Cassazione: “sindrome” no, ma “alienazione” sì

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Sta suscitando grande attenzione la recente sentenza di Cassazione n.3028/20 riguardante un caso di separazione conflittuale. Lo scenario è il solito: una figlia deprivata della sua relazione con il padre per volontà di una madre che ne condizionava giudizi, pensieri e vissuto. Tutto accertato, in ultima istanza, dagli ermellini, che hanno disposto senza tante storie l’affido esclusivo della minore al padre e l’obbligo di corresponsione del mantenimento a carico della madre. Sì, fa impressione a sentirsi, ma è capitato davvero. Elemento chiave nella decisione della Cassazione è stato l’ascolto della bambina, maggiore di 12 anni, che a chiare lettere ha ammesso che la madre la induceva a mentire rispetto ai suoi sentimenti verso il papà.

Casi del genere, si sa, sono frequentissimi. Statisticamente coinvolgono come colpevoli del condizionamento dei figli più donne che uomini (che comunque non mancano) e sempre di più la giurisprudenza si sta orientando a valutare con serietà ogni fattispecie. Lo fa, va detto, con una lentezza esasperante, ma comunque lo fa. Alla fine, probabilmente, decenni di numeri che parlano chiarissimo, relativi ai colossali buchi nell’acqua delle denunce penali per violenza presentate da ex mogli contro ex mariti e la ben maggiore sostenibilità di denunce di scorrettezze nella gestione dei minori presentati da ex mariti contro ex mogli, devono aver indotto le toghe a un risveglio e a un salutare bagno di realtà.


La violenza, quando c’è, si palesa in modo inequivocabile.


Ecco allora che cominciano a strutturarsi provvedimenti graduati per i casi in cui un genitore manipola i figli per allontanarli dall’altro. Si va dalla mera ammonizione, istituto molto fragile, anche quando ripetuto (la nota vicenda di Laura Massaro lo dimostra, ma non è la sola) al risarcimento danni a favore del minore o dell’altro genitore, fino all’ammenda. Si tratta di sanzioni tutto sommato all’acqua di rose, imperniati essenzialmente sul lato economico. Per questo da tempo cominciano a scattare anche provvedimenti più gravi e radicali, quali il cambio di collocazione del minore dal genitore che manipola all’altro o addirittura, come nel caso affrontato dalla Cassazione, con la revoca del (finto) affido condiviso e la sua trasformazione in esclusivo per il genitore fino a quel momento denigrato.

Le problematiche rispetto a questa disciplina sono molteplici. Prima di arrivare a una decisione del genere c’è il rischio di raggiungere la Cassazione, dopo un percorso (se va bene) di cinque o sei anni. Un periodo troppo lungo per prevenire il radicarsi della manipolazione. Senza contare gli enormi esborsi di danaro per arrivare a una sentenza giusta. Ma soprattutto sembrano iniziative che mettono al centro i genitori (l’uno colpevole, l’altro vittima), per gli effetti che le loro condotte hanno sui figli, il cui diritto alla bigenitorialità rischia di diventare secondario. Soluzione? Smettere di specializzare forze di polizia, assistenti sociali, psicologi e psichiatri forensi, giudici di procura e giudici di tribunale a “riconoscere la violenza di genere”, che com’è noto è piuttosto una rarità, e quando c’è si palesa in modo inequivocabile, senza bisogno di particolari specializzazioni.


Gli “anti-PAS” si mettano il cuore in pace.


Più utile sarebbe specializzare tutte le figure coinvolte nella capacità di riconoscimento e discernimento del tipo di relazioni entro le quali il minore si viene a trovare, approcciando la situazione con piena equità. Il che significa che se c’è una madre aggressiva e manipolatrice e un padre pacato e paziente che sopporta tutto e usa le carte bollate per garantire i diritti dei figli, non si dovrà più tenere tutto in sospeso con la scusa della “conflittualità tra genitori”, per la mera paura (culturale, istintiva, forse indotta da altri attori che circuitano attorno a queste vicende, come i centri antiviolenza) di adontare la parte femminile. E, chissà, magari finire pure sui giornali per questo. La bigenitorialità, diritto del minore, andrebbe garantita fin dal principio, senza attendere l’arrivo della Cassazione, dopo anni. Il che significherebbe riconoscere le responsabilità materne, quando ci sono, senza alcuna remora, e smettere di credere sulla parola alle denunce delle ex mogli verso gli ex mariti.

Ma di cosa si sta parlando, in tutto ciò? Di “sindrome da alienazione parentale”? No, per niente. La Cassazione ha escluso che la PAS abbia fondamento di scientificità, alla luce del dibattito in corso nel mondo scientifico e, ci scommettiamo, anche sulla scorta di molte pressioni provenienti da ambienti fuori dalla magistratura. Comunque sia, va bene, niente “sindrome”, roba da strizzacervelli, d’accordo. Ma i giudici hanno da essere pragmatici, e sanno che i manipolatori esistono, sono sempre esistiti. Così come i manipolati. Da Rasputin a Goebbels, dai truffatori ai finti maghi, c’è sempre qualcuno particolarmente suggestionabile e qualcuno che ne approfitta, tra gli adulti. Figuriamoci quando si tratta di un bambino. Ebbene, con la sua recente sentenza, la Cassazione di fatto condanna l’alienazione parentale, e pure severamente, pur avendo rifiutato di considerarla una “sindrome”. I fanatici “anti-PAS” hanno dunque poco da sventolare la vecchia sentenza degli ermellini contro la “sindrome”: nei fatti è sempre più chiaro che le false accuse penali in fase di separazione conflittuale sono sistematiche, e che invece i casi di manipolazione materna contro il padre sono tanti ed effettivi. Pur negandone il nome, la Cassazione (e non solo lei) ne ha riconosciuto la piena sussistenza. Si mettano dunque il cuore in pace: non sono i padri a essere violenti così come le madri non sono “malate” di PAS. Semplicemente queste ultime manipolano quasi sistematicamente il minore dal lato psicologico. E grazie al cielo vengono sempre più punite per questo.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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