Donne e pandemia: gli imbrogli dell’ONU sui dati

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LA FIONDA

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di Fabio Nestola. L’ONU ha recentemente pubblicato due rapporti sull’impatto socioeconomico della pandemia, i problemi attuali e futuri nel mondo del lavoro, ma solo uno dei due ha generato reazioni. Il primo è datato marzo 2020 e prescinde da un’analisi gender oriented (fonte: https://www.un.org/sites/un2.un.org/files/sg_report_socio-economic_impact_of_covid19.pdf). Il secondo è datato 9 aprile 2020 e si basa proprio sull’analisi gender oriented (fonte: https://www.unwomen.org/-/media/headquarters/attachments/sections/library/publications/2020/policy-brief-the-impact-of-covid-19-on-women-en.pdf). Domanda: quale dei due avrà avuto spazio sui media? In merito all’analisi del secondo report, trovo interessante la sintesi firmata da Francesco Ciano per stopstalkingitalia. Coglie il grido d’allarme di Guterres  ““Le donne stanno pagando il prezzo più alto” La pandemia sarebbe “un mix esplosivo, che rischia di cancellare, come mai prima, diritti e opportunità per la popolazione femminile”. Non condivido nulla del report ONU, né l’impostazione, né i principi espressi, né l’allarme lanciato e nemmeno le conclusioni alle quali arriva. Ho il leggero sospetto che il mondo continuerà a girare anche fregandosene del mio parere, chi sono io per esprimere opinioni diverse rispetto alle Nazioni Unite? Ma provo ad esprimerle lo stesso.

Preliminarmente va detto che il Report Unwomen non contiene note di metodo e di merito. Non è quindi possibile sapere come siano stati rilevati i dati pubblicati e questo, come vedremo, si riflette sulla trasparenza dei dati stessi. Non posso credere che la pandemia ‘infetti’ pesantemente la società a tutto vantaggio delle disuguaglianze uomo/donna. “Si rischia di tornare indietro nel tempo, con la donna relegata alla famiglia”. Lettura strumentale, funzionale solo ad un vittimismo purchessia. Non solo per l’emergenza sanitaria ma in qualsiasi emergenza, che siano guerre, inondazioni o terremoti, il maggiore impiego di forza-lavoro maschile non è una forma di oppressione ma di protezione del femminile. Se lei rimane in casa a gestire la prole non è oppressione ma protezione, lui è in trincea a farsi sparare, nelle valli a spalare fango, tra le macerie ad estrarre cadaveri. La realtà dice che lo fa per risparmiare a lei di farsi sparare, di spalare fango, di estrarre cadaveri; invece la narrazione ideologica sostiene che lo fa per opprimerla. Astuto l’oppressore … custodisce gelosamente per sé certi privilegi. L’oppressore che sceglie di rischiare, sgobbare, ammalarsi ed anche morire per proteggere l’oppressa. Tutta colpa del patriarcato.


Un equivoco creato ad arte.


Il dato più vistoso del Report, quello che secondo Francesco Ciano “salta agli occhi”: 740 milioni di donne nell’economia sommersa. Quindi lavoratrici non regolarizzate, sottopagate, sfruttate, prive di garanzie contrattuali. Peccato che il dato non venga confrontato col quadro speculare maschile, dove almeno il doppio di uomini , non solo nel terzo mondo, lavorano senza contratto, sottopagati, sfruttati, in condizioni sanitarie precarie e con misure di sicurezza inesistenti. Intendiamoci, è gravissimo che esistano 740 milioni di donne nell’economia sommersa, ma il report è finalizzato a denunciare la discriminazione di genere. Diventa impossibile lamentare la discriminazione delle lavoratrici se il numero dei lavoratori discriminati è enormemente superiore, quindi i dati non si confrontano col corrispettivo maschile quando alla narrazione vittimistica non conviene farlo.

Nel campo dell’occupazione c’è poi un dato difficilmente leggibile per come è scritto: “L’economia ufficiale registra un gap di genere notevole: la forza lavoro è costituita da uomini per il 94% e da donne per il 63% nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 54 anniCioè? Non è chiaro come si possano confrontare tra loro percentuali la cui somma arriva al 157% . Il Report originale, spiegato molto meglio, dice che nella fascia 25/54 si trova il 94% del totale della forza-lavoro maschile, mentre nella stessa fascia d’età è impiegato il 63% del totale della forza-lavoro femminile. Tradotto: le donne spalmano l’attività lavorativa su un arco di tempo maggiore rispetto agli uomini, che invece si concentrano prevalentemente tra i 25 ed i 54 anni. Almeno per quanto riguarda il lavoro ufficiale, il sommerso non è tracciabile. Dato che non vuol dire nulla, ma proprio nulla. Equivoco creato ad arte omettendo i dati complessivi, non vengono considerate le donne lavoratrici al di sotto dei 25 anni ne’ al di sopra dei 54, quando gli uomini occupati nel mondo diminuiscono drasticamente a causa dei lavori usuranti e rischiosi: mutilazioni, patologie invalidanti o decessi per incidenti sul lavoro. Ferma restando l’aspettativa di vita maschile, in tutto il mondo da sempre inferiore a quella femminile, in alcune zone del pianeta raggiungere i 50 anni è un lusso. Più per gli uomini che per le donne.


L’immancabile gender paygap.


Inoltre non dimentichiamo che sono dati ONU, quindi tarati sull’intera popolazione mondiale; Paesi e culture anche estremamente diversi dall’Italia, nei quali il marito deve dimostrare alla collettività di essere in grado di mantenere la famiglia. Avere più mogli per diverse culture è un status di opulenza, come è uno status per la donna essere mantenuta senza doversi degradare lavorando; quindi una donna occupata dopo il matrimonio rappresenterebbe un’onta  per l’intera famiglia, donne e uomini.  Anche in questo caso il principio è la protezione, ma viene erroneamente interpretato come oppressione. Non si tratta di una mia opinione personale ma dell’analisi di una autorevole antropologa e docente universitaria di origine somala, la dr.ssa Maryan Ismail. Manca poi il dato delle lavoratrici under 25, centinaia di milioni di operaie solo considerando il comparto tessile in Cina, India, Pakistan, Filippine, Indonesia ,Vietnam e SE asiatico in generale. Economia locale ma anche delocalizzazione di aziende statunitensi ed europee, comprese tante italiane.   Meglio non rilevare la larga prevalenza femminile anche prima dei 25 anni nel settore manifatturiero in tutto il mondo, quindi la rilevazione deve essere mirata.

Una fascia d’età curiosa quella che parte dai 25 anni, ma giova ripetere che le note metodologiche nel Report non esistono. Forse è la suddivisione più idonea per divulgare un sensibile divario percentuale, oltre 30 punti di differenza che, nonostante non testimonino assolutamente nulla, vengono citati come prova della discriminazione femminile, il gap di genere: “L’economia ufficiale registra un gap di genere notevole: la forza lavoro è costituita da uomini per il 94% e da donne per il 63% nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 54 anni”. Capito il trucco? Citare numeri molto distanti tra loro, sostenendo che sia una discriminazione occupazionale mentre il dato si riferisce ad altro. Poi l’immancabile gender pay gap, che spara in grande il differenziale del 16% su scala globale. Ma c’è una precisazione, scritta in caratteri più piccoli: in alcuni Paesi le donne vengono pagate il 35% in meno, ed oltre, rispetto agli uomini. Quindi se i picchi di disuguaglianza arrivano a superare il 35, se ne deduce che per arrivare alla media mondiale del 16 vi sono Paesi in cui il gap è all’1% o non esiste affatto. L’Italia come si colloca? Tutto questo deve necessariamente riguardare il lavoro nero, in quanto non esiste un solo contratto nazionale di lavoro, pubblico o privato, che stabilisca salari diversi in base al genere. Almeno in occidente. Non posso avere certezze su altre realtà che non conosco, ma sono in attesa di poter visionare un contratto di lavoro, anche di aziende occidentali, che utilizzano manodopera nel terzo o quarto mondo, che dica nero su bianco “100 se sei uomo, 80 se sei donna”.


È una forzatura spacciarlo per gender gap.


Poi scrive Francesco Ciano: “ Se è vero che il Covid-19 colpisce ed uccide maggiormente gli uomini, è altrettanto vero che il ruolo di cura ed assistenza viene richiesto soprattutto alle donne in tutto il mondo. Ne consegue che le donne sono molto più esposte al virus”. Una capriola logica. Le donne vengono contagiate meno degli uomini, ma anche quando vengono contagiate per loro il virus non è letale come per gli uomini. Però sono più esposte. Ogni tipo di rischio legato al Covid 19, sia di contagio che di decesso, è largamente superiore per la popolazione maschile ma la narrazione vittimistica sostiene che le donne siano più esposte, il che non vuol dire nulla. La strategia del nonsense. Come dire che gli operai morti nelle miniere sono esclusivamente uomini, quindi ne consegue che fare il minatore è un lavoro sicuro per le donne. Attenzione poi ai termini utilizzati: il ruolo di cura ed assistenza viene richiesto soprattutto alle donne. Il lavoro femminile è passività, un’imposizione, una richiesta alla quale sottostare? Avere un lavoro è un diritto da rivendicare, poi però svolgerlo diventa un discrimine da subire. Viene richiesto da altri. Da chi? Dalla lunga mano del patriarcato, che finge di favorire l’autonomia femminile tramite contratti di lavoro, ma in realtà opprime le donne perché chiede loro di lavorare.

Gli uomini non crepano sul posto di lavoro (1.000 ogni anno solo in Italia) perché viene loro chiesto di svolgere i lavori più rischiosi. Un muratore sa che deve salire sulle impalcature, un pompiere sa che deve spegnere incendi, un portavalori sa che deve difendere il furgone dalle rapine; lo sanno al momento di essere assunti ed accettano il rischio quotidiano per portare il pane a casa. Rischio invece occasionale per un’infermiera di pronto soccorso, che normalmente ha a che fare con infarti e fratture, ma in emergenza può trovarsi in prima linea per i contagi. Non le viene imposto inquantodonna da un oppressore misogino, fa parte del suo lavoro. Grazie per farlo e per farlo con abnegazione, ma è una forzatura spacciarlo per gender gap.


Un’ingenua utopia attendersi trasparenza ed obiettività da un report gender oriented.


Infine l’allarme must di questo periodo: “L’incertezza economica, le norme patriarcali e lo stress combinati con la convivenza forzata hanno portato ad un aumento inquietante delle violenze domesticheSarei curioso di sapere in Italia e nel mondo quali sarebbero le norme patriarcali. In Italia la narrazione oscilla tra un femminicidio ogni due giorni, ogni tre giorni, ogni 72 ore. Il Report ONU dice che nel mondo 87.000 donne sono state vittime di omicidio volontario, la maggior parte commessi da un partner o un familiare. La maggior parte. Cosa vuol dire? Sono dati non proprio recenti, il periodo di rilevazione non è il mese scorso ma l’anno 2017;  quindi ci sarebbe stato tutto il tempo per un’indagine più dettagliata. Invece è conveniente costruire un allarme attraverso l’utilizzo di dati tutt’altro che trasparenti, è una strategia che in Italia viene utilizzata frequentemente. La maggior parte di 87.000 può voler dire 86.000 ma anche 44.000, la differenza può veramente essere enorme. Si gioca sull’equivoco tra la parte ed il tutto, la cifra sparata in caratteri vistosi è quella riferita a donne uccise per le motivazioni più disparate, poi in caratteri più piccoli si precisa che solo una parte di quel tutto è imputabile a violenza domestica. Ma si resta nel vago, la parte non viene definita, le note metodologiche continuano a non esistere.

Non è tutto: la sola identificazione dell’assassino come partner o familiare non certifica il movente di genere.  Il più frequente è il movente economico, dalle eredità contese  alle controversie per i confini delle proprietà, dai debiti insoluti alle richieste di denaro da parte di figli e nipoti alcolisti, tossicodipendenti, ludopatici. La cronaca nera ne è piena. Quindi il dato eclatante della “maggior parte” tra le 87.000 vittime si assottiglia ulteriormente, ma non si può sapere di quanto. Poi c’è il disturbo mentale conclamato dell’assassino, chi uccide perché l’ha ordinato il Maligno non lo fa per discriminazione di genere. Infine ne’ la categoria partner ne’ la categoria familiare escludono che l’assassino possa in realtà essere un’assassina. In Italia abbiamo una casistica di donne uccise dalla rivale in amore, dalla suocera, dalla figlia, dalla nipote. Non possiamo sapere nel mondo che rilevanza abbiano tali fenomeni, ma è difficile credere che solo in Italia una donna possa uccidere un’altra donna. Di tutte queste considerazioni nel report non c’è traccia, l’unico dato che serve ad impressionare il lettore  è 87.000 donne uccise. D’altra parte sarebbe un’ingenua utopia attendersi trasparenza ed obiettività da un report gender oriented.


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