Il paradosso norvegese: una pietra tombale su gender e femminismo

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Correva il 2010 e secondo tutti gli enti di valutazione il paese al mondo dove più era assicurata la parità tra uomini e donne era la Norvegia. Svettava in cima a tutte le classifiche e l’intera galassia progressista, femminista e gender elevava il paese nordico a modello assoluto, a traguardo da raggiungere. Proprio ad Oslo, non a caso, aveva sede il “Nordic Gender Institute”, centro studi di riferimento nord-europeo nella materia della parità di genere e dell’inclusività gender, ritenuto talmente importante da essere destinatario di corposi finanziamenti da parte dello Stato. Una grande mangiatoia votata a un ideologismo rigido, velenoso ma soprattutto privo di fondamento. Cosa che, però, si scoprirà successivamente e per causa di un reportage realizzato da… un mezzo di comunicazione di massa? Un giornalista d’inchiesta? Un magistrato? No, quelli sono parte del problema. A scoperchiare la nefandezza ci pensa Harald Eia, un comico televisivo norvegese, che per l’occasione decide di realizzare qualcosa di maledettamente serio. L’esito è il reportage che segue (sottotitolato in italiano):

È molto probabile che pochi o nessuno di voi l’abbia mai visto, ed è comprensibile. Essendo pressoché conclusivo su tutta una serie di pilastri fondativi della teoria gender e femminista, è stato debitamente occultato e poco discusso nel nostro paese. Anche perché Harald struttura il tutto con un metodo straordinariamente efficace. Come prima cosa intervista gli “specialisti” norvegesi, ovvero del paese più paritario e inclusivo del mondo, aderenti alla teoria secondo cui il genere di una persona è esclusivamente determinato dai condizionamenti socio-culturali e, in quanto tale, sia un costrutto soggetto alle influenze degli stereotipi. Del tipo che le femmine crescono come femmine perché da bimbe vengono vestite di rosa e gli si dà in mano delle bambole, e i maschi crescono come maschi perché vengono vestiti di azzurro e gli vengono messe in mano delle costruzioni. Ecco, quella roba lì, insomma. Teorie che al tempo dei lumi della ragione sarebbero state materiale d’oro per l’avanspettacolo da bettola, e che invece nei nostri tempi di oscuramento della ragione vengono prese sul serio. Harald sa bene di cosa si tratta, eppure interroga gli specialisti norvegesi con dovizia, attenzione e rispetto, intervallando il tutto con simpatiche interviste alla gente comune, che ovviamente la pensa in modo diametralmente opposto rispetto agli “specialisti”.


Un incolmabile divario tra scienza e fuffa ideologica gender.


Ma il tema è troppo delicato per lasciarlo in mano alla gente comune. Allora Harald salta dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna per intervistare altri studiosi ed esperti, sostenitori stavolta di un’altra teoria, ossia che a determinare i caratteri peculiari e diversificati, talora anche nettamente, di uomini e donne siano soprattutto aspetti bio-fisiologici frutto dell’evoluzione di millenni di esistenza umana. Qui il gioco si fa duro perché l’intervistatore non parla con venditori di fumo, ma con scienziati che verificano le proprie teorie con test ed esperimenti. Alcuni di essi sono incredibili: bimbe e bimbi di nove mesi, quindi pochissimo soggetti ai condizionamenti ambientali e culturali, messi in una stanza con giochi neutri, tipicamente maschili e tipicamente femminili, che si dirigono istintivamente, gattonando, verso quelli a cui la natura li rende più inclini (bambole le bimbe, costruzioni i bimbi). Di più: ad Oxford il comico norvegese incontra uno psichiatra impegnato nello studio dell’autismo che gli presenta test incredibili. Bambini di pochissimi giorni che fissano lo sguardo più intensamente e più a lungo su figure tipizzate: i maschi su immagini di meccanismi e ingranaggi, le femmine su immagini di volti umani. Il tutto completato dal parere di una simpatica studiosa dell’evoluzione, che mette la parola fine a ogni discussione.

Con grande correttezza Harald fa ascoltare ai biologi e scienziati i pareri bislacchi dei “genderisti” norvegesi. Grasse risate e una venatura di disprezzo nelle loro reazioni. “Mi chiedo come si possa sostenere una cosa del genere”, ridacchia l’esperta evoluzionista, ascoltando un ricercatore del “Nordic Gender Institute” dire che uomini e donne si distinguono solo per i diversi genitali e per il resto sono identici, due gocce d’acqua. Quando torna in patria Harald è palesemente convinto che biologi e scienziati siano sulla strada giusta e gli altri no. Ma con estrema correttezza vuole esserne certo e mostra agli studiosi norvegesi intervistati all’inizio le interviste con gli scienziati stessi, chiedendo una replica. Ottiene balbettii, supercazzole talvolta anche buffissime (“io ho un’estrazione teoretica”, smozzica una di loro, schiacciata dall’evidenza degli esperimenti scientifici). Proprio quell’incolmabile divario tra scienza e fuffa ideologica porterà poi il governo norvegese a non finanziare più il “Nordic Gender Institute”, mandandolo in breve e giustamente alla malora e i suoi ricercatori a fare lavori veri e più consoni.


Una folle battaglia autoreferenziale e contro l’immutabile realtà naturale.


dnaQuali sono gli aspetti rilevanti di questo reportage, che non è mero divertissement giornalistico, ma una vera e propria inchiesta sulla realtà attuale (sebbene risalga al 2010)? Essenzialmente due. Il primo è il netto e totale smantellamento di tutti i presupposti base della “teoria gender“. Il genere non è affatto un costrutto sociale, non può essere determinato da inclinazioni o autopercezioni soggettive, tanto meno da operazioni chirurgiche e bombardamenti ormonali. Che possono esserci, per carità, ma non cambiano la natura delle cose, determinata fin dai primi momenti dello sviluppo dell’embrione dal combinato disposto di ormoni e peptidi, a loro volta innescati dai geni presenti nel DNA. Vuol forse dire, questo, che chi si sente diverso dal proprio sesso biologico sia inferiore, vada oppresso e discriminato? Assolutamente no. Deve godere di tutte le tutele al pari di qualunque altro essere umano. Gli stessi biologi intervistati non si pongono in modo assolutistico e settario, ammettono al microfono di Harald che la cultura e l’educazione giocano un ruolo confermativo o disconfermativo del genere, ma con un’influenza sostanzialmente minimale. E hanno le prove che sia così. Molto più manichea è invece la posizione dei genderisti: la biologia non conta nulla, dicono. Allo stesso modo, tradotto in politica, l’atteggiamento diventa: la versione giusta è la nostra e chi dice diversamente, pur se con prove alla mano, è un diffusore d’odio, dunque deve essere messo a tacere (per approfondimenti, citofonare On. Zan). La prima conclusione che si può trarre dal reportage di Harald Harald, insomma, è che la volontà oppressiva sta nettamente da una parte, quella dei genderisti, e la verità delle cose dall’altra, dove stanno biologia, fisiologia ed evoluzione umana, per altro aperti ad ammettere influenze ulteriori oltre a quella bio-fisiologica.

Seppellite le basi della teoria gender, si passa al secondo effetto dirompente del reportage norvegese, che riguarda il “divario di genere”. Quello per cui le donne scelgono più certi lavori che altri, in particolare quelli in cui si ha a che fare con le persone, mentre gli uomini scelgono professioni più “tecniche”, dove l’empatia serve a poco o nulla. Qualcosa di molto rilevante perché dalla scelta dei percorsi di studio, dunque delle professioni, discende anche la differenza nei salari, laddove inevitabilmente un ingegnere elettronico guadagna parecchio di più di un’infermiera o un’insegnante. Studi mondiali dimostrano che la pressione sociale e i “ruoli di genere” predeterminati dagli stereotipi c’entrano poco o nulla con queste scelte. È il setting naturale, che include ovviamente un buon numero di eccezioni, a guidare maschi e femmine nelle scelte della loro vita. Provare a piegare a forza questa impostazione, come fanno i molti interventi orientati a spingere le ragazze verso le discipline STEM, è pura violenza, che genererà grandi abbandoni scolastici, lavoratrici insoddisfatte quando non addirittura inadeguate. Si tratta di inclinazioni derivate da geni sviluppatisi in millenni. Provare a piegarli a forza per renderli coerenti con un’ideologia senza fondamento è come provare a piegare una barra d’acciaio con lo sguardo. Con in più quello che nel reportage viene chiamato “il paradosso norvegese”: più una società è libera e democratica, più gli individui si sentono liberi di scegliere secondo le proprie inclinazioni, ed ecco che il divario uomini-donne aumenta in modo naturale. In società meno libere e meno sviluppate, ognuno coglie qualunque opportunità di lavoro o autorealizzazione e così le inclinazioni passano in secondo piano. Un processo che il reportage mostra come scientificamente comprovato e che dimostra come i combattenti per la parità forzata e contro-natura, femministe e lobby gender in primis, stiano in realtà conducendo una folle battaglia autoreferenziale e contro l’immutabile realtà naturale. Ma il grave è che ancora c’è chi discute e propone leggi basate su principi le cui fondamenta sono state demolite già la bellezza di dieci anni fa.


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