Per l’empowerment femminile si massacra la Leosini

Franca Leosini

di G. Tarantini. Finire sotto le cattive attenzioni dei gruppi di pressione porta costantemente a bufere mediatiche e a minacce di censura. Lo sta scoprendo sempre più la competentissima giornalista e conduttrice Franca Leosini, che a seguito delle critiche ricevute per le sue oneste e stimabili parole sul “femminicidio” si trova nuovamente invischiata in un caso di accuse da parte delle esponenti del femminismo. Il 14 giugno è andata in onda la puntata di “Storie maledette” dedicata al caso di Sonia Bracciale, la donna condannata a 21 anni di carcere per essere stata riconosciuta come mandante dell’omicidio di Dino Reatti, marito con il quale viveva da separata in casa a seguito di un matrimonio conflittuale in cui Sonia sostiene di aver subito maltrattamenti e abusi. A uccidere la vittima sono stati Giuseppe Trombetta e Thomas Sanna, rispettivamente amico e amante della donna. Il caso rimane tuttora controverso e ricco di punti poco chiari.

Conosciamo la serietà con la quale la Leosini affronta il tema della violenza e conosciamo l’onestà intellettuale con la quale svolge il suo lavoro. La capacità di dire ciò che pensa sia giusto non le manca e lo ha dimostrato durante la trasmissione quando, riferendosi a Sonia, ha detto che “la responsabilità ce l’ha anche lei come tutte le donne che non mollano il marito al primo schiaffone”. Ovviamente per le legionarie del potere rosa, pronte a captare il primo passo falso della oramai nemica conduttrice, la frase ha rappresentato un sacrilegio. Antonella Veltri, presidente di D. I. Re (Donne in rete contro la violenza), ha polemizzato dichiarando che la puntata di Storie maledette è stata “Un concentrato di insinuazioni, stereotipi sessisti, giudizi moralistici, colpevolizzazioni per la violenza subita, e giustificazioni del maltrattante“.


“I mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà d’espressione…”


Manuela Ulivi

Anche la presidente del CADMI, Manuela Ulivi, si è espressa dicendo che  “ciò che emerge prepotente e insopportabile è l’eterno giudizio verso le donne che non se ne sono andate per tempo dal violento. Neppure quando vengono ammazzate, si smette di giudicarle” ed aggiungendo che “Un programma del genere non sarebbe andato in onda se la RAI applicasse le raccomandazioni del GREVIO sull’applicazione della Convenzione di Istanbul in Italia”. Adesso già si parla di vertici RAI che interverranno e di commissione di vigilanza che pende sulla trasmissione. I gruppi di pressione del pensiero totalitario hanno sparato i primi colpi ed ora sono pronti a scendere in campo con l’artiglieria pesante: nemmeno un programma così serio e ben svolto da tanti anni si salva dalla grande censura che erge regolamenti e convenzioni internazionali come fossero stendardi. Ma proprio questi stendardi, nel caso specifico della Leosini, si dimostrano totalmente inutili ai fini di un’accusa, vediamo perché.


L’accusa  fa riferimento ad una presunta violazione della convenzione di Istanbul, una convenzione europea del 2014, strutturata in 81 articoli per la prevenzione e la lotta contro la violenza domestica e sulle donne. Ma se si va a leggere il trattato si scopre che la conduttrice RAI, nell’affermare quel concetto durante la conduzione del programma, è stata molto più in linea con i termini della convenzione rispetto a quanto li possa aver violati. Infatti nel comma 1 dell’articolo 12 la convenzione dice che “Le parti adottano le misure necessarie  per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’inferiorità della donna “ e nel comma 1 dell’articolo 17 si afferma che “Le parti incoraggiano… i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà d’espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”.


Femministe che blaterano a favore dell’empowerment femminile.


Se parliamo quindi di cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne al fine di eliminare le condizioni di inferiorità, poter dichiarare che una donna ha il dovere di allontanarsi da un uomo che la maltratta e sostenere che la stessa donna sia colpevole nel caso non lo faccia è sacrosanto da parte della Leosini. Inoltre, come possiamo leggere dal secondo articolo che ho citato, i media hanno indipendenza e libertà di espressione nel partecipare agli obiettivi del trattato. Non c’è dubbio che certe manovre di invettiva cadano spesso in qualche vizio di forma o in qualche contraddizione. Specie quando a muoverle è la smania di distruzione del nemico scomodo, e in questo vortice di accuse si è riusciti a travisare una vicenda che dovrebbe invece essere emblematica per una seria analisi dei rapporti conflittuali tra umani e della loro pericolosità.

Dovrebbe esserlo per consentire una comprensione più profonda di questi fenomeni complessi, che spesso si fondano su un dualismo di responsabilità e su di un’interdipendenza delle parti. Ma i pensieri totalitari sono pronti a schiacciare qualsiasi approccio onesto alla ricerca, specie nel caso in cui questa onestà dovesse risultare “di troppo”. Inghiottire il boccone amaro della colpa femminile è stato duro, specie perché tale colpa l’ha sottolineata una donna eretica che ha avuto il coraggio di pronunciarsi contro la parola “femminicidio”. Il giorno dopo Franca Leosini ha dovuto pronunciare pubblicamente una mezza ritrattazione delle proprie parole, precisando che il suo era un consiglio e che non voleva colpevolizzare nessuno, ma è paradossale che a forzare la sua libertà di parola, sostenuta da grande professionalità ed esperienza, siano state proprio quelle femministe che blaterano a favore dell’empowerment femminile. E che non esitano a indebolire le donne stesse al primo segno di eterodossia.


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