Valeria, l’invidia penis, la colpa e il figlicidio

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LA FIONDA

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di Giacinto Lombardi. Valeria era un architetto di 34 anni in carcere da 5 per aver ucciso il figlio di un anno, la sua storia è raccontata da Maria Rita Parsi in “Cuore di mostro” del 2002. Perché lo ha fatto? Il bello di questo libro della Parsi è che a raccontarlo è la stessa protagonista, anche se lo stile delle varie storie è lo stesso e quindi è chiaro che, malgrado la prima persona, è l’autrice che mette in fila le parole. Era solo il 2002 quando è uscito questo libro. Ora non ne pubblicano più così. Ora fanno libri del tipo “Gli uomini sono bastardi”. La verità del protagonista è negata, tutto è visto con lo sguardo inorridito e feroce del narratore. Io credo invece in chi fa parlare i cuori di mostri restituendo loro la dignità della narrazione e dell’autonarrazione. Un racconto vero di gente che non cerca giustificazioni, non nega i fatti, non cerca sconti di pena ma finalmente trasforma la parola delle armi in arma della parola. Se lo avesse fatto prima, se avesse potuto raccontare prima il suo dolore e il suo odio verso il mondo forse non avrebbe avuto bisogno di uccidere.

Dal racconto emergono due verità, una razionale e l’altra esoterica. Quella esoterica è la più inquietante: parla di un destino segnato, di un qualcosa di oscuro che pende sulla vita umana al di fuori della responsabilità del soggetto, qualcosa di orribile che la legge non contempla e non può punire e perseguire. Valeria frequenta una cartomante che si spaventa a vedere le sue carte, la dichiara nata in gabbia, vittima di una fattura a morte lanciata su di lei forse da una amante abbandonata dal padre, che si è vendicata così sull’uomo e sui suoi figli. La stessa cartomante non riesce con le sue forze a scacciare la fattura e la invita a recitare il rosario. Lo recitano insieme, il rosario scaccia per un po’ i suoi pensieri truci, ma poi tornano in auto verso casa. Riprende la corona in mano e si calma di nuovo ma poi arriva a casa e la madre l’aggredisce perché trascura i gemelli e va dalle fattucchiere. Lei ha una crisi di nervi, la picchia a sangue e fugge via, passa la notte su una panchina in un parco in compagnia di un gatto e un barbone ubriaco addormentato.


“Mi sentivo brutta, grassa, senza futuro”.


La curano con gli psicofarmaci ma si rifiutano di ascoltarla, forse perché sospettano l’indicibile che occupa la sua mente, e cioè che non ama i suoi figli e non li sente come suoi. Li sente come estranei, magari fratelli e comunque rivali, ostacoli alla sua realizzazione professionale. Un ostacolo al grande sogno che la accompagnava dall’infanzia e cioè che poteva essere un architetto più bravo di suo padre, che quello studio aveva fondato e portato al successo. Chissà, forse il padre, la madre, il marito sapevano che lei era un genio ostile in quello studio, brava ma ostile. La sua rivalità disturbava la serenità del lavoro di gruppo anche se un certo livello di emulazione va bene ma entro i limiti della collaborazione e del proprio ruolo.

Lei stessa ammette: “mi sentivo brutta, grassa, senza futuro, rifiutavo di prendermi cura dei bambini e di me, piangevo sempre e volevo morire. Mio marito non mi riconosceva più, non ero più la Valeria da lui tanto amata e madre dei suoi bellissimi bambini: ero diventata una persona nevrotica, depressa e allo stesso tempo aggressiva che vedeva in lui un nemico. Una donna che invidiava la sua libertà di uomo”. Vuole tornare al lavoro, in quello studio che le spetta di diritto, a quel progetto di una moschea dove le sue idee erano state determinanti per vincere l’appalto, ma tutti temono che il suo stato mentale possa essere di grave turbamento per lo studio stesso. A questo punto, due sono i demoni che la posseggono: l’invidia penis e il senso di colpevolezza. Un’invidia che per una bambina è l’invidia per un organo che lei non possiede, ma da grande è l’invidia per tutto ciò che il fallo rappresenta: le grandi costruzioni degli uomini, le case, le chiese, le cattedrali, le moschee, le strade, i ponti, le scuole, gli ospedali e quello che c’è dietro: scienza, arte, letteratura, filosofia, ambizioni, abilità… Tutto ciò che esce dalla terra e si erge verso il cielo è maschile, è espressione del genio maschile, simboleggia il suo sesso geniale e orgoglioso, prolifico e divino oggetto dell’invidia del femminile il cui sogno più grande è appropriarsene togliendolo ai maschi in modo che lei si senta potente come un maschio e il maschio si senta un eunuco come una donna.


Nascondere il proprio fallimento come donne e come madri.


La battuta di arresto della carriera a causa della doppia maternità per Valeria appare come una vera e propria castrazione non compensata dall’orgoglio di aver messo al mondo due figli bellissimi, emerge una collera furiosa contro tutti: la madre che le rinfaccia di essere una madre snaturata che non ama i suoi figli, il padre che ama i nipoti invece della figlia, il marito che si è imposto nello studio del padre a posto della legittima erede, i figli che sono la vera causa della sua esclusione dallo studio: la privazione del fallo sociale che si era faticosamente conquistata. A questo si aggiunge il senso di colpa e di vergogna di non essere una buona madre, di rifiutare il frutto del suo ventre, di essere diventata intrattabile e pericolosa. L’impossibilità di scaricare il senso di colpa, non trovare nessun complice che raccogliesse i suoi malumori è forse la causa più potente della depressione e di quello che sta per fare.

Oscuri pensieri affollano sempre più la sua mente finché un giorno si fa dare i due bambini dalla bambinaia, va verso il balcone e li butta giù, uno muore l’altro si salva. Forse stava per buttarsi giù anche lei ma gli altri accorrono e la trattengono. I suicidi delle donne rimangono molto spesso tentati e falliti. Valeria sembra l’antesignana del femminismo carrieristico dei nostri tempi, l’invidia per tutto ciò che gli uomini hanno costruito, l’appropriarsi di ciò che è nato dal genio e dal sudore degli uomini per puro diritto di nascita, la folle gelosia che esplode ogni volta che si vedono uomini in posizione di prestigio, pretendendolo per sé per il solo fatto di essere donna. Una furia che serve a nascondere il proprio fallimento come donne e come madri, insieme  alla pretesa femminilizzazione del maschio che deve stare a casa con i bambini ma senza i diritti delle madri, senza l’opzione donna, le quote azzurre, l’assegnazione della casa e dei figli in caso di separazione.


Era meglio quando si chiamava peccato originale.


Nascondere la colpa e il sentimento di colpevolezza sono la chiave di lettura del femminismo non ancora esplorati. Tutto il femminismo è qui, proiettare colpe e fallimenti, senso di colpa e di inadeguatezza su un fantomatico patriarcato che invece è ciò che ha fatto crescere le donne permettendo tutele e offrendo istruzione e vantaggi. Il femminismo è forse soprattutto spostamento e condensazione del senso di colpevolezza e di inadeguatezza: proiezione dell’inadeguatezza sui maschi considerati sempre indegni del loro ruolo e condensazione nel mito del patriarcato visto come la causa oscura dei propri fallimenti e dei propri dolori. La colpa è una materia oscura che si manifesta come angoscia incomprensibile e irragionevole e che trova momentanea pace quando la si può scaricare su qualcuno. In questo momento gli uomini sono il bersaglio facile su cui proiettare il senso di colpa e sentirsi sollevate.

Dall’altra parte c’è il maschio, il nuovo Masoch, sempre pronto a cedere a ogni richiesta femminile, quali sensi di colpa dobbiamo scontare? A quale super-io matriarcale gli uomini rispondono? Da quale amazzone, da quali Erinni infuriate i maschi cercano di fuggire o di nascondersi? Non c’è in realtà una colpa vera. C’è solo nell’inconscio collettivo l’angoscia di una oscura colpa da espiare, una volta si chiamava peccato originale oggi si chiama maschilismo. L’oscura colpa trova in ogni epoca qualcosa a cui aggrapparsi per poter essere controllata. Ma era meglio quando si chiamava peccato originale, almeno allora i due peccatori si prendevano per mano e affrontavano l’età adulta, l’età della responsabilità senza giocare a scaricarsi la colpa gli uni sugli altri.


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