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Donne e pedofilia: un orrore sempre più evidente

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LA FIONDA

https://www.lafionda.com

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di Giuseppe Tarantini. A marzo 2020, in una città di nome Wheelesburg, nella contea di Scioto in Ohio, è emerso un caso di pedofilia che ha portato all’arresto di nove persone. Da aprile 2019, l’FBI indagava su Larry Porter, un sessantanovenne sospettato di gestire un giro di pedofilia in collaborazione con familiari e conoscenti. Dopo un anno di indagini, l’arresto ha portato all’emersione di una vera associazione. Nove sono stati gli arresti per varie tipologie di accuse, dallo stupro e abuso su minore alla produzione di materiale pedopornografico. Tra gli arrestati  anche le due figlie di Larry, Denna e Laura, accusate di occultamento di prove, false dichiarazioni e traffico di minori. Il sistema verteva sul trovare madri tossicodipendenti disposte ad acconsentire l’abuso e lo stupro dei propri figli in cambio di droga, causando violenze su una moltitudine di minori dai tre agli oltre tredici anni.

Proprio con questa organizzazione collaboravano Megan Richmond, Tasha Stringer e Kathryn McMullen, tre donne che sono state arrestate pochi giorni dopo l’uscita del caso. Lo sceriffo Marty. D Donini, della contea di Scioto, dopo il loro arresto ha dichiarato che le indagini del corpo di polizia avevano rilevato e fatto emergere come un certo numero di minori, sia maschi che femmine, fossero stati molestati con frequenza. Una volta arrestate, le tre donne sono state interrogate facendo così emergere i terrificanti particolari di questa storia: Tasha Stringer ha confessato alla polizia di aver partecipato a vari rapporti con minori, consumati nella casa di Porter (che secondo la testimone era il suo spacciatore), raccontando poi di come Porter la avesse incaricata di reclutare la sua amica Kathryn McMullen, per convincerla a portare i suoi figli in modo da coinvolgerli negli atti sessuali, cosa che la Stringer accettò di fare.


La donna è capace di compiere abusi sessuali anche nei confronti di bambini molto piccoli.


Meghan Richmond
Meghan Richmond

Altri particolari sono usciti dagli interrogatori: Kathryn McMullen ha raccontato di come ha fatto partecipare sua figlia di tre anni e suo figlio di sette ai rapporti sessuali che si consumavano in casa di Porters, rapporti che sono stati filmati e documentati per creare video pedopornografici. Indirette sono invece le informazioni sull’ultima delle tre donne: Tasha Stringer ha raccontato alla polizia di quando ha assistito alle molestie fatte su un bambino di cinque anni davanti a sua madre, Magan Richmond, che nel frattempo racimolava pillole e altre sostanze in quella casa degli orrori. Uno scenario da brivido quello di Wheelesburg, dal quale emerge un contesto di collaborazione tra persone accomunate solo dalla meschinità e dalla marcescenza morale, dove il genere dei carnefici non sembra aver comportato differenza alcuna sul risultato finale.

È percezione comune che la pedofilia sia appannaggio maschile, ma la realtà per quanto riguarda gli abusi su minori è ben diversa e ci conferma una tesi che, per quanto evidente, rimane oggi difficile da difendere: le donne sono violente (e pedofile) quanto gli uomini. In questa intervista del 2019, la sessuologia Loredana Pretone parla dell’aumento dei casi di pedofilia in rosa: “è una problematica vecchia come l’uomo. Se una ragazzina di dodici anni rimane incinta di un uomo di trenta-quaranta anni si grida allo scandalo, nella situazione contraria invece si resta quasi indifferenti”. Racconta poi: “nel 2012 ho pubblicato un libro dal titolo provocatorio pedofilia rosa, il crollo dell’ultimo tabù, nato da una ricerca bibliografica, soprattutto dalla letteratura anglofona, quindi scevra dal condizionamento cattolico che vede la madre buona per antonomasia. La donna è capace di compiere abusi sessuali anche nei confronti di bambini molto piccoli”. Sarà forse perché questa realtà sta emergendo sempre più prepotentemente che lo sdoganamento della pedofilia procede sempre più al galoppo?


3 thoughts on “Donne e pedofilia: un orrore sempre più evidente

  1. Tommaso
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    sadismo (la contessa Bathory per esempio, la sadica contessa ungherese del Seicento realmente esistita, che ha ispirato tanti film sulle contesse vampire… nella realtà, torturò e massacrò centinaia di fanciulle vergini, per lo più ragazze di campagna che venivano assunte come cameriere, e sembra che facesse il bagno nel loro sangue…
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    Sì, Tommaso, so bene chi era la contessa Bàthory.
    In merito questo è quanto scrissi oltre 15 anni fa.

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    https://questionemaschile.forumfree.it/?t=1779562&st=45
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    silverback
    view post Inviato il 2/1/2005, 22:00
    XY agnostico

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    Nata nel 1560, Erzsebet Bàthory era figlia di un militare aristocratico e sorella del re di Polonia in carica. La sua famiglia, infatti, era una delle più antiche casate nobiliari d’Ungheria: la sua insegna araldica portava l’emblema del drago, incorporato da re Sigismondo nell’Ordine del Dragone.
    Il clan dei Bàthory comprendeva cavalieri e giudici, vescovi, cardinali e re, ma la casata era ormai decaduta dalla metà del XVI secolo: la nobile discendenza era stata guastata da incesti ed epilessia, i rami più recenti della famiglia annoveravano alcolizzati, sadici e assassini, omosessuali (considerati al tempo dei criminali) e satanisti. Nonostante fosse bellissima, Erzsebet era chiaramente il frutto di una genetica “corrotta” e di un’educazione perversa. Per tutta la vita soffrì di atroci emicranie ed era vittima di improvvisi svenimenti – probabilmente di natura epilettica – che i superstiziosi membri della famiglia ritenevano segnali di possessione demoniaca. Cresciuta nella dimora dei Bàthory ai piedi della cupa catena dei Carpazi, Erzsebet fin dall’adolescenza fu introdotta al culto del demonio da uno zio seguace di Satana.
    La zia preferita, una delle più note lesbiche d’Ungheria, insegnò a Erzsebet i piaceri della flagellazione e altre perversioni, ma la giovane Erzsebet aveva sempre creduto che fosse meglio infliggere il dolore, piuttosto che provarlo.
    Quando Erzsebet aveva solo 11 anni, i genitori decisero il suo futuro matrimonio con il conte Ferencz Nadasdy, un aristocratico guerriero. Le nozze furono rinviate fino al momento in cui Erzesebet compì 15 anni e furono celebrate solennemente il 5 maggio 1575.
    La sposa conservò il proprio cognome, a significare che la sua famiglia era di rango superiore ai Nadasdy.
    I novelli sposi si stabilirono al castello di Csejthe, nella zona nordoccidentale dell’Ungheria, ma il conte Nadasdy disponeva anche di altri palazzi in varie parti del Paese, ciascuno provvisto di una prigione sotterranea e di una sala di tortura, appositamente concepita per soddisfare le “esigenze” di Erzsebet.
    Nadasdy si assentava spesso, ogni volta per settimane o mesi, lasciando la sua sposa “sola e annoiata” in cerca di “svaghi”.
    Erzsebet si dilettava d’alchimia, soddisfava i suoi capricci sessuali con uomini e donne senza distinzione, cambiava abiti e gioielli cinque o sei volte al giorno, rimirava se stessa per ore in specchi a figura intera.
    Ma soprattutto, quando era arrabbiata, nervosa o semplicemente annoiata, la contessa torturava le domestiche per divertimento.
    Nei primi anni di matrimonio una delle maggiori fonti di irritazione per Erzsebet era sua suocera.
    Impaziente di avere dei nipoti, la madre di Nadasdy tormentava incessantemente Erzsebet per la sua incapacità di concepire.
    Erzsebet avrebbe poi avuto “finalmente” dei figli dopo dieci anni di matrimonio, ma non provava alcun istinto materno allora, poco più che ventenne.
    Le giovani donne del suo personale di servizio arrivarono ben presto a temere le visite della madre di Nadasdy, sapendo che alla partenza della vecchia signora avrebbe fatto inevitabilmente seguito un’altra serie di brutali violenze.
    In materia di torture la contessa bisessuale possedeva una feroce immaginazione.
    Alcune delle sue diavolerie erano state apprese fin dall’infanzia, altre provenivano dall’esperienza che Nadasdy aveva acquisito durante le guerre contro i Turchi, ma Erzsebet aveva anche inventato delle tecniche personali.
    Aghi e spilli erano tipici ferri del mestiere: con essi forava le labbra e i capezzoli delle vittime, a volte infilava loro degli aghi sotto le unghie.
    “Piccola sgualdrina!”, sogghignava mentre la sua prigioniera si contorceva per il dolore.
    “Se fanno male, non deve far altro che levarseli”.
    A Erzsebet piaceva anche mordere le sue vittime sulle guance, sui seni, ovunque, cavando loro il sangue con i denti. Altre venivano spogliate, ricoperte di miele ed esposte all’assalto di formiche e api.
    Il conte Nadasdy, a quanto si sa, si univa a Erzsebet in alcune delle sedute di tortura, ma con gli anni arrivò ad aver paura della moglie, trascorrendo sempre più tempo in viaggio o nelle braccia della sua amante.
    Quando alla fine il marito morì nel 1600 o 1604 (le fonti variano), Erzsebet perse ogni ritegno, dedicandosi a tempo pieno al tormento e all’umiliazione sessuale di giovani donne.
    In breve ampliò il proprio orizzonte, dal personale di servizio alle fanciulle sconosciute.
    Domestici fidati perlustravano la campagna alla ricerca di nuove prede, attirando le giovani contadine con l’offerta di un lavoro, ricorrendo alla droga o alla forza brutale, mentre si diffondevano voci allarmanti che assottigliavano le fila delle reclute volontarie.
    Nessuna delle persone che andò a servizio da Erzsebet ne uscì mai viva, ma i contadini dell’epoca avevano ben pochi diritti e una nobildonna non veniva biasimata dai suoi pari se a casa esagerava con la “disciplina”..
    Poco più che quarantenne, Erzsebet Bàthory presiedette un olocauso in miniatura di sua invenzione.
    Con la complicità dell’anziana balia, Ilona Joo e della mezzana Doratta Szentes – alias “Dorka” – Erzsebet imperversò per le campagne, esigendo tra i contadini vittime a volontà.
    Essa portava con sé speciali pinze d’argento, concepite per strappare la carne, ma era altresì a suo agio con aghi e spilli, ferri per la marchiatura e attizzatoi roventi, fruste e forbici…di tutto un po’.
    Alcuni complici nella famiglia delle vittime le spogliavano, tenendole ferme mentre Erzsebet riduceva loro i seni a brandelli o bruciava loro la vagina con la fiamma delle candele, a volte mordendo via grossi lembi di carne dal viso o dal corpo.
    Una delle vittime fu costretta a cuocere e mangiare un pezzo del suo stesso corpo, mentre altre furono bagnate e lasciate a congelare nella neve.
    A volte Erzsebet apriva loro la bocca con una tale forza da lacerarne le guance.
    In altre circostanze, i servi si occupavano del lavoro sporco, mentre Erzsebet andava e veniva lì accanto gridando:”Di più! Di più! Ancora più forte!”, fino a quando sopraffatta dall’eccitazione, crollava a terra priva di sensi.
    Un “giocattolo” del tutto particolare di Erzsebet era una gabbia cilindrica, all’interno della quale erano state poste delle lunghe punte.
    Una ragazza nuda veniva costretta a entrarvi, per essere poi sollevata a diversi metri da terra per mezzo di una puleggia.
    Erzsebet o uno dei suoi servitori, girava intorno alla gabbia con un attizzatoio rovente che spingeva contro la ragazza, costretta così, per sfuggirvi, a finire contro i ferri appuntiti.
    Sia nel ruolo di spettatrice che in quello di esecutrice, Erzsebet era sempre “brava” a fornire il suo commento in diretta, con “suggerimenti e battute” disgustose, che con il trascorrere della notte diventavano crude oscenità e incoerente balbettìo.
    Liberarsi dei corpi senza vita delle vittime era una faccenda relativamente semplice nel Medioevo.
    Alcuni venivano sepolti, altri erano lasciati in giro per il castello a decomporsi, mentre certi venivano gettati all’esterno in pasto ai lupi e agli altri predatori della zona.
    Se ogni tanto veniva ritrovato un cadavere smembrato, la contessa non doveva temere alcuna incriminazione.
    In quel luogo e a quel tempo, il sangue reale costituiva una protezione assoluta.
    A questo contribuiva la circostanza che uno dei cugini di Erzsebet era il primo ministro d’Ungheria e che un altro cugino rivestiva la carica di governatore della provincia nella quale essa viveva.
    Nel 1609, alla fine, Erzsebet andò troppo oltre, passando dalle sventurate contadine alle figliole dei nobili di rango inferiore e aprì le porte del castello di Csejthe per offrire a 25 fanciulle selezionate “istruzione nel contegno da tenere in società”.
    Questa volta, quando nessuna delle sue vittime sopravvisse, le lamentele giunsero alle orecchie di re Matthias, il cui padre era stato presente alle nozze di Erzsebet.
    Il re, a sua volta, assegnò al conte Gyorgy Thurzo, il più vicino al castello di Erzsebet, il compito di indagare.
    Il 26 dicembre 1610, Thurzo organizzò un’incursione a tarda notte al castello di Csejthe e sorprese la contessa in flagrante, nel bel mezzo di una seduta orgiastica di torture.
    Una mezza dozzina di complici di Erzsebet furono arrestati per essere poi giudicati; la contessa fu costretta agli arresti nella sua dimora, mentre il parlamento emetteva una speciale legge che la privava dell’immunità da procedimenti giudiziari.
    Il processo si aprì nel gennaio del 1611 e durò fino a febbraio inoltrato, con il Primo Giudice Theodosius Syrmiensis a presiedere un gruppo di venti giuristi minori.
    Dinanzi alla corte furono dichiarati ottanta capi d’accusa per omicidio, sebbene la maggior parte dei resoconti storici collochi il conto finale delle vittime di Erzsebet tra 300 e 650.
    La stessa Erzsebet fu dispensata dal presenziare al processo e venne tenuta rinchiusa nel suo appartamento sotto stretta sorveglianza, ma la condanna per tutti i capi di imputazione era una conclusione scontata. Il tempo della contessa sanguinaria era finito.
    I domestici complici di Erzsebet furono giustiziati, Dorka e Ilona dopo essere state pubblicamente torturate, ma la contessa venne risparmiata e condannata alla prigione a vita in una piccola suite del castello di Csejthe. Le porte e le finestre del suo appartamento furono murate, lasciando solo delle piccole aperture per la ventilazione e per il passaggio dei vassoi con le vivande.
    Là visse in isolamento per tre anni e mezzo, fino a quando fu trovata morta il 21 agosto 1614.
    Non si conosce la data esatta della morte di Erzsebet, dato che molti vassoi erano rimasti intatti prima che fosse trovato il suo corpo.
    La “leggenda” […] della Bàthory è andata crescendo racconto dopo racconto, fino alle narrazioni più recenti che comprendono storie di vampirismo e di bagni rituali nel sangue, ritenuti da Erzsebet un aiuto per “restare giovane”.
    Il culto sanguinario di Erzsebet è in genere collegato al sangue versato da una giovane domestica sconosciuta, schizzato per caso sulla contessa, in seguito colpita dal fatto che la sua pelle sembrasse ancora più pallida e diafana del solito, una caratteristica considerata all’epoca segno di grande bellezza.
    In realtà, durante le ampie deposizioni rese al processo di Erzsebet non si fece alcun accenno a veri e propri bagni di sangue.
    Alcune delle vittime rimasero dissanguate per le brutali ferite inferte o per un piano particolare, ma il dissanguamento intenzionale era legato alla pratica alchemica di Erzsebet e alla magia nera, piuttosto che all’idea di un “bagno caldo”.
    In ogni caso, la carneficina di Erzsebet cominciò quando era sulla ventina, molto prima che la paura di invecchiare potesse farsi strada nella sua mente.
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  2. http://www.agedi.it/news_17.htm?fbclid=IwAR0RqpdbXTeMZrfO_RoA4JplK2J6Y12xGcL09KlYz6KCI3y3XVRnXyJde5k
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    Ottobre 2001

    LA PEDOFILIA FEMMINILE

    Non se ne parla ma esiste

    Su questo argomento se ne sa veramente poco e poco è stato scritto in merito. Parlare di donne pedofile non è né comune né semplice in quanto, nell’immaginario collettivo, il termine “pedofilia” viene associato al sesso maschile, al quale è stato sempre affidato un ruolo “attivo”: la pedofilia è infatti “azione”. E’ considerata quindi, come la maggioranza delle parafilie, una patologia rara nel sesso femminile. Infatti, contrariamente a quanto si pensa, complice la mancanza di informazione, la parafilia colpisce anche le donne, contraddicendo il tradizionale giudizio clinico che ha sempre sostenuto la rarità delle perversioni nelle donne.

    Da esaurienti studi clinici è emerso che le dinamiche delle fantasie perverse femminili sono più sottili ed imprevedibili rispetto alla sessualità maschile e quindi difficilmente identificabili e riscontrabili. Infatti, gli esperti hanno riscontrato che il vovyerismo, il frotteurismo, il feticismo, sono riscontrabili quasi esclusivamente nei maschi; così come il sadismo sessuale è raramente presente nei soggetti femminili, mentre il numero dei masochisti di sesso maschile è di gran lunga più alto di quello relativo al sesso femminile.

    Lo stesso si può dire della pedofilia. Invece, l’unica parafilia dove i soggetti di sesso femminile sono in numero paragonabile a quelli di sesso maschile è la zoofilia.[i]

    Le cause

    Cause scatenanti la pedofilia femminile possono essere la separazione, l’abbandono, la perdita. Alcune donne hanno subìto abusi da bambine e l’esasperazione nell’attività sessuale pedofila è riconducibile al tentativo di vendetta sugli uomini, per fare riemergere la propria femminilità. Dal ruolo “passivo” che l’ha vista vittima e sottomessa –non avendo una propria autonomia economica e sociale fino ad alcuni decenni fa e quindi costretta a nascondere tale aspetto perverso della sessualità- la donna tenta in tal modo il riscatto ed una propria affermazione in un ruolo “attivo”, grazie alla rivoluzione sociale che la rende così indipendente e libera.

    Tenendo presente che la pedofilia femminile intra-familiare ha caratteristiche differenti dalla pedofilia femminile che si manifesta al di fuori delle mura domestiche, preferendo mete lontane come luoghi di abbordaggio, si può affermare con certezza che tale fenomeno è comparso, all’incirca, intorno agli anni ’70. In quel periodo donne americane e canadesi, per lo più divorziate e vedove, favorite dall’emancipazione economica, hanno iniziato a recarsi verso spiagge lontane alla conquista dei “beach boys” soprattutto, ma anche delle “beach girls” che potevano farle sentire, al suono di 100 dollari, “regine per una notte”.

    Alcune indagini giornalistiche come quella del settimanale Panorama, hanno messo in luce che oggi l’età di queste donne varia dai 25 anni circa ai 50 anni, mentre le motivazioni che le spingerebbero ad alimentare il desiderio di vivere una notte di sesso con bimbi di 6-7 anni o di 11-12, sono sempre le stesse: la soddisfazione sessuale e, ad un tempo, l’appagamento materno.[ii]

    Esse, tuttavia, potendo difficilmente usufruire di infrastrutture organizzate al loro servizio come i pedofili maschi, sono costrette ad abbordare i ragazzini per strada e a viaggiare senza la protezione di un’articolata rete di agganci. Infatti non hanno alle spalle la tutela di organizzazioni che garantiscono loro la certezza di raggiungere il luogo di destinazione avendo già tutto stabilito, come accade per la maggior parte dei pedofili maschi.

    Differenti sono le mete. Le donne nordamericane si indirizzano, per la maggior parte, verso i Caraibi; mentre le europee provenienti dai ricchi paesi occidentali preferiscono come mete il Marocco, la Tunisia e il Kenya e per le destinazioni più lontane la Giamaica e il Brasile. La Thailandia, invece, è la meta preferita dalle donne giapponesi che, con i voli charter, raggiungono i centri specializzati in massaggi sadomaso di Bangkok. E a Marrakesh trascorrono dei periodi le scandinave e le olandesi che consumano notti d’amore in acconto, cioè se la notte trascorsa non è stata soddisfacente la prestazione non viene pagata.[1]

    Gli strumenti

    Sulle donne che praticano la pedofilia all’estero, si è saputo che per permettere l’atto sessuale, vengono iniettati nei testicoli di bambini di 6-7 anni degli ormoni e droghe. Poco si conosce sull’uso di tali sostanze, a parte gli effetti collaterali estremamente sgradevoli per il minore.

    Dalla testimonianza di volontari dello Sri Lanka, si apprende che sono le donne pedofile stesse (la maggior parte svizzere e tedesche) a portare le droghe da iniettare nei bambini. Secondo il resoconto di una dottoressa che ha visitato alcuni di quei bambini, il trattamento ormonale causa l’abnorme ingrossamento dell’organo sessuale ad un ragazzino di 11-12 anni che non tollera più di 5-6 di tali iniezioni.

    Conclusioni

    E’ difficile tracciare un quadro completo e ben delineato del fenomeno “pedofilia femminile”. Essa, come quella maschile, si cela all’interno delle mura domestiche, tra segreti, sentimenti di amore-odio e rapporti pericolosi. Ma esattamente come succede per i pedofili maschi, le donne pedofile evadano dalla comune realtà ricercando altrove gli oggetti dei loro spasmodici ed incomprensibili desideri: i meninos de rua, i bambini di strada. Come di consueto, quindi, per chi pratica la pedofilia, i soldi diventano lo strumento che compra il silenzio e l’accondiscendenza dei piccoli. In questo senso, tra uomini e donne – “pedofili” – non vi è alcuna differenza.

    Greta, con la collaborazione di Nicoletta Bressan e la consulenza a cura del Dott. Sergio De Martino

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    riferimenti bibliografici

    1 S.Polo, I mercati della pedofilia in Europa e le politiche di prevenzione e controllo penali e sociali, Tesi di Laurea in Giurisprudenza, Universita’ degli Studi di Trento – Transcrime, Facoltà di Giurisprudenza, Anno accademico 1998-1999, pag. 23, in N. Bressan, “Quando un bambino piange al buio”, relazione presentata al Convegno di Novara “Perchè i bambini non piangano al buio. Riflessioni sulla pedofilia”, 27 Gennaio 2001, pag. 9.

    2 Per ulteriori approfondimenti si veda N. Bressan, Sulla loro pelle, IL SEGNO, Gabrielli Editori, Verona, 1999, pag. 48-49

    3 B. Demartin, Turismo sessuale e prostituzione infantile, Tesi di Diploma in Sociologia del turismo, Unviersità degli Studi di Trieste, Facoltà di Economia, Corso di Diploma in Economia e Gestione dei Servizi Turistici, Anno accademico 1998-1999, in N. Bressan, “Quando un bambino piange al buio”, relazione presentata al Convegno di Novara “Perchè i bambini non piangano al buio. Riflessioni sulla pedofilia”, 27 Gennaio 2001, pag. 10.
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    1. Sandro, hai messo un link molto interessante. Certo che esistono le perversioni o parafilie che dir si voglia, anche nelle femmine: masochismo (vedi la celebre saga delle “50 sfumature”), sadismo (la contessa Bathory per esempio, la sadica contessa ungherese del Seicento realmente esistita, che ha ispirato tanti film sulle contesse vampire… nella realtà, torturò e massacrò centinaia di fanciulle vergini, per lo più ragazze di campagna che venivano assunte come cameriere, e sembra che facesse il bagno nel loro sangue… poi per chi crede al paranormale, si dice che la contessa Bathory praticasse persino la magia nera, insieme al marito… ma il Rinascimento è pieno di personaggi assassini e inquietanti, le avvelenatrici, Urbain Grandier che si dice sedusse un intero convento di suore, praticando con loro orge, il pedofilo assassino Giles de Rais, Maria la Sanguinaria e quanti altri personaggi potrei citare legati all’inquisizione…), la pedofilia nelle donne è solo meno studiata… adesso in questi anni qualcosa si sta muovendo, e cominciano ad uscire i primi studi e inchieste sul turismo sentimentale\sessuale in posti come la Giamaica o il Kenya.
      C’è da dire, comunque, che le turiste molto anziane e danarose in quei paesi sono molto ricercate dagli stessi giovani uomini che sognano di farsi mantenere da queste signorotte (come di fatto avviene), più che non con i bambini, queste signore in genere vanno con ragazzi già maggiorenni, anche se il divario di età è veramente impressionante (una sessantenne che cerca un prostituto 18enne fa comunque impressione… anche se di per sé la cosa potrebbe già essere legale e voluta anche dal giovane uomo… tuttavia c’è da far notare che è difficile parlare di “scelta libera” da parte di questi prostituti, visto che si accompagnano a queste donne unicamente perché non hanno altre fonti di reddito e l’alternativa è fare la fame)
      Vero che forse secoli fa le donne erano più inibite dal punto di vista sessuale e più controllate dal padre\marito (come fa rilevare l’articolo, anche la mancanza di indipendenza o di movimento incideva) e quindi non era molto frequente trovarsi davanti a donne sadomasochiste o zoofile… oggigiorno le donne sono indipendenti e quindi anche la loro libido è libera di uscire allo sbaraglio…
      ecco perché questi studi sulla sessualità femminile li si possono fare solo oggigiorno e non secoli fa…
      Non sono d’accordo sul fatto del feticismo, che secondo chi ha scritto l’articolo non sarebbe diffuso nelle donne, esistono eccome donne feticiste delle scarpe o delle camicie (o di qualsiasi altro oggetto o abbigliamento come la pelle, il latex…), alcune mie ex fiamme lo erano, tanto per dire, avevano il pallino del look “total leather” con stivaloni col tacco a spillo che arrivavano a metà coscia o microgonne e bustier in latex (devo dire che gradivo decisamente certa lingerie! eh! anche l’occhio vuole la sua parte!).
      Così come penso che anche l’esibizionismo e il “palpeggiare strusciandosi” sia diffuso nelle femmine… diciamo che forse alcune femmine lo fanno solo nei confronti di uomini particolarmente gradevoli dal punto di vista estetico, allungano la mano, insomma,
      mentre un frotterista da “mano morta” può farlo con qualsiasi donna abbia davanti sul metrò o pulman, anche non esteticamente gradevole. Almeno, questa è una mia ipotesi…

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