Un altro uomo morto. E non è un videogame

social justice warriorCinque anni fa esplose quello che venne chiamato “gamergate”. Pochi ne avranno sentito parlare, a meno che non siano molto giovani e/o appassionati di videogame. Si trattò di uno scandalo scoppiato nel mondo dell’industria dei giochi elettronici, dove tentò di penetrare quella sorta di massoneria esplicita raccolta sotto il nome di “Social Justice Warrior” (così si definiscono spregiativamente le persone con punti di vista asseritamente progressisti come il femminismo, i diritti civili, il multiculturalismo, le politiche di identità, e che nascondono sotto ad esse ambizioni e interessi personali). La punta di lancia fu la necessità di “ripulire” il mondo dei videogame da qualunque accenno sessista, razzista o omofobo. La solita buona intenzione usata per coprire obiettivi di dominio e denaro.

L’ipocrisia dell’operazione venne a galla grazie a un programmatore di giochi, Eron Gjoni. Lasciato dalla fidanzata Zoe Quinn (al secolo Chelsea Van Valkenburg), anch’essa programmatrice e social justice warrior, il ragazzo pubblicò sul proprio seguitissimo blog un post di più di 10.000 parole con cui spiegava al mondo chi fosse la sua ex. Ne risultò un ritratto non molto edificante: adducendo prove irrefutabili, Eron dimostrò che Zoe l’aveva tradito più volte e con persone diverse. Niente di male, capita. Il problema è che gli amanti erano tutti pezzi grossi del mondo del gaming, specie del giornalismo critico, che in quel settore aveva allora notevole voce in capitolo nel decretare il successo o l’insuccesso commerciale di un gioco.


Una massoneria esplicita raccolta sotto il nome di “Social Justice Warrior”.


zoe quinn videogameIl post di Eron spiegò alla comunità dei gamers il motivo per cui i videogame noiosi progettati da Zoe (ad esempio “Depression quest”, stroncato dalla community dei gamer) venissero sempre recensiti come dei capolavori irrinunciabili e nel contempo svelò che la ragazza sostanzialmente si vendeva per ottenere un successo che non meritava. Effetto collaterale: l’intera stampa critica di settore ne uscì massacrata, come un covo di soggetti incompetenti, corrotti e in malafede. Buona parte del motivo per cui non molti sanno di questo scandalo è che, come si confà a un settore così specifico, avvenne tutto sui social, nei canali dedicati al gaming. Il disvelamento del malcostume ottenuto dal post di Eron generò proprio su quei canali una vera tempesta di indignazione, che colpì i media del comparto e la stessa Zoe.

Milioni di utenti che si riversarono a criticare con ogni tono possibile, dal più blando ed educato al più aspro, la condotta della ragazza e dei suoi numerosi amanti influenti. Nel mucchio ci furono alcuni che indugiarono in insulti e minacce verso la giovane programmatrice. Questa fu una palla che Zoe e il suo circuito seppero cogliere al balzo, complice il fenomeno #MeToo che nel frattempo dilagava. La rivolta dei gamers verso un sistema inquinato rischiava infatti di espellere l’ondata dei social justice warrior dall’industria, che allora rispose con un battage comunicativo senza precedenti. Strumentalizzando la vicenda di Zoe, la community intera venne dipinta come un ammasso di fascisti, sessisti e maschilisti coalizzati contro Zoe “in quanto donna”. Per provare questa tesi a un certo punto venne fuori una valanga di messaggi che bullizzavano la programmatrice. Successivamente si scoprirà che si trattava di un’operazione organizzata dalla stessa Zoe per facilitare la propria vittimizzazione.


La ragazza si vendeva per ottenere un successo che non meritava.


gamergate videogameSul momento però l’operazione di ribaltamento della realtà riesce, Zoe diventa una paladina femminista contro la misoginia nel mondo dei videogame e ancora oggi il lemma “gamergate” su Wikipedia dipinge i fatti, seppure in modo prudente, secondo la versione di chi allora riuscì a soffocare lo scandalo. Di fatto, il comportamento incivile di un numero minoritario di gamers venne totalmente ribaltato su tutta intera la comunità. In sostanza si attuò la stessa operazione che vediamo attuarsi ogni giorno: alcuni uomini sono violenti con le donne, ma la narrazione è che tutti lo siano. Una semplificazione concettuale su poli opposti grazie alla quale moltissimi dal lato social justice warrior veleggiano su carriere che altrimenti, sulla base del solo merito, gli sarebbero precluse.

Zoe Quinn non fa eccezione. Sopito lo scandalo, diventa la più cercata programmatrice del settore. Ottiene in sequenza numerosi e ricchi incarichi in case di produzione (Polytron, DC Comics, Vertigo) che poco dopo curiosamente finiscono sul lastrico. Nel 2016 organizza allora una raccolta fondi online per finanziare un progetto chiamato “Kickstarted in the Butt”. Raccoglie così 85 mila dollari, che però sfumano in breve, non per pagare i collaboratori e produrre un nuovo gioco, ma per i suoi numerosi festini e viaggi. Il problema è che, anche quando frutto di una truffa e anche se si è donne e femministe, a un certo punto i soldi finiscono. Poco dopo, e ci avviciniamo all’oggi, Zoe annuncia di essere disoccupata e senza soldi. Le urge una soluzione.


Zoe diventa una paladina femminista contro la misoginia nel mondo dei videogame.


alec holowka videogameLa prima che le viene in mente non è quella di trovarsi un lavoro normale o di tornare a fare la spogliarellista, bensì è quella di cercare di acchiappare la punta ormai sfuggente e morente della coda del #MeToo. Scrive allora su Twitter, lunedì 26 agosto scorso, che circa dieci anni fa era stata perseguitata e molestata sessualmente da Alec Holowka, noto sviluppatore di videogame, personalità difficile e tormentata, oltre che lui stesso un social justice warrior. Naturalmente non c’è nessuna prova di ciò che asserisce, né alcuna denuncia formale alle autorità competenti. C’è solo un semplice tweet. Nonostante il fallimento del #MeToo causato dalle tante accuse sfumate nel nulla, dalle innumerevoli carriere (maschili) distrutte e dalle molte vite (maschili) perse, ancora Zoe prova a riattivare la ghigliottina pubblica sperando in un effetto promozionale per sé.

In cauda venenum, nella coda c’è il veleno, dicevano i latini, che sapevano il fatto loro. Infatti appena Zoe afferra la coda del #MeToo, il risultato è una devastazione. Il suo tweet esplode e viene condiviso ovunque, i media rilanciano, Alec Holowka viene crocifisso pubblicamente. Il femminismo militante e i guerrieri sociali lo aggrediscono con una ferocia senza precedenti. Pur in assenza di prove o denunce, grazie a un semplice tweet, il progetto a cui l’uomo stava lavorando viene istantaneamente cancellato, poco dopo viene licenziato ed estromesso dal circuito del gaming, dove viene additato come “abusante” (probabilmente dai molti e dalle molte che ambivano al suo impiego). Alec Holowka si suicida lunedì 2 settembre, dopo una settimana dal Tweet di Zoe.


Nessuna prova di ciò che asserisce, nessuna denuncia alle autorità competenti.


gameover videogameNel frattempo lei, la bella e letale Zoe? Ancora non si sa cosa abbia ottenuto. Per il momento ha disattivato il suo account Twitter, forse conscia di averla fatta grossa. E’ riuscita a dimostrare che utilizzare la “cura #MeToo” ormai corrisponde a evocare i demoni contenuti nel Necronomicon. Ha infine confermato che la causa del cancro maligno al cervello, ormai in metastasi, che affligge la società occidentale è riconoscibile nei social justice warrior e nel femminismo in particolare. Un bel disastro. Sapremo tra un po’ probabilmente se avrà posizioni di carriera importanti o se finirà in carcere per la sua condotta, ed è facile fare previsioni in questo senso. Ciò che resta è una lapide in più tra le tante già allineate sulla strada del politicamente corretto e della menzogna interessata del femminismo. Un’altra lapide che, naturalmente, porta il nome di uomo.

Nota: chi volesse approfondire la storia, può documentarsi con questo video, da cui questo articolo ha preso le informazioni.


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