Il piagnisteo infinito: dopo le mascherine, la app “Immuni”

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LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Redazione. Al principio furono le mascherine di misura “maschile” denunciate dal “Messaggero”. Poi l’ovvietà scandalosa e chestertoniana di Emis Killa, cui le donne piacciono femminili (brutto e sporco depravato e deviato che non è altro!). Ora è il turno del Governo, nientemeno, e della sua app “Immuni” che, orrore assoluto, nella sua schermata iniziale rappresenta una famigliola stilizzata vista da due finestre. Nell’una c’è l’uomo che lavora al PC portatile, nell’altra una donna che ninna un bimbo. Il che è semplicemente scan-da-lo-so! Le chiavi di lettura sono queste: la donna “prova disperatamente a tenere in equilibrio carichi familiari e lavoro”, e subito parte l’immancabile hashtag “#noncisiamo#.

Mentre la rete s’indigna e si spettina, anche il mainstream ci mette del suo. Capofila è “Open” di Mentana: “Lei con un bambino, lui con un PC. Certo non un insulto, ma è triste vedere che anche in un’app del Ministero dell’Innovazione il posto della donna sia ancora quello”. A ruota tutti gli altri, con svariate variazioni sul tema, esprimono la stessa posizione: stereotipi, discriminazione, patriarcato, vantaggio maschile, svantaggio delle donne, vergogna vergogna vergogna. Il messaggio è troppo tradizionale, non prende abbastanza le mosse da quel noto cartello innalzato da un manifestante durante un gaypride: “porti aperti come i nostri culi”. Qui però non si tratta di porti, ma di un  intero progetto di società, talmente aperto da risultare liquido o gassoso, proposto-imposto con il pretesto del “sessismo”.


Siamo davvero i soli a ritenere tutto questo una distopia non più tollerabile?


L’immagine di “Immuni” è troppo “chiusa”, dunque. Per “Open” di Mentana è addirittura triste che ci sia una madre col bambino e un uomo che lavora. Triste per un fatto di stereotipi, non perché ci sia una persona che si gode un evento meraviglioso e umanissimo come quello della genitorialità, mentre l’altro è escluso da quel godimento perché deve sgobbare, molto probabilmente salariato e in cambio di quattro soldi. Di contro, viene da pensare, sarebbe tutto molto più allegro se a farsi sfruttare fosse la donna, l’uomo venisse cancellato dal quadro generale e il bimbo, chissà, venisse preso prima di nascere, smembrato da un aborto e i suoi pezzetti venduti nell’ampio mercato delle componenti fisio-biologiche.

La polemica che sta tenendo banco un po’ ovunque, insomma, oltre a essere di una superficialità desolante, sovverte completamente la realtà dei fatti, con il solo scopo di allinearsi alla politica vittimizzante femminile e colpevolizzante dell’uomo tipica dell’ideologia femminista. Tutti i media pagano pegno a fronte di un Ministero che, per rendere il messaggio immediato, ha solo rappresentato una realtà semplificata e stilizzata. Senza contare che probabilmente il casino sarebbe stato ancora maggiore se avessero messo il papà col pupo in braccio e la donna a lavorare (“eeeeh, ma quando mai il papà si occupa del neonato?”, avrebbero tuonato quelle che vogliono il figlio in esclusiva alla madre, ma poi s’incazzano quando viene rappresentata…). O meglio ancora, tenendo l’immagine attuale, come ha commentato un geniale follower su Instagram: probabilmente lei sta scappando col bambino e lui sta scrivendo all’avvocato… Si attende ora, tra i vari problemi cruciali del paese, una protesta degli LGBT per il fatto che non sia stata pensata dal Ministero una rappresentazione specifica per ognuno dei 195 generi in cui un individuo si può riconoscere. Ma siamo davvero i soli a ritenere tutto questo una distopia non più tollerabile?


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