Il racconto della colpa e il racconto dell’eroe

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LA FIONDA

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di Santiago Gascó Altaba. Yentl è un film del 1983 diretto da Barbra Streisand ambientato in una delle numerose comunità ebraiche dei paesi dell’est d’Europa all’inizio del XX secolo. La protagonista, Yentl, è una donna che vuole studiare i testi sacri ebraici, all’epoca proibiti alle donne. Dunque si traveste da ragazzo e riesce a frequentare una yeshiva, una scuola religiosa ebraica. Anche se la trama tocca altri argomenti (il matrimonio, i ruoli familiari), il succo del film è il divieto femminile allo studio. Verso la fine del film la protagonista proclama: “se ci fosse una legge assurda che dicesse a tutti gli uomini di occhi marroni che è proibito studiare, tu cosa faresti?”. Ennesimo film-denuncia della condizione delle donne (per colpa degli uomini), Yentl denuncia un tema che sembra irrefutabile: il divieto allo studio che, assieme al divieto di voto, sembrano le due accuse storiche più ricorrenti tra le molte che piovono contro il “patriarcato”. La seconda è molto discutibile per tanti motivi, il primo e più evidente è che al diritto di voto dovrebbe corrispondere l’obbligo di difesa anche con la propria vita di tali diritto, obbligo dal quale le donne erano esenti. Sulla prima accusa però non sembra che ci siano altrettanti buoni argomenti per contestarla. Quale ragione potrebbe giustificare il divieto alle donne di studiare fisica, filosofia o i testi sacri?

È evidente che molte donne hanno subito ingiustizie, violenze o discriminazione (come il divieto di studiare). Sarebbe strano il contrario, in un mondo caratterizzato per tutti fino a due secoli fa dalla schiavitù e dalla tortura nei procedimenti di indagine. Il film di Yentl racconta il vero. Ma c’è un aspetto che mi disturba. C’è sempre un’altra faccia della medaglia. In Yentl, quello che per lei vuole essere un diritto (opzionale), per i ragazzi era un obbligo, e non piacevole. La sferza è stata a lungo lo strumento prediletto degli insegnanti, soprattutto con i più piccoli. Per molti lo studio non è mai stato un diritto ma un inferno. Dai colpi alcuni riportavano menomazioni per il resto della vita, i più sfortunati morivano. “Nella popolazione ebraica i ragazzi dovevano studiare la Legge ebraica, sottoposti a insegnanti dispotici e condizioni rigorose, mentre le ragazze, esentate dallo studio della Legge e dalla maggior parte dei doveri religiosi pubblici, potevano proseguire la propria istruzione a casa. È del 2011 la notizia di bambini incatenati e sottoposti a condizioni inumane di apprendimento in una scuola coranica (Pakistan)”. (tratto da La grande menzogna del femminismo, p. 436).


La Storia degli artefici (che fanno), la Storia degli eroi.


Il film ci riporta di sfuggita il dialogo di Yentl con due studenti che ha appena conosciuto. “A quale Yeshivah andrai?” chiede il primo studente. “Non lo so” – risponde Yentl –, “a un posto tranquillo.” “Un posto tranquillo!?”, risponde ironico e sorpreso il secondo studente. “Belzon è il migliore, è là che studiamo noi”, interviene di nuovo il primo studente, al quale risponde di nuovo ironico il secondo, “tutti gli altri studiano, io conto i giorni che mancano alla fine!”. Ecco in due frasi un destino imposto e non voluto, il condizionamento sociale su un giovane del quale non sappiamo nulla, né la sua sofferenza, né la sua infelicità, tranne il suo disagio di dover fare qualcosa (studiare) che non vuole fare. Sappiamo anche che il fratello del protagonista, un altro giovane studente, si è suicidato, ma anche qui nulla sappiamo del motivo, della sofferenza o della costrizione sociale che l’ha spinto al suicidio. In entrambi i casi nessuno dei due merita un film, né esiste neanche lontanamente nel nostro immaginario un vincolo tra la loro sofferenza maschile e una responsabilità femminile, dicotomia che invece è evidente e chiara a sessi invertiti: da una parte l’universo di vittime impotenti (donne), dall’altra i colpevoli (uomini) che governano il mondo – malgrado il padre di Yentl fosse un bravo uomo e facesse studiare di nascosto la figlia a casa, o le madri nel film pretendessero dalle figlie e dai generi un certo ruolo sociale predeterminato. Il mio disagio su Yentl nasce dunque dalla parzialità del racconto.

Nel mondo ci sono due Storie: la Storia del fare e la Storia della colpa. La prima racconta una costruzione, narra la marcia dell’umanità lungo il deserto verso terre migliori, descrive una cronaca dettagliata di successi e fallimenti, di cadute e risollevamenti, il cui esito è un progresso tanto materiale quanto spirituale. L’uomo storico cerca nel passato la comprensione necessaria per imparare e costruire un futuro. Gli imperi crollano, le civiltà muoiono, le teorie si rivelano false, ma ciò non ferma l’Umanità, l’aiuta a evolversi verso un traguardo migliore. L’umanità sta imparando a camminare, ad ogni caduta si risolleva. È la Storia degli artefici (che fanno), la Storia degli eroi.


Un racconto che spezza l’umanità.


La storiografia di genere, o storiografia femminista, è invece la Storia della colpa. È il racconto di un’accusa valida nel passato che si protrae fino al presente e al futuro. Racconta un patimento, narra la marcia delle donne lungo il deserto, schiavizzate dagli uomini, descrive una cronaca dettagliata di torti, violenze e crimini subiti e agiti, il cui esito è la costruzione di due gruppi in conflitto. La storica di genere cerca nel passato il colpevole della sua infelicità presente. In linea di massima nella storia di genere non si costruisce nulla, non si distrugge nulla; non ci sono imperi che crollano (né che si creano), civiltà che muoiono (né che nascono), teorie che si rivelano false (né che si rivelano vere), la storia è un semplice elenco ininterrotto di eventi che servono a determinare la colpa. Non si impara nulla, si denuncia. È la Storia del giudizio, la Storia della vittima e, soprattutto, la Storia del colpevole. La storiografia di genere è un racconto parziale, dunque parzialmente vero, dunque interamente falso.

Non è vero che non esiste un racconto maschile. Il racconto maschile è il racconto dell’eroe, è il racconto dell’umanità, di quegli uomini e donne che hanno costruito il mondo. È un racconto che bisogna riesumare, proclamare con più forza. Quello che non esiste invece è un racconto di genere maschile speculare a quello femminista, un racconto che spezza l’umanità e dà vita a una netta dicotomia tra due gruppi in conflitto, vittime uomini e colpevoli donne. E non credo che serva, non serve incolpare le donne di ogni nostra disgrazia presente e passata. Perché a mio avviso tutta la Storia di genere può essere ridotta in una singola frase: la caratteristica precipua della relazione tra i sessi lungo la Storia è la disponibilità (talvolta costrizione) degli uomini a morire per le donne, disponibilità che a sessi invertiti non è mai esistita (tranne quando si tratta di madri e figli). Se Yentl un giorno è riuscita a studiare, è stato grazie a qualcuno che ha costruito per lei una casa, qualcuno che ha fabbricato per lei i libri, qualcuno che ha reso per lei sicure le strade, qualcuno che ha portato per lei fino a tavola le derrate e il legno da bruciare nel caminetto. Se Yentl un giorno è riuscita a studiare, è stato grazie a suo padre, grazie a tutti quei uomini (e donne) che hanno creato un mondo per lei, che la permetteva di muoversi in sicurezza. Se Yentl un giorno è riuscita a studiare, è stato grazie a tutti quelli che sono morti per lei, compreso quel ragazzo segnato da un destino e costretto a uno studio che forse l’ha spinto al suicidio. Se io oggi scrivo qui, e voi mi leggete, è grazie a quelli che mi hanno preceduto. Quelli sono i miei eroi. Questo è il mio racconto. Il racconto maschile.


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