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Violenze in famiglia. Meglio non capire?

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LA FIONDA

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di Giuseppe Augello – Michela Fiori era operatrice per una cooperativa che si occupa di assistenza domiciliare per conto del Comune di Alghero. Marcello Tilloca, ex marito già in fase di separazione voluta dalla moglie, reo subito confesso, l’ha uccisa. Dicono che c’era un coltello anche sul luogo del delitto, non si sa ancora chi lo avesse impugnato. Invece Tilloca le ha stretto il collo fino alla fine. Dicono dopo avere preso i bambini da scuola e averli accompagnati dalla sorella. Ma si dice anche che poche ore dopo aver ucciso la moglie e aver adagiato il suo corpo senza vita sul letto, sia uscito, sia andato a prendere i bambini che giocavano a calcio e poi con loro sia tornato a casa. Li ha chiusi nella cameretta e loro lo hanno sentito piangere disperatamente. Marcello Tilloca aveva chiesto disperatamente di conferire col legale della separazione, per ridiscutere l’accordo. Senza esito, dato che si approssimavano le ferie. Dicono che forse aveva già ucciso, probabilmente per evitare che si adombri l’evitabilità della tragedia. Tutto è confuso, i media si sbizzarriscono. Dicono che dopo avere portato i bambini a casa, abbia aperto la porta e li abbia fatti uscire. Il più grande ha persino intravisto la mamma ma ha pensato che fosse addormentata e ha seguito il padre che li ha quindi accompagnati dalla zia prima di costituirsi ai Carabinieri. Sono dettagli che fanno venire i brividi ma, dicono, non per l’oltraggio letale alla umana e razionale coscienza, o alle meravigliose doti intellettive umane, ancora una volta perse in un abisso tragico, ma perché se uno dei due bambini si fosse staccato dal padre e fosse corso nella camera da letto per abbracciare o giocare con la mamma avrebbe potuto accorgersi che era morta e non addormentata. La coscienza della sua perdita poteva innescare una tragedia maggiore?

Dicono anche che Michela Fiori si fosse rivolta ad un centro antiviolenza. Infatti l’uomo aveva già mostrato un lato violento, perché, dicono, aveva derubato un figlio del cellulare per chiedere il riscatto di 300 (?!?) euro alla madre. Dicono che lei l’avesse denunciato alla polizia, ma la procura e la polizia negano di avere raccolto una denuncia. Dicono allora che la donna non avesse denunciato perché bonariamente non credeva all’irreparabile. Ma dicono poi invece che temesse per la sua vita. A chi credere? Ora, non esiste un centro antiviolenza lì vicino ad Alghero. Così si scopre che non di un centro antiviolenza si trattava ma di un “punto di ascolto”. Scopriamo però che tale punto di ascolto era stato aperto il 25 novembre 2018, appena 15 giorni prima dei fatti. Michela Fiori, quale operatrice di assistenza domiciliare, frequentava gli ambienti dell’amministrazione comunale e conosceva probabilmente l’assessore alle politiche sociali Lalla Cavazzuti. D’altronde Alghero è una cittadina di 40.000 abitanti. L’assessore aveva sposato l’idea di aprire il centro unitamente a Gabriella Esposito, assessore con delega a Istruzione e cultura e Ornella Piras, assessore allo sviluppo economico e delle attività produttive. Alla sua apertura in pompa magna, il 25 novembre, erano presenti anche le consigliere comunali Giusy Piccone (gruppo per Alghero), Franca Carta (Gruppo democratici per Alghero) ed Elisabetta Boglioli, la quota rosa dell’amministrazione comunale al completo. Tutti non appartenenti all’area governativa nazionale, essendo tendenzialmente la Regione Sardegna ancorata alla passata politica governativa.

A me sembra più probabile che Michela Fiori avesse più semplicemente detto, nel suo ambito, come si stesse separando, con l’esasperazione che accompagna tante simili situazioni. Ma sui media è passata la versione più utile a mostrare quale collegamento diretto ed efficiente esista tra il rivolgersi ad un centro antiviolenza e il rischio di “femminicidio”. Che non è stato affatto evitato, come non sono stati evitati altri simili delitti, ancorché di numero statisticamente inferiore in Italia su scala mondiale, dai 50.000 ricorsi di donne ai centri antiviolenza vantati in questo paese dalle associazioni come D.i.Re. Solo in Dicembre 2018 altri tre “femminicidi” o tentati “femminicidi”. Ma non sono state evitate simili o più orride tragedie neanche quando attuate dal genere opposto. E non solo di “maschicidi” si tratta, tanto per sgombrare il campo dal sospetto che si faccia a chi conta più morti. La storia tragica di Catania e del bambino di tre mesi sbattuto per terra e ucciso da sua madre, una ragazza di ventisei anni, secondo le accuse e le notizie fin qui disponibili, annerisce ancora di più la cronaca già nera. Il nome completo della donna viene per lo più oscurato dai media, così come nel caso della madre detenuta che lancia i due figli nel vuoto a Rebibbia. Tornano in mente, per involontarie associazioni di sangue, vicende collaterali già cristallizzate, mentre questa è ancora da chiarire. Veronica Panarello condannata per l’omicidio di Loris. Giusy Savattaassolta dall’accusa di avere ucciso volontariamente, perché dichiarata incapace di intendere e di volere, dopo lo strazio delle sue figlie. Diverse le storie. Senza fondo il dolore che segue. Valentina, l’infanticida di Catania, era una ragazza-madre che rifiutava il padre di suo figlio ma stranamente lo ha evocato prima di uccidere il figlio.


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Di Marcello Tilloca si dice invece che “si tenta di diminuire la responsabilità dipingendolo come un disturbato”, mentre era un violento e basta! Come migliaia, milioni di uomini. Disturbate e folli devono essere le madri infanticide. All’uomo sta bene la pena di morte, civile o fisica. Della mamma di Catania si hanno le prime consulenze psichiatriche, battute a iosa da giornali e agenzie, che offrirebbero di fatto il bollettino di un caos pregresso: “l’affettività appare molto disturbata. E’ presente uno stato depressivo, espresso con inibizione psicomotoria, appiattimento emotivo e assenza di risonanza emotiva alla realtà circostante. Non manifesta disperazione per la perdita o per la colpa”. “E’ stato un incidente, mia figlia amava tanto suo figlio, lo ha voluto con tutte le sue forze”, queste le parole del padre della ventiseienne, riportate dall’Ansa. Dopo il parto, dichiara invece agli inquirenti un’amica di famiglia, Valentina inizia un periodo molto difficile, più volte ripete di non volerlo quel bimbo, che non sarebbe mai dovuto nascere e che avrebbe preferito “una femmina”. Sintomo dell’odio covato verso il maschio-padre rifiutato la cui immagine si rispecchia in quel maschietto inerme? Non lo sapremo forse mai.

Il professor Daniele La Barbera, psichiatra, dice: ”non è possibile dare una spiegazione univoca a un’azione tremenda come quella di una madre che uccide suo figlio. Le tensioni che provocano un epilogo talmente drammatico sono varie”. Ed è qui che si piomba nel buio. Perché succede, quando succede? Daniele La Barbera prova ancora a rispondere: “si tratta di fatti che, ovviamente, non hanno giustificazione, ma che possono dipendere da alcune motivazioni”. Il professore tratteggia un elenco sommario: “la vulnerabilità, la fragilità, la circostanza di non sentirsi adeguate al ruolo materno, una gravidanza non desiderata, la presenza di un’alta conflittualità col partner che può condurre a un’idea atroce di vendetta… Parliamo certo di avvenimenti estremi e temperamenti specifici, tutto può sfociare in una rabbia impulsiva e incontenibile, per esempio, durante il pianto di un bambino. Non è un fenomeno nuovo. Purtroppo, i figlicidi ci sono sempre stati” (!!!). E si possono prevenire? Nemmeno l’uomo che prova a districarsi nel labirinto della mente umana si sente al sicuro. Dice La Barbera: “la prevenzione non è facile, non è semplice intercettare simili eventualità. Se ci si riesce, è necessario agire tempestivamente, prima che il disagio si trasformi nell’irreparabile. Altrimenti…”.

Come viene descritto dunque il caso? Un dramma della mente. “Le notti di Valentina sembrano infinite, quando il bimbo piange lei non si alza, lo lava raramente. Nella sua mente c’è già il germe della depressione. Il nonno del bimbo prenota una visita psicologica al Dsm di Catania, ha capito che qualcosa non va nella figlia”. “La ragazza – scrivono gli inquirenti – aveva palesato fin da subito un atteggiamento di insofferenza e di malessere nei confronti del bambino”. Valentina, sembra entrata in un tunnel dal quale nessuno riesce a farla uscire, neanche suo padre, che più volte minaccia di toglierle il bambino “a seguito dei maltrattamenti che gli infliggeva e del fatto che dimostrava costantemente di non accettarlo e che avrebbe preferito una femmina”. Scrive infine il perito della Procura di Catania, contraddittoriamente: “non si evidenziano alterazioni delle funzioni cognitive di base quali attenzione, memoria, percezione e ragionamento, non si apprezzano inoltre disorganizzazioni formali del pensiero né contenuti patologici come deliri o interpretazioni deliranti. Di contro, l’affettività appare molto disturbata”. Folle o criminale?


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La mattina dell’omicidio Valentina – racconta un’amica – è “più agitata e nervosa del solito, urla e pretende che suo padre torni subito a casa per accompagnarla in un posto”. La sua rabbia cresce, non appena apprende che non potrà andare dove voleva. In quel momento, il bimbo viene accudito costantemente dalla nonna. Lei, Valentina, è davanti al computer. Il bimbo piange un po’, interviene la nonna, poco dopo viene preso in braccio dalla madre. Entra nella stanza da letto, la porta si chiude. In quel momento, mentre vede “tutto nero”, Valentina diventa una madre assassina. Stavolta, la cronaca abbonda di particolari che tracciano in modo certo l’inspiegabilità razionale del gesto, e quindi della follia. Ma l’essenza del modo nel quale dovremmo rivolgere la nostra attenzione alle vere vittime di efferate violenze endofamiliari, si palesa nei figli della coppia Fiori-Tilloca. Qual è la loro reazione? Il più piccolo ha chiesto: “Ma papà dov’é? Ok, la mamma è morta ma lui dov’è? Perché non ci tiene papà anziché voi?”. Gli hanno spiegato che è in carcere perché gli stanno facendo tante domande perché vogliono capire se la mamma è morta per una caduta o se è colpa del papà. E l’ingenuità e l’innocenza di un bambino si fanno sentire due secondi dopo: “sì ma comunque si possono dare dei soldi così papà esce dalla prigione”. La cauzione all’americana nell’immaginario di un figlio che vorrebbe tornare alla sua vita di sempre potrebbe essere la soluzione giusta. Ma purtroppo non sarà così.

E diventa difficile, veramente difficile, pensare a un bambino che in simili circostanze pensa solo a ricongiungersi col papà, tale “mostro” di violenza, che solo col linciaggio postumo, (perché quello preventivo repressivo e giudiziario dell’uomo, tanto auspicato, ha fallito in pieno) può saziare le folle e le schiere femministizzate. Ora quei bambini avranno una nuova vita a Genova, in una casa più grande che gli zii stanno già cercando. Una nuova scuola, nuovi amici, una nuova scuola calcio. “Ma le vacanze estive assolutamente ad Alghero, dice la nonna, glielo abbiamo dovuto promettere e questo un po’ li ha rincuorati”. Perché entrambi, ma soprattutto il grande, stavano facendo resistenza. Non volevano allontanarsi dalla loro casa, dove pure avevano vissuto coi due genitori insieme. Insieme genitori. La donna rivoltasi all’antiviolenza di genere e il mostro femminicida senza un perché. Violento senza una spiegazione. Il sindaco di Alghero, Mario Bruno, ha emesso un’ordinanza per lutto cittadino e ha disposto l’esposizione sugli edifici pubblici delle bandiere abbrunate o a mezz’asta. L’ordinanza ha invitato a osservare una pausa di silenzio nei luoghi di lavoro durante le esequie, dalle 10.30 alle 12.30, chiedendo agli esercizi commerciali e ai pubblici esercizi di abbassare le serrande in quello stesso arco di tempo. Niente di simile per il figlioletto ucciso dalla madre Valentina di Catania. Non una manifestazione di cordoglio istituzionale. Niente. Fatti che coinvolgono raptus primordiali, istinti legati ad emozioni sconvolgenti, che la psichiatria da tempo analizza e cerca di spiegare, nel tentativo di una trattazione ben più seria e una prevenzione più efficace in un quadro di igiene mentale sociale che analizzi l’istituzione familiare oggi, sotto attacco e in estinzione. Fatti dati in pasto al pubblico con conveniente squilibrio, per la morbosità generale, aizzata da una politica follemente interessata solo al ben più remunerativo scontro tra i generi.


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11 thoughts on “Violenze in famiglia. Meglio non capire?

  1. L’uxoricidio di Alghero ha dato la stura alle solite note e al sindaco di Alghero che è parecchio in difficoltà. Mai visto una strumentalizzazione del genere su una tragedia, con LaNuovaSardegna che ci é andata a nozze.
    Uno schifo totale.

  2. sono due omicidi molto diversi, però condivido il ragionamento di Augello sull’approccio assolutamente antitetico della stampa
    in entrambi i casi.
    -Nel caso di Tilloca, per quanto è dato sapere si tratta di un tristissimo uxoricidio derivante da una crisi coniugale irrisolta e mal mediata dai soggetti che avrebbero dovuto curarsene. La tipica crisi endofamiliare che sfocia in gesti di questo tipo. Non
    mi risulta sulla base di quanto ho letto che Tilloca fosse un violento, probabilmente era diventato minaccioso una volta che era stato messo a conoscenza della decisione netta della moglie di separarsi per la faccenda della dipendenza dal gioco.
    . resta il fatto che due bambini hanno perso la loro madre e non vedranno più il padre.

    il caso della Panarello è molto brutto, la stessa siciliana venne incastrata grazie a sofisticati sistemi di controllo dei
    suoi spostamenti in paese (venne usato il gps del cellulare) in modo tale da far crollare il suo falso alibi.
    persona pericolosissima e lucida anche nel post delitto.
    Su di lei così hanno scritto nelle decisioni di condanna:

    Il giudizio è netto: “La condotta processuale della donna è stata deplorevole, reiteratamente menzognera, calunniosa, manipolatrice. Va assolutamente confermata e fatta propria in questa sede la definizione laconica del giudice del riesame nella persona dell’imputata: ‘Lucidissima assassina’”. Ancora più duro Reale:
    “All’esito del processo l’espressione appare persino benevola perchè oltre alla evidenza della piena capacità di intendere e di volere dell’imputata dal momento del fatto, questo giudice ritiene di potere evidenziare la pravità d’animo con la quale la donna, senza alcuna pietà e senza un benchè minimo pentimento, neanche dopo avere commesso il più innaturale dei crimini, ha occultato il cadavere del figlio”.

  3. “La cauzione all’americana nell’immaginario di un figlio che vorrebbe tornare alla sua vita di sempre potrebbe essere la soluzione giusta. Ma purtroppo non sarà così.”

    la soluzione giusta far uscire il padre su cauzione per farlo stare col figlio, ache se quell’uomo ha ucciso volontariamente la madre di suo figlio. Come no
    Sono arcisicuro che se una donna assassina del marito chiedesse di poter stare col figlio o il figlio chiedesse di stare con l’assassina di suo padre su questo blog si farebbero fuoco e fiamme

    1. Paol*-Ned
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      Sono arcisicuro che se una donna assassina del marito chiedesse di poter stare col figlio o il figlio chiedesse di stare con l’assassina di suo padre su questo blog si farebbero fuoco e fiamme
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      Tanto ci sei tu “a riportare l’ordine”, no?
      A questo aggiungiamo i media e la larghissima maggioranza della popolazione, notoriamente pro donna a priori e il cerchio si chiude.
      Perciò di cosa ti preoccupi, caro evirato mentale?

      Seriamente: mi auguro e ti auguro di essere trascinato un giorno negli “inferi” da una delle “deliziose” appartenenti al cosiddetto “gentil sesso” (che, nei fatti, di gentile non ha nulla) che tanto proteggi a spada tratta e a prescindere.

    2. Carissimo Ned

      Come al solito ignori o, più probabilmente, decidi di ignorare il contesto dell’articolo al quale decidi di commentare. Pertanto, vedrò di spiegarti la situazione con un approccio graduale.

      Primo: in ogni contesto criminale, chi commette un reato ha un motivo per farlo. Questa è un’ovvietà grande quanto un pianeta. Tale motivazione, essendo stata la forza motrice del reato, è anche una base essenziale su cui giudicare la gravità delle pene (ritengo che tu sia d’accordo con me ,ad esempio, nel dire che un omicidio non intenzionale non merita la stessa durezza di un omicido premeditato)
      Secondo: detto quanto prima, sarà quindi necessario eseguire, nei reati gravi, una valutazione psicologica del colpevole. Non solo per definire la sua capacità di intendere e di volere ma anche per definire il rischio che recidivi.

      Bene, dalla frase che tu stesso hai scritto ti basta solo sapere che un padre ha ammazzato una madre. Non ti serve sapere altro per dire che merita solo di marcire in prigione.
      E se fosse stata una madre ad uccidere il padre dei suoi figli? Avresti scritto la stessa identica opinione?

      Scendendo più nel dettaglio, come vengono applicati i concetti che ho elencato? In maniera imparziale come ogni sistema di giustizia che si rispetti? No, purtroppo.
      E, diversamente da quello che tu sembri ritenere, la valutazione dei reati nel nostro paese (ma non solo) tende a favorire nettamente la parte femminile in causa. Talvolta arrivando ai limiti dell’assurdo.

      Tornando al tema dell’articolo: i padri che commettono crimini contro la moglie o i figli vengono schiaffati sui media come dei mostri, dei bruti. Vengono spediti al gabbio anche prima che le indagini siano finite. E quasi nessuno si chiede il perchè l’abbia fatto. Nessuna ragione che possa giustificare le sue azioni, già definita a prescindere.
      Bene, per le madri assassine è l’esatto opposto: c’è un tale eccesso di compassione verso di loro che anche quando ammazzano i loro figli infanti si fa l’impossibile per trovare una giustificazione esterna che possa deresponsabilizzarla dalla gravità delle sue azioni. Già solo questo è una disparità gravissima rispetto alla controparte maschile.
      E che dire dei figli? Credi che una giustizia a priori sia davvero ciò di cui hanno bisogno a seguito di eventi tanto orribili?

      Spero di essere stato sufficientemente esaustivo nella spiegazione.

      1. dubito che questo blog farebbe simili distinzioni e analisi davanti ad una moglie che uccide il marito e di sicuro se il figlio piccolo dell’assassina chiedesse di stare con la madre non defnirebbe “soluzione migliore” farla uscire su cauzione ma ove ciò accadesse farebbe vibranti post contrari (e avrebbe pure ragione).
        Se una madre uccidesse il marito (salvo situazioni di legittima difesa che nel caso Tilloca certo non c’erano) io scriverei le stesse cose, di sicuro riterrei comprensibile che un bambino chieda di stare col genitore ma non definirei “soluzione migliore” far uscire di prigione il genitore che ha ucciso (volontariamente) l’altro genitore per farlo stare col figlio a prescindere dal movente.
        non mi risulta che si permetta al genitore responsabile dell’assassinio dell’altro genitore di stare col figlio.

        X Sandro D.

        io non proteggo nessuno, mi limito a rilevare il doppiopesismo di chi denuncia il doppiopesismo degli altri

        1. Ned.

          Doppiopesismo – Nel linguaggio politico e giornalistico, tendenza a usare due pesi e due misure, cioè a comportarsi in modo contraddittorio in circostanze analoghe. (Treccani)

          Da lettore silente di questo blog da vario tempo, posso dire che di doppiopesismo non ne vedo. Perchè in nessuno degli tanti articoli che ho letto si è mai cercato di mascherare i fatti per favorire il proprio comodo vantaggio.

          Cosa che le femministe, invece, fanno in maniera sistematica. Perchè da tutta questa discriminazione e conflitto loro hanno solo da guadagnare. Si lamentano solo dove fa loro più comodo, professando ‘emancipazioni’ da una parte salvo poi ritirarle quando non erano più comode su certi ambiti. Pensa al #MeToo, movimento criminale nato sulla base di calunnie e sfruttato per perpetrarne altre, almeno finchè non si è scoperta la verità. Sempre del #MeToo è anche il caso Asia Argento e Jimmy Bennett, uno dei motivi per cui il movimento è crollato ma comunque trattato in maniera nettamente più soft rispetto al caso Weinstein, nonostante la base fosse la stessa.

          Il tono degli articoli di questo blog è fatto apposta per dare risalto a notizie e tematiche di cui molto difficilmente i giornali famosi oserebbero parlare, mantenendo un notevole livello di obiettività: anche in questo articolo, per esempio, Stasi non ha mai giustificato l’azione di Tilloca, così come non la giustificherei io stesso, focalizzandosi sullo spiegare la situazione nella maniera più imparziale possibile usando le informazioni in suo possesso. Esattamente come un vero giornalista dovrebbe fare.

        2. Ma quanto sei ipocrita e schifoso. Hai mandato la mail alla sindac* Raggi? Visto che denunci i doppiopesismi a tutto tondo mi sarei aspettato di vederti battagliero anche lì, invece no. Ma non ti vergogni di te stesso?

    3. E’ chiaro come i commenti di Paol* siano mossi da evidente imbarazzo.
      In effetti lui non contesta mai (…e come potrebbe?) l’accusa di doppiopesismo che da questo blog viene mosso verso gli ambienti del femminismo.
      Mai.
      Lui si limita a voler dimostrare* che alberga anche qui.
      A lui in fondo il doppiopesismo, di per sè, non crea nessun problema etico.
      Gli basta che l’addebito non possa essere esclusivo.
      E’ la classica manovra di confusione.
      Sa bene (il furbo) che se si crea un tutto inscindibile, nessuno è più colpevole di nulla…e nessuno può più colpevolizzare l’altro.

      Una tattica difensiva nota.
      In fondo lui è qui solo per questo: inquinare il discorso.
      Da buon femministo.

      *le formule assertive come “sono arcisicuro che”…che questo fenomeno di solito scodella, non sono altro che furbate dialettiche elevate a “forma dimostrativa” per rattoppare il nulla delle sue argomentazioni.

  4. forse manca un dato secondario: l’udienza per la separazione di Tilloca e Fiori era già fissata il 15 gennaio prossimo.
    quindi non “era separata” come hanno scritto, legalmente “si stavano separando” .
    Leggerò con più calma…ma avendo visto la immensa speculazione svolta dal quotidiano locale su
    questa faccenda criminale (io la considerò così), ci rifletterò e penserò tanto.
    a proposito di doppio standard: nessuna traccia di quello che ha detto Tilloca al gip in carcere.
    sembra quasi che quest’uomo non abbia diritto di parola nel processo.

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