Violenze e lockdown: il Sole24Ore e ISTAT giocano con dati farlocchi?

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Cristina Da Rold
Cristina Da Rold

di Alessio Deluca. Ci risiamo: il “Sole24Ore” colpisce ancora. E lo fa con una vecchia conoscenza di questo blog, quella Cristina Da Rold presa già due volte in castagna (qui e qui) e che pare non voler demordere. Evidentemente ha deciso di rappresentare la propaggine femminista all’interno del quotidiano confindustriale, che in qualche modo avrà il suo tornaconto nel lasciarle scrivere le sue “veline” conformi e irregimentate. Stavolta il tema sono le violenze degli uomini sulle donne durante il periodo di lockdown, e la Da Rold lo sviluppa come da sua abitudine.

L’articolo si apre con una sfilza di bellissime infografiche interattive, che se ci vai sopra ci puoi pure giocare cambiando le periodizzazioni e tutto il resto. Comunque le giri, l’impressione che si ha è, ovviamente, che durante la quarantena l’Italia sia diventata una sorta di mattatoio di donne, una vera e propria carneficina domestica. Segue il commento della Da Rold, che è notevole. Per intenderci, siamo al livello di “le richieste di aiuto sono raddoppiate, quelle via chat sono quintuplicate“. L’autrice è una cronista che scrive “tranquill*”, con l’asterisco, per non essere discriminatoria dal punto di vista del genere. Ecco, parliamo di quella roba lì.


Roba che nessuna redazione seria prenderebbe mai in considerazione.


Fa qualche concessione alla ragione, la Da Rold (forse sa che teniamo d’occhio i suoi articoli): “l’aumento delle telefonate non significa necessariamente l’aumento della violenza”, scrive, bontà sua. Certo le poche concessioni sono sempre seguite da un “ma” e da un’ipotesi: forse più donne hanno preso coraggio, forse anche le chiamate di richiesta informazione nascondono delle violenze… Insomma il messaggio è: prendete nota, il 1522 è utilissimo! Anche quando, quasi sempre, si limita a indirizzare le persone ad altri servizi (come accaduto anche nei nostri test), cioè quando fa da semplice passacarte, è fondamentale! Sia per le violenze nuove che per quelle vecchie: addirittura, dice la Da Rold, sono 4.236 le situazioni di violenza domestica che durano “da anni”. Praticamente in Italia forze dell’ordine e tribunali non esistono se da anni sono così tante le situazioni di violenza comprovata che non si risolvono.

Insomma siamo nel tipico mondo fantastico della narrazione femminista atta a vittimizzare le donne e criminalizzare gli uomini, in un contesto di allarmismo dilagante. Come da regola giornalistica nazionale, poi, la Da Rold senza remora parla di “vittime” e non di “presunte vittime” e “responsabili delle violenze” coloro che sono stati oggetto della segnalazione (e che sono innocenti fino a sentenza). Lo fa usando come base i dati forniti proprio da quel 1522 la cui pressoché totale inutilità abbiamo testato due volte (qui e qui). Dati non verificati, forniti da soggetti privati interessati a ingigantire il problema per mostrare che il loro servizio è utile e va quindi costantemente e ampiamente rifinanziato. Roba in un tale conflitto d’interessi che nessuna redazione seria la prenderebbe mai in considerazione, eppure la Da Rold e il “Sole24Ore” lo fanno.


Vivere in questo paese sta diventando psichedelico come un romanzo di fantascienza.


Certo ormai dai media mainstream ci si può attendere di tutto, specie su questi argomenti, e infatti il problema è un altro. Dice in un punto la Da Rold: “Sono i dati pubblicati in questi giorni da Istat”. Cosacosacosa? ISTAT ha pubblicato dei dati sulle violenze durante il lockdown? Corriamo subito a vedere di che si tratta. E si casca dalla padella alla brace: nella pagina dedicata, ISTAT non pubblica rilevazioni proprie, ma si limita ad acquisire proprio i numeri della banca dati del 1522 gestita da varie associazioni e centri antiviolenza, e a presentarli come se fossero affidabili. In sostanza, in quanto ente pubblico di statistica, dà la “benedizione” a dati senza capo né coda, raccolti da soggetti esentati da qualunque tipo di controllo. È a mala pena accettabile che un quotidiano utilizzi quei dati, ma l’ISTAT no, non dovrebbe. O per lo meno, prima di farlo, dovrebbe sottoporre i dati a un rigorosissimo controllo.

Così pensiamo noi normali e piccoli cittadini. E visto che la paginetta di commento dell’ISTAT riporta tre indirizzi email in calce, tramite il responsabile del blog abbiamo pensato di porre a costoro, in aggiunta al Presidente dell’Istituto, alcune domande precise in questo messaggio. In sintesi: prima di far propri quei dati, come l’ISTAT ha controllato la loro veridicità ed effettività, per escludere falsificazioni o manomissioni? Ha l’ISTAT incrociato quei risultati con gli esiti di altri strumenti di misurazione, ad esempio dati provenienti dalle Forze dell’Ordine? Quante risorse ha dedicato l’Istituto a quel tipo di verifica? Come fanno a sapere (lo riporta anche la Da Rold) che 695 delle millemila chiamate sono esitate in denuncia vera e propria? In base a quale norma l’ISTAT acquisisce e fa propri dati raccolti da soggetti privati? Ma soprattutto, come hanno controllato la veridicità dei dati se i contatti al 1522 sono anonimi? Abbiamo inviato la nostra email domenica scorsa e ci è stato risposto proprio ieri. Una risposta talmente interessante che ad essa abbiamo dedicato l’imperdibile articolo che uscirà questo pomeriggio, dove sveleremo che tipo di giochetto a rimpiattino facciano la sezione femminista dell’ISTAT e i media con questi dati. Lasciamo un po’ di suspence, insomma, come fa la Da Rold in fondo al suo articolo, quando dice che alcune donne hanno denunciato e poi ritirato la denuncia per una ragione che ci svelerà nel suo prossimo articolo. Possiamo già supporre quale esercizio di fantasia vi sarà espresso, ma non vediamo comunque l’ora di leggere le sue rivelazioni e di commentarle a stretto giro.


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