Il femminismo è un’ideologia totalitaria. Ecco perché.

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Roger Scruton

di Davide Stasi – Capita spesso che gli autori di questo blog, riferendosi al femminismo, utilizzino per qualificarlo il termine “totalitario”. Anche da lì vengono i nomignoli spregiativi molto usati “nazifemminista” o “femminazista” o “nazifemminismo”, scelti per il miglior suono rispetto ai comunque validi “sovietofemminismo” o “femmistalinismo”, ma soprattutto contestati come eccessivi dalla stampa conformista e mainstream, sostanzialmente come scusa per tenere fuori dal discorso pubblico i contenuti anti-femministi. Ritengo che siano in malafede. La natura totalitaria del femminismo è infatti del tutto evidente.

Per dimostrarlo cito alcuni concetti tratti dal “Manifesto dei conservatori” di Roger Scruton, filosofo britannico deceduto di recente. Scruton si riferisce al totalitarismo facendo indifferentemente riferimento al regime nazista e alle diverse declinazioni di quello comunista e cerca (a mio avviso con successo) di individuare un denominatore comune a tutti. Sfido chiunque a non vedere perfettamente rispecchiato nelle sue parole il femminismo che siamo abituati a subire ogni giorno, le sue motivazioni più profonde e le sue caratteristiche più peculiari.


Un’invidia sradicata dalla logica naturale e dalla storia.


Traendo le sue osservazioni da un suggerimento del filosofo tedesco Nietzsche, secondo Scruton “le ideologie totalitarie vengono abbracciate perché razionalizzano ogni sorta di risentimento e uniscono i rancorosi in una causa comune; i sistemi totalitari nascono quando tali rancorosi, giunti al potere, cominciano ad abolire quelle istituzioni che avevano conferito potere ad altri. […] Per i rancorosi queste istituzioni sono la causa di ineguaglianze, e pertanto delle loro umiliazioni e dei loro fallimenti”. Nel caso del femminismo il rancore è verso il genere maschile-paterno, cui viene attribuita irragionevolmente una colpa atavica e perdurante (“il patriarcato”).

Un’idea folle atta a nascondere l’inadeguatezza naturale femminile a svolgere i compiti usualmente attribuiti agli uomini (la guerra, il lavoro di fatica). Un’idea che nasce da un’invidia sradicata dalla logica naturale e dalla storia, dove i limiti naturali vengono interpretati come fallimenti dolosamente provocati da un genere a danno dell’altro, e per i quali oggi è opportuno chiedere vendetta e risarcimento, non solo e non tanto abolendo istituzioni e leggi, ma inventandone di nuove chiaramente sbilanciate, fatte passare come giuste da una pennellata linguistica subdola (le “discriminazioni positive”).


Quella storia, intesa nel senso di bubbola, la conosciamo tutti.


Un’ideologia totalitaria, continua Scruton, individuerà dei “gruppi-bersaglio. Il rancore non sarà diretto contro individui particolari, in risposta a torti specifici, ma contro gruppi, considerati collettivamente nocivi e colpevoli”. Abbiamo tutti presente il fatto che meno di 5.000 uomini violenti all’anno, nel nostro paese, rendono tutti noi, milioni di maschi italiani, “carnefici” e “aguzzini”, no? Ed è sistematico che vengano fatti passare come tali: “una funzione dell’ideologia”, continua Scruton, “è quella di raccontare una storia elaborata a proposito del gruppo-bersaglio, destinata a mostrare che i suoi membri non avessero il valore di creature umane, gente che ha raggiunto ingiustamente il successo e che merita per ciò stesso di essere punita”. E quella storia, intesa nel senso di bubbola, la conosciamo tutti, è quella del “patriarcato” e dell’oppressione maschile.

Da essa discende il cuore pulsante dell’ideologia femminista: le donne sono sempre vittime e gli uomini sempre carnefici. Nulla delle ingiustizie di cui parliamo giornalmente esisterebbe senza questo dogma, che Scruton (oltre a noi stessi) non è l’unico a riconoscere, come dimostra questo imperdibile articolo pubblicato di recente dal sito “L’intellettuale dissidente”. L’esistenza di quel dogma è evidentemente parte di un’ideologia totalitaria, che sempre divide “gli esseri umani in gruppi di colpevoli o di innocenti”, dice sempre Scruton. Che conclude la sua disamina del totalitarismo con parole che certificano in modo definitivo l’appartenenza del femminismo a quella stessa categoria.


Ecco perché i media non dovrebbero più spettinarsi quando usiamo il termine “femminazismo”.


varie_manifemminista“Io sostengo”, dice il filosofo, “che le ideologie totalitarie abbiano avuto da sempre questa connotazione: legittimano i rancori di una élite, mentre al contempo fanno propri i rancori di quelli che sono necessari a sostenerla nel suo perseguimento di benefici che le sono stati fino a quel momento irraggiungibili”. Non è forse ciò che vediamo ogni giorno? Non vi si vedono le orde di nullafacenti e nullapensanti pronte e pronti ad aggredire la controparte con un livore tale da ostentare felicità per la morte di molti uomini? Al di sopra di queste/i stupide idiote/i non stanno forse vere e proprie élite dedite alla spartizione di potere e denaro attraverso il potere?

Roger Scruton con le sue parole ci dà la mappa concettuale per mettere a nudo la reale caratura del femminismo tutto, ma in special modo quello contemporaneo, alleato di ferro del genderismo più spinto. Coacervi e veicoli di rancore, essi operano per suscitare il più ampio risentimento e fomentare una guerra perdurante, da rinfocolare mediate sistematiche falsificazioni della storia e del presente, dividendo con la scure chi va sommerso e chi va salvato. Ecco perché qui il femminismo viene detto “totalitario”; ecco perché i media non dovrebbero più spettinarsi quando usiamo il termine “femminazismo”; ecco perché ciò che fa questo blog e altri simili non è solo informazione, ma vera e propria resistenza.


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