attesa del suo ritorno caratterizza il nuovo rapporto del figlio con la figura paterna. All’orizzonte è atteso un padre meno propenso a indicare certezze, ma più attento a rianimare il soggetto del desiderio di giustizia, dentro e fuori all’istituzione familiare, trasmettendo alle nuove generazioni ancora un po’ di fede nell’avvenire e la capacità di progettare il futuro. La legge paterna è quindi recepita come possibilità di accedere a un senso della vita. Quella che dovrebbe essere la prima legge, la legge delle leggi, il fondamento di ogni civiltà. E’ la legge che fonda il divieto dell’incesto, introduce l’impossibile come possibilità della volontà, rammentando però la dimensione di finitezza del vivere umano. Impedendo il soddisfacimento a oltranza della pulsione consente un processo di umanizzazione. Proprio la rinuncia al godimento senza limiti permette infatti all’individuo di pervenire al senso dell’umano, di dare significato e forma alla sua presenza nel mondo.


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È questo il nucleo della riflessione di Recalcati istruita dall’insegnamento di Lacan: “un padre è colui che sa unire, e non opporre, il desiderio e la legge”. La legge stessa appare dunque la condizione di possibilità dell’esistenza del desiderio. Essa impedisce al desiderio di scivolare nell’inconcludenza del godimento senza freni, ponendo un limite alla sua incandescenza distruttiva. E in questo senso si può intravedere l’intima ragione della feroce opposizione del mondo del consumismo al ruolo del padre, che ben accetta e favorisce invece la tendenza centrifuga del genere femminile, naturalmente e biologicamente avulso da tale ruolo, benché tenuto prima a tenerne conto e a distruggere, spesso, il legame col padre dei propri figli, nel tentativo ben riuscito di averli come complici nella ricerca della soddisfazione materiale di desideri consumistici alimentati dal ruolo di manutentore economico fino allo sfruttamento cui è ridotto il padre. Disintegrare la legge paterna, quella legge che non è pura interdizione, ma che dischiude la via alla possibilità del desiderio piuttosto che alla irrealizzabilità, è obiettivo comune del consumismo e del femminismo più becero. La madre àncora il figlio alla dimensione orizzontale terrena, il padre lo lancerebbe nella direzione verticale, verso il futuro e la trascendenza al di là dei delitti di un sistema. Il ritorno del padre costituisce il recupero di un’evidenza: la costruzione dell’identità personale non si realizza senza l’eredità paterna. La trasmissione della cultura come apertura ai significati del vivere e il dono della legge come istruzione per il cammino verso la libertà possibile sono le sfide aperte che i padri raccoglieranno, abituati storicamente alla lotta per il bene delle generazioni in divenire.


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