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Quant’è dura far politica nella distopia femminazista…

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persone_nardellaDario Nardella, il di nuovo sindaco di Firenze, è del PD. Dovrebbe dunque avere inscritto nel proprio DNA l’ossequio alle componenti femminili, alla parità di genere, alle pari opportunità. Insomma, già per appartenenza politica dovrebbe far parte del suo naturale codice comportamentale quello di rendersi zerbino delle pretese femminaziste, a partire da quelle per cui l’uguaglianza va stabilita negli esiti (parificazione forzata) e non nelle condizioni di partenza (meritocrazia). Eppure scivola su una buccia di banana fin dall’elaborazione della sua nuova Giunta comunale: la sua composizione non è conforme alla distopia stabilita per legge, ovvero che il 40% delle giunte dei comuni sopra i 3.000 abitanti debba essere composto da donne.

Nardella infatti ha presentato una Giunta con 7 uomini e 3 donne. Apriti cielo. Calcolatrice alla mano, le donne devono essere 4, non 3! Non per meriti particolari, non per professionalità o alto profilo etico, ma per il solo fatto di portare una vagina tra le gambe. Dunque non c’è altra soluzione che silurare un già nominato assessore portatore insano di mascolinità tossica e di batacchio tra le gambe, quand’anche fosse un luminare nella sua materia, per far posto a una fanciulla. Così avviene: Marco Del Panta viene sostituito da un’ex assessora all’ambiente, tale Alessia Bettini, che nella nuova giunta però si occuperà di urbanistica (praticamente l’opposto di ciò di cui si occupava prima…). Di contro, colui che è stato rimosso, appunto Marco Del Panta, è un ex ambasciatore con trent’anni di esperienza in diversi paesi esteri e nell’UE. Nella patria della distopia femminazista questo avviene veramente. Esiste davvero una legge (la 56/2014, articolo 1, comma 137) che impone la “quota rosa” del 40% nelle giunte comunali, a prescindere da ogni qualità o merito della persona.


Eppure Nardella scivola su una buccia di banana fin dall’elaborazione della sua nuova Giunta comunale.


Marco Del PantaLa cosa buffa è che Nardella, appartenente a uno dei partiti più servili a questo genere di distopia, se n’è dimenticato. E così l’assessore Del Panta resta in carica meno di Papa Luciani. Prendendosi un inaspettato siluro nel didietro non protesta, forse timoroso di trovarsi qualche lesbica inferocita di “Non Una di Meno” sotto casa. Nardella lo incontra per dargli la notizia del siluro e, si dice: “riceve da Del Panta, con grande senso di responsabilità, la disponibilità a rimettere nelle sue mani l’incarico di assessore ringraziandolo per la fiducia accordata”. La sincerità di tale resa si dice che venga asseverata da una fotografia di Del Panta sorridente, con un baffo viola disegnato in faccia, in ginocchio davanti ai ritratti di Michela Murgia, Laura Boldrini e Francesca Puglisi, mentre recita, percuotendosi il petto, l’ultimo report sulla Convenzione di Istanbul stilato da D.I.Re.


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Certo capita anche, quando si vive in una distopia orwelliana da “fattoria degli animali”, che chi di quote rosa ferisce di quote rosa rischi anche di perire. Succede a Forza Italia, quel morticino tenuto in vita dall’accanimento terapeutico del trittico rivale Toti, Tajani e Carfagna, in attesa che nonno Silvio decida di togliersi in qualche modo di mezzo per divorarne le spoglie politiche. A Monserrato, cittadina di 20 mila abitanti vicina a Cagliari, la lista per le elezioni comunali del partito di Berlusconi viene esclusa, e con lei la candidata sindaco Caterina Argiolas, perché non rispetta le quote di genere. Si dirà: ecco, solita mascolinità tossica, ci saranno stati troppi uomini, come nella Giunta Nardella. Invece no, a sbordare rispetto ai requisiti di legge sono state proprio le donne: 11 sui quindici nomi di candidati. Troppe, e la commissione elettorale esclude la lista a due settimane dalle elezioni.

varie_monserratodonnePoco male, si dirà: è un piccolo comune e si è trattato di un errore strategico o di una distrazione, come per il buon Nardella. Eppure il fatto non è irrilevante. Come si è notato più volte in queste pagine, la Sardegna è, più di altre regioni, un laboratorio cruciale rispetto ad alchimie femminaziste che vengono poi trasportate nel “continente”. Poche regioni contano centri antiviolenza, organizzazioni e associazioni accanite, determinate e voraci come quelle presenti nella nostra bell’isola, e gli esperimenti di commistione con la politica e altri snodi cruciali del potere pubblico sono tanti, audaci e particolarmente funzionali alle carriere di molte e al business generale che ne consegue.


Capita che chi di quote rosa ferisce di quote rosa rischi anche di perire.


Stavolta qualcuno ha però voluto essere più realista del re: non è insensato pensare che Forza Italia abbia ritenuto che la legge sulle “quote rosa” nelle liste elettorali fosse veramente solo “rosa”, a dispetto della Costituzione, e abbia composto le candidature per Monserrato inserendo a cuor leggero una vagonata di fanciulle. Ovvero non si è pensato che la legge richiede un equilibrio tra i generi e non un vantaggio purchessia per le donne. A questo arriva la distopia: l’interiorizzazione di uno pseudo-diritto come se fosse un privilegio. Posto che le “quote”, di qualunque colore siano, sono un infame strumento di sbilancio e ingiustizia, se la narrazione impone che esse debbano essere rosa, tutti, compresi gli esperti dei partiti, finiscono per pensarle in rosa. Schiantandosi poi contro la realtà, o meglio col paradosso della realtà stessa.

varie_fattorianimaliGli esempi della Giunta di Nardella e della lista di Forza Italia a Monserrato sono solo due campanelli d’allarme di ciò che saranno in futuro non solo la politica, ma tutta intera una realtà sociale ed economica dove tutti gli animali saranno uguali agli altri, ma alcuni saranno più uguali degli altri. Una distopia affermata a colpi di leggi e di una percezione diffusa della realtà dove sarà normale e ovvio che le quote siano rosa e gli uomini debbano cedere il passo a prescindere dal loro merito, magari pure scusandosi e martellandosi gli attributi per spegnere la loro mascolinità tossica. Si consoli dunque l’assessore-lampo Del Panta: rappresenta solo il pioniere di una pratica che diverrà a breve norma istituzionale (e peccato per l’aplomb diplomatico con cui si è lasciato silurare, era una bella occasione per rovesciare il tavolo…). E si consolino anche le pasionarie di Forza Italia di Monserrato: ci hanno provato ed è andata male. Ma non manca molto perché possano riprovarci di nuovo e con pieno, legittimo e legale successo.


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3 thoughts on “Quant’è dura far politica nella distopia femminazista…

  1. Se casi come quello di Monserrato capiterenno più spesso e faranno notizia, inizieremo a vedere pressioni sui politici per riservare il 40% dei posti specificamente alle donne, non più “minimo 40% per ciascun genere”.
    In Burundi funziona così e infatti hanno il 68% di parlamentari femmine: 40% debbono esssere femmine per forza, posti riservati! Il restante 60% è aperto a tutti e di questi posti quasi metà (28%) li hanno presi delle donne.

      1. La notizia e i dati sono reali, ma non è il Burundi bensì il Ruanda.
        Solo che Burundi suona meglio, rende meglio l’idea 🙂

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