Ministro Bonetti, a che servono i centri antiviolenza?

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Elena Bonetti

di Fabio Nestola – Gentile Ministro Bonetti, mi aiuti a capire… Sono un semplice cittadino, senza particolari competenze di medicina, né di amministrazione della cosa pubblica, né di gestione sociale e politica delle emergenze. Però ho bisogno di capire alcune cose che stanno accadendo in questo periodo di pandemia, in particolare per quanto attiene alla ratio di alcuni decreti straordinari che erogano fondi pubblici. Sa, ho ancora il mio certificato elettorale, e lo custodisco gelosamente in attesa che prima o poi ci verrà concesso di tornare a mettere la croce su una scheda. Ormai non capita più da anni, ma voglio sperare che il diritto di voto non finisca per essere abrogato.

Quindi avrei bisogno di alcuni chiarimenti, se vorrà essere così gentile da fornirli, per orientare le mie scelte in occasione di una futura, chissà quando, tornata elettorale. A partire da marzo, “restate a casa” è l’appello corale diffuso da ogni fonte istituzionale. Parallelamente, però, è partita un martellante appello a chiamare il numero 1522, giustificato dalla teoria secondo la quale le donne chiuse in casa con gli aguzzini non avrebbero la minima possibilità non solo di uscire, ma nemmeno di telefonare per chiedere aiuto.


C’è un’unica certezza: “non è un buon segno”.


È l’interpretazione data al crollo verticale dei contatti ai centri antiviolenza: c’è l’incrollabile certezza che la violenza maschile aumenti con l’obbligo di restare a casa, l’incrollabile certezza che le vittime femminili siano più di prima, l’incrollabile certezza che non chiamino i centri antiviolenza solo perché materialmente impossibilitate a farlo. Quindi il calo di chiamate non è un buon segno, deve suscitare allarme. Dunque se aumentano le chiamate ai centri antiviolenza non è un buon segno, perché significa che la violenza domestica è in ascesa, dilagante, inarrestabile.

Se le chiamate rimangono stabili non è comunque un buon segno, perché significa che gli sforzi fatti, i fondi stanziati e gli appelli diffusi non sono sufficienti a far regredire il fenomeno. Poi crollano le chiamate, ma non è un buon segno neanche questo, perché significa che sicuramente milioni di donne vorrebbero chiedere aiuto ma non riescono a telefonare, proprio non riescono. Quindi è inutile fingere di interpretare i segnali derivanti dal flusso di chiamate, c’è un’unica certezza: “non è un buon segno” qualunque cosa accada.


Forse si sentono più tutelate da una divisa.


La teoria del calo di chiamate al 1522 in calo nonostante in questo periodo le donne ne avrebbero più bisogno di prima, viene contraddetta dalle stesse misure erogate. Visto che le vittime soffrirebbero di una oggettiva impossibilità di movimento,  si elabora un modulo per denunciare la violenza che possono ritirare in farmacia. Inoltre anche le notizie di cronaca smentiscono la teoria dell’impossibilità di denunciare gli aguzzini. Qualche esempio: Roma, 3 aprile: denuncia maltrattamenti in atto da 25 anni; S. Felice Circeo, 4 aprile: violenze in atto da oltre un mese; Messina, 4 aprile: vissuta in uno stato di assoggettamento; Roma, 6 aprile: denuncia maltrattamenti in atto da anni; Pedara, 5 aprile: violenze in atto dal 2017.

La cronaca quindi dice che maltrattamenti, vessazioni e violenze in atto da mesi, da anni o anche da decine di anni, emergono proprio in questo periodo, nonostante le vittime siano segregate e non riescano a contattare il 1522. Magari la reale utilità del 1522 è sovrastimata, è un delitto fare una valutazione di questo tipo? Le vittime dimostrano di fare ricorso liberamente a polizia e carabinieri. Forse si sentono più tutelate da una divisa che da un centro antiviolenza.


Le vittime ci arrivano da sole.


Quindi non è vero che siano impossibilitate a chiamare i centri antiviolenza, è vero che fanno scelte diverse. Ed sono proprio le scelte che la campagna martellante sul 1522 vuole orientare: “non scavalcate la rete dei centri antiviolenza, poi saremo noi a consigliarvi di chiamare la polizia, ma se la chiamate bypassandoci  delegittimate la nostra stessa esistenza”. Questo, non altro, mi sembra di leggere tra le righe. Le operatrici dei centri antiviolenza non hanno l’abilitazione ad effettuare nessun tipo di intervento, al limite possono consigliare chi telefona ad “intraprendere un iter giudiziario”, scrivono nei report che sporadicamente vengono pubblicati, ossia a denunciare il violento presso caserme e commissariati (N.B.: non ho mai scritto “presunto violento”, facciamo finta che tutte le denunce siano fondate e da ognuna sortisca una condanna del reo)

Se le vittime ci arrivano da sole tanto meglio, no? Gli intermediari non sono così indispensabili. Leggo quindi un allarme per il calo di contatti che nasce non dalla mancata possibilità di aiutare le vittime di violenza, ma dal sentirsi escluse dalla filiera salvifica. E dal timore che, qualora si insinuasse nella cittadinanza il dubbio che i centri antiviolenza non sono indispensabili come pensano di essere, possano assottigliarsi i fondi ricevuti. Come diretta conseguenza, Ministro Bonetti, vorrei chiederle chiarimenti in merito all’erogazione di fondi da lei recentemente disposta per decreto.


Lo chiedo da cittadino, da contribuente, da elettore.


Trenta milioni di euro sono parecchi, ma i centri antiviolenza sono ancora li a battere cassa. Ci vogliono fondi straordinari. A prescindere dall’opportunità, in questo momento, di distogliere fondi dagli aiuti alle strutture sanitarie per destinarli ai centri antiviolenza, siamo sicuri che l’Emergenza con la E maiuscola sia finanziarli anche in tempi lontani dalla pandemia? Non è che per caso sarebbe meglio assumere 100 ispettori del lavoro per controllare le misure di sicurezza in tutti i cantieri, allo scopo di debellare o almeno limitare il fenomeno delle morti bianche? Ci sono oltre 1000 morti sul lavoro ogni anno, cifra enormemente superiore ai femminicidi o presunti tali.

Oppure non sarebbe il caso di assumere ingegneri per controllare ponti e cavalcavia, che dopo il disastro di Genova non hanno affatto smesso di crollare? Con quei 30.000.000 non si potrebbero affrontare altre emergenze, che emergenze lo sono davvero? Lo chiedo da cittadino, da contribuente, da elettore. Ringrazio anticipatamente per l’eventuale risposta.


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