Suicida in carcere: la sentenza del web è “uno di meno”

Aveva 53 anni il savonese in attesa di giudizio, dunque ancora del tutto innocente, che ieri notte si è tolto la vita nel carcere di Marassi, a Genova, impiccandosi nella propria cella. L’arresto era avvenuto a fine luglio a seguito della denuncia della compagna. Dopo un anno di relazione, l’uomo, alcolista e con precedenti gravi (era stato arrestato per tentato omicidio in passato), si era manifestato come violento: la spintonava contro i mobili provocandole delle ecchimosi. Accortasi forse un po’ tardivamente della natura non proprio retta del fidanzato, lei aveva deciso allora di troncare, costringendolo a vivere in una cantina. A fine luglio scorso lui l’aveva raggiunta a casa chiedendo di entrare a suon di pugni sulla porta. In quel frangente aveva minacciato di darle fuoco con la benzina. Una minaccia troppo grave: la donna ha chiamato la polizia e l’uomo è finito in carcere. Lì è stato accolto dalla popolazione carceraria con la cavalleria che ladri, spacciatori e assassini riservano per chi va dentro per maltrattamenti contro le donne, con l’epilogo suicida di ieri notte.

Una storia terribile, dentro cui sta un po’ tutto, dall’incapacità femminile talvolta di discernere tra uomini per bene e delinquenti, alle condizioni inaccettabili delle carceri italiane, passando per la devastazione della dipendenza dall’alcol e per personalità inclini alla minaccia e alla violenza (che fortunatamente restano estremamente minoritarie). E’ possibile fare qualunque ipotesi su come poteva finire lasciando l’uomo libero, ma resterebbero ipotesi. I fatti sono quelli narrati: per alcune ecchimosi e una minaccia, l’uomo era in carcere in attesa di giudizio. Che si sia suicidato o che “sia stato” suicidato dai suoi compagni di cella cambia poco: per legge era innocente. Come tale la sua morte meriterebbe per lo meno un po’ di silenzio, al massimo qualche valutazione generica sui contorni terribili dell’intera vicenda. Non la pensano così molte donne e molti uomini che infestano Facebook.

Per Sonia Pescatori è un sollievo: “uno di meno…”, dice. Una riflessione ripresa da molte altre utenti nello stillicidio di inumanità che ne segue. Ma c’è anche Roberto Cartini che si compiace di come la giustizia venga correttamente esercitata più in carcere che nei tribunali, intendendo la giustizia secondo il concetto di Roberto Cartini stesso, ovviamente. Marina May invece riserva al suicida ancora innocente un laconico “addio” pieno di sollievo. Proseguendo, il tono della mostruosità non cambia:

Franca Tamasso ritiene tardivo il gesto suicidiario dell’innocente, mentre Laura Romeo declina in modo personale, colorandolo di un insulto, il concetto già espresso precedentemente dell’uno di meno. Simona MarcoGabry fa le esequie a proprio modo, dicendo che l’uomo non “ci” mancherà, forse riferendosi alla moltitudine di persone inclusa nel suo nickname. Poi arriva il gaudio: “una buona notizia!”, così commenta il suicidio di un innocente Stefania Mariotto, a cui si accorda Roberta Dessì con un gioioso “Ottimo!”.


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Scendendo nei commenti il tono resta lo stesso: uno di meno, evviva, in carcere si fa giustizia davvero. Addirittura Annamaria Tarditi ritiene che il suicida si sia “giustiziato” da solo, come a dire che l’uomo era sicuramente colpevole, anche se nessun giudice si era ancora pronunciato in merito.

La conclusione è in grande: Selene Mura fa la portavoce dell’ex compagna del suicida e Memole Chiara conclude la rassegna dell’orrore con un sarcasmo originale e taglientissimo. Va detto, qualcuno di tanto in tanto prova timidamente a richiamare questa furia collettiva e mostruosa a un pizzico di umanità, ma senza successo. E non si registra alcun intervento del servizio #odiareticosta che, com’è noto, rimane riservato solo a specifiche manifestazioni d’odio.

Ma sono davvero mostri costoro? No, credo di no. E’ mostruoso lo strumento con cui esprimono la propria pochezza. Roba da osteria, idee da plebaglia, da zucche vuote senza possibilità di redenzione, persone che non hanno la più pallida idea di cosa siano i complessi meccanismi delle leggi e della giustizia che cercano di regolamentare i diritti e i doveri di tutti. Persone con un’utilità e un valore sociale prossimo allo zero, quando non inferiore ad esso. Gente così ce n’è sempre stata, ben intesi, e il mondo è andato avanti comunque. Il problema oggi è il megafono che hanno a disposizione, talmente potente da consentire loro di far conoscere a una moltitudine un’opinione che fino a poco tempo fa avrebbero espresso davanti a un bicchierozzo di rosso scadente, ricevendo pernacchie in risposta. Sono queste le legioni di imbecilli denunciate a suo tempo da Umberto Eco, nel condannare gli effetti devastanti del pulpito mediatico fornito dai social network.

Detto ciò, che dire del savonese suicida? Che era una vittima di questa società. Che con buona probabilità era un violento criminale. Ma io, da cittadino libero e responsabile, avrei voluto che a dichiararlo tale fossero stati dei giudici, e che avesse pagato le proprie eventuali colpe a norma di legge, senza che intervenisse una morte prematura e violenta, auto-inflitta o inflitta da altri. Solo con un approccio del genere, a mio parere, si evita la barbarie che arriva galoppando a mangiarsi il futuro, calcando le parole di una moltitudine di imbecilli liberi di esprimersi impunemente sui social network.


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