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La torta da mangiare nella cucina femminista

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

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LA FIONDA

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di Santiago Gascó Altaba –  8 marzo, Giornata della donna. Il bambino esce da scuola, sorridente corre incontro a suo papà, che lo aspetta, gli salta tra le braccia e gli dice: “Oggi la maestra ha parlato di femminismo. Papà, cos’è il femminismo?”.

Il papà cerca una panchina, si siede, fa sedere il bambino, e inizia un racconto:

“C’era una volta un uomo e una donna in una cucina e sul tavolo una deliziosa torta. La donna disse:

– Senti, uomo, finora ci sono stati molti problemi nella ripartizione del cibo in cucina, non ci sono state ripartizioni eque, dunque d’ora in poi applicheremo il femminismo.

– Cos’è il femminismo? – chiese l’uomo ignaro.

– Il femminismo è l’applicazione della parità – rispose la donna.

“Bene”, pensò l’uomo, “è giusto che ci sia una ripartizione paritaria”.

Finché l’uomo così rifletteva, la donna si avvicinò al tavolo, prese la torta e la mangiò tutta.

L’uomo rimase interdetto. Guardò la donna e chiese:

– Perché hai mangiato la torta?

– Perché avevo fame – rispose la donna.

– E la parità? – chiese l’uomo.

– Tu non avevi fame. Io avevo fame. Ho mangiato la torta. Adesso siamo pari.

– Ma io avevo fame – si lamentò l’uomo.

– Tu non hai fame. Ora io ho mangiato e non ho più fame, quindi siamo pari; vedi, questo è il femminismo: l’applicazione della parità.

– No – ribatté l’uomo con un tono fermo -, il femminismo non è l’applicazione della parità, qui il femminismo è sostenere che io non ho fame e tu sì. Io comunque ho fame.

– Tu non hai fame, tu non puoi avere fame perché sei più grande di me, sicuramente hai mangiato prima – rispose la donna.

L’uomo riflettete di nuovo. Gli sembrava di non riuscire più a esprimersi, che il significato delle parole e dei concetti gli sfuggivano pian piano. Non poteva lanciare la stessa accusa alla donna: lei era più piccola.

– Io comunque ho fame – insistette.

– Tu non hai fame! – la donna incominciava ad arrabbiarsi –  Tu non vuoi la parità! Tu mi vuoi discriminare perché sono donna!

E ogni volta che lui insisteva che aveva fame, lei si indispettiva sempre di più…

 Il padre fece una pausa. Il fliglioletto lo guardava con gli occhi ben aperti. “E poi, cosa successe?” Chiese il bambino intrigato.

“Nulla di che”, rispose il papà, “l’uomo la fece arrabbiare, lei fece una falsa denuncia per abusi sessuali e l’uomo finì in galera”.


Una dicotomia dalla quale non si riesce a sfuggire.


Emma Watson

La definizione del termine femminismo è fondamentale, punto di partenza per la comprensione del fenomeno del femminismo, fenomeno che impregna oramai tutte le nostre attività e interazioni sociali. L’argomento è stato trattato durante la puntata di Radio Londra: “Femminismo: anatomia di una menzogna”. Faccio un elenco in sintesi dei punti principali.

1) Il movimento femminista, l’ONU (Emma Watson, Campagna ONU Heforshe, min. 2:12 –  2:34) i politici, e quasi tutti i dizionari del mondo (https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/F/femminismo.shtml , https://dizionari.repubblica.it/Italiano/F/femminismo.html), definiscono il femminismo con il termine “parità”. In inglese, ad esempio, l’Oxford dictionary. In spagnolo, il dizionario della Real Academia Española, istituzione che stabilisce il significato delle parole per tutta la comunità di lingua spagnola e alla quale fanno riferimento tutti gli altri dizionari.

2) Il termine “parità” associato al termine femminismo ci colloca tutti in una dicotomia dalla quale non si riesce a sfuggire: o si è per la parità, dunque femminista, o si è contro la parità, dunque maschilista o qualcosa di simile.


Siamo di fronte a un lavaggio del cervello pubblico e universale.


3) La definizione del femminismo con il termine di “parità” è assolutamente falsa. In oltre un secolo e mezzo di femminismo (prendendo come punto di partenza la Convenzione di Seneca Falls, 1848), non ci è stata una singola iniziativa, campagna, rivendicazione o manifestazione da parte del mondo femminista a favore di un qualsiasi diritto a vantaggio in esclusiva dell’universo maschile (tranne di recente in alcuni paesi occidentali i permessi di paternità, richiesti dal mondo femminista, non per venire incontro ai bisogni maschili ma perché a dir loro le donne venivano discriminate al momento dell’assunzione dai datori di lavoro perché avevano troppe ferie a differenza degli uomini). Al contrario, gli episodi, durante questo secolo e mezzo, di rifiuto dell’effettiva parità tra uomini e donna da parte del movimento femminista sono numerosi quanto la polvere della terra e le stelle del cielo: tutte le misure che si richiamano alla discriminazione positiva (sovvenzioni, aiuti, enti e istituzioni, normative sulla violenza, quote, affidamento dei figli,…) fino alla distribuzione da parte delle femministe delle penne bianche per far arruolare i giovanni maschi durante la Prima guerra mondiale. Senza paura di sbagliare, si può pacificamente affermare che il movimento femminista si è contraddistinto lungo oltre un secolo e mezzo per la promozione della disparità.

4) L’evidente dissociazione tra la corrispondenza della definizione di femminismo come “parità” di quasi tutti i dizionari del mondo e la realtà storico fattuale (cioè i fatti, come si sono comportate e si comportano le femministe nei confronti della parità ogni volta che questa può favorire gli uomini) può soltanto essere spiegato come conseguenza dell’obnubilamento che provocano i virus ideologici. Siamo di fronte a un lavaggio del cervello pubblico e universale.

5) La definizione corretta di femminismo è quella che l’associa al concetto di liberazione della donna. Adopero la definizione della femminista spagnola Victoria Sau: “Il femminismo è un movimento sociale e politico che inizia formalmente alla fine del secolo XVIII e che suppone la presa di coscienza da parte delle donne come gruppo o componente umana dell’oppressione, dominazione e sfruttamento di cui sono e sono state oggetto da parte degli uomini nell’ambito del patriarcato nelle sue differenti fasi storiche di modello di produzione, il che le muove verso l’azione per la liberazione del proprio sesso con tutte le trasformazioni richieste dalla società”. La definizione stabilisce due concetti importantissimi. Primo: le donne sono state (storia) e sono (attualità) oppresse, all’interno di un determinismo storico che stabilisce un’oppressione nata all’inizio dei tempi e finisce nella “liberazione” delle donne (matriarcato). Secondo: il Principio Assoluto della vittimizzazione/colpevolizzazione, le donne sono le vittime (schiave, oppresse, discriminate,…), gli uomini sono i carnefici (oppressori, tiranni, aguzzini,…).


Gli uomini non hanno diritto ai diritti.


6)  Tutte le femministe si identificano in questo Principio Assoluto, e l’adesione a questo Principio è ciò che rende una femminista femminista. Al di fuori dell’assunzione del Principio Assoluto, non esiste altra posizione ideologica su nessun altro tema (aborto, suffragio, prostituzione, velo, nudità,…) né nessun atteggiamento (moderato o radicale) che spiega e giustifica la qualifica di femminista. In effetti, il movimento femminista è completamente contraddittorio su tutto tranne che su questo Principio Assoluto. Non esistono dunque molti femminismi, come spesso si afferma. Esiste un solo femminismo con un unico Principio condiviso da tutte.

7) Questa definizione, in sostanza, per cui le donne sono discriminate per colpa maschile, ha un’altra possibile redazione da un punto di vista maschile. Il femminismo non è il diritto alla parità, il femminismo è il diritto delle donne alla parità, diritto che gli uomini non hanno perché hanno già raggiunto la parità. (Nel racconto, il femminismo è sostenere che l’uomo non ha fame e la donna sì). Gli uomini non possono essere oppressori e oppressi allo stesso tempo, né le donne possono essere contemporaneamente vittime e carnefici, se ne deduce dunque che gli uomini non sono discriminati, non possono rivendicare diritti (alle donne). Gli uomini non hanno diritto ai diritti perché li hanno già conquistati tutti.


L’uomo fece arrabbiare la femminista.


8) La definizione del femminismo che si richiama alla liberazione delle donne (dagli uomini) è una definizione lecita. Questa definizione è stata sempre considerata un assioma, si tratta invece di un’ipotesi. Le ipotesi devono essere vagliate. (Nel racconto, bisogna vagliare se l’uomo effettivamente non ha fame come sostiene il femminismo). Dopo la disamina, se l’ipotessi si dimostrasse corretta, allora il femminismo avrebbe ragione. Se l’ipotesi si dimostrasse invece infondata, allora saremmo di fronte a interventi decennali e criminali a sostegno di un’ideologia che sarebbe risultata semplicemente falsa. Significherebbe la statuizione di “io sono vittima e tu no” e “tu sei il carnefice e io no” basato unicamente sul sesso. Non c’è maggior sessismo da quello di proclamarsi vittima per il solo ed unico fatto di essere donna senza sentirsi in obbligo di doverlo provare.

9) La definizione corretta del termine femminismo e la disamina di quanto vi si afferma non sono meri esercizi teoretici e mentali. La definizione e il suo contenuto hanno ricadute pesanti a livello conscio e inconscio sulle azioni e decisioni nelle nostre vite: il giudice, a chi affida i figli; il poliziotto, chi arresta; il politico, a chi destina i fondi…

L’impossibilità dell’uomo-colpevole di sollevare qualsiasi accusa, qualsiasi denuncia della propria condizione, qualsiasi rivendicazione nei confronti delle donne, così come le donne fanno di continuo nei confronti degli uomini, è la caratteristica precipua e rivoluzionaria del femminismo, è la sua grande conquista che spiega perché a fronte di migliaia di conferenze, incontri, sovvenzioni e tutele della donna da una parte, ci sia il nulla dall’altra.” (La grande menzogna del femminismo, p. 44)

Come fare la disamina? La disamina si chiama “Questa metà della terra”, “La grande menzogna del femminismo”, e tante altre opere che pian piano si andranno ad aggiungere.

“E poi, cosa successe?” Chiese il bambino intrigato.

“Nulla di che, l’uomo fece arrabbiare la femminista, lei fece una falsa denuncia per abusi sessuali e l’uomo…”.


18 thoughts on “La torta da mangiare nella cucina femminista

  1. “le donne devono conquistare dei diritti mentre invece gli uomini li hanno già conquistati tutti”
    No, gli uomini non hanno conquistato i propri diritti, li hanno usurpati
    Togliendoli alle donne
    Legittimazione dell’aggressività femminista, la lotta feroce per riprendere ciò che è loro

  2. C’è un presupposto di fondo nel femminismo, che viene prima della dottrina della “sempiterna oppressione”.
    Perchè la “fame” dell’uomo, per il femminismo non conta?
    Di base, anche se non sempre espressa esplicitamente dal femminismo, c’è l’idea che la donna sia superiore all’uomo. Superiore nel senso in cui noi ci sentiamo superiori agli altri animali: intellettivamente ed eticamente.
    E credo sia questo attualmente, il primo presupposto del femminismo, quello oggi più forte rispetto anche alla dottrina che lo definisce, delle donne come popolo oppresso dal popolo degli uomini.
    La tesi della sempiterna oppressione maschile, oltre a non reggere razionalmente e storicamente, alla lunga, non riesce a giustificare eticamente, per i nostri standard, una “riparazione infinita”.
    Nessuno pensa davvero che nel femminismo ci sia un limite oltre il quale i maschi avranno saldato il conto, un numero di torte oltre la quale, potranno aver diritto a reclamare una fetta della successiva.

    Per il femminismo, la “fame” (ossia, fuor di metafora, i bisogni, i diritti le aspirazioni etc) della donna, è più importante della “fame” dell’uomo, come la fame di un essere umano, per me, umano, è più importante della fame di un animale.
    Io non penserò all’animale se non dopo aver soddisfatto i miei bisogni, che sono su un altro piano, e solo a condizione che quell’animale stia alle mie regole, ossia si lasci addomesticare, che diventi “utile” per me. Perchè non mi interessa che quel particolare esemplare di animale non mi danneggi effettivamente, basta che potenzialmente possa farlo e per me tutta la specie diventa un problema. E per risolvere questo problema, che minaccia potenzialmente la mia sopravvivenza, non esito a ridimensionarla, quella specie, se necessario.
    La somiglianza col nazismo si nota perchè i nazisti applicavano agli altri popoli questo ragionamento, mentre il femminismo lo fa col sesso maschile: gli uomini sono potenzialmente tutti stupratori o femicidi, pertanto….

    Per il femminismo, la collettività dei maschi, ciò che viene attribuito al “maschile”, prima di essere un “popolo ostile”, e una “cultura oppressiva”, rappresenta una natura ostile, come per l’umanità è potenzialmente letale un ambiente non addomesticato, non antropizzato. L’umanità, la nostra specie, che non si è evoluta legandosi ad un ambiente specifico ma è sopravvissuta trovando soluzioni tecniche per modificare l’ambiente attorno a se, è da sempre “in guerra” con la natura.
    Si, lo so, è il femminismo che dice che l’uomo vede nella donna una “natura ostile”, che la vuole dominare per esorcizzare la paura della “natura”, della “madre” etc, ma credo che per conoscere quali sono i pensieri più profondi, i desiderata, la strategia per portarli a compimento del femminismo, la cosa più illuminante è vedere cosa il femminismo proietta sugli uomini e sul cd “patriarcato” in termini di attribuzione di pensieri più profondi, desiderata e strategie per portarli a compimento.

    Tornando alla premessa femminista della biologica superiorità femminile, va notato che questa premessa presenta il livello minimo di incoerenza per tenere su la prassi femminista, specie quella attuale. Di certo, è logicamente meno problematica della dottrina espressa nel 1848 (ricalcando metaforicamente la Dichiarazione d’Indipendenza, attenzione che non è un particolare da poco), e il femminismo ha sempre ovvi problemi di coerenza interna, ma anche di presentabilità esterna.
    Non ci sarebbe più bisogno dei mille mila taaaanti femminismi per fare cortina fumogena su dei presupposti fragili al pensiero critico come l’idea di una guerra di liberazione del sesso femminile (Sarebbe interessare entrare nel dettaglio della genesi e fenomenologia dei taaaant* femminism* ma allungherei troppo), ma, si dirà, affermare esplicitamente la superiorità biologica della femmina sul maschio, è ancora qualcosa di indigesto. Si..ma meno di ieri. E non a caso oggi questo messaggio, è sempre di più martellato in modo implicito.

    Facendo sintesi…, il livello minimo di incoerenza, nel femminismo, lo si raggiunge con l’idea dell’inferiorità biologica del maschio sulla femmina (o superiorità biologica della femmina sul maschio a seconda dei gusti), tesi sempre presente nel femminismo, ma che, a mio parere, ora, in modo non del tutto esplicito ma forte, ma soprattutto in futuro, sarà a fondamento della prassi femminista di “prendersi tutta la torta”.
    Questo perchè, prendersi tutta la torta per “risarcimento”, per “pareggiare i conti”, “per vendetta”, apre quanto meno la questione del “quando” questi conti saranno saldati,della loro reale entità, legittimando gli uomini a voler dire la loro, a mediare alla pari con le donne. E questo il femminismo non lo permetterà mai.
    Ma se tutta la torta la prendo perchè il contadino non divide certo il formaggio con la capra, se le donne decidono di gestire l’umanità secondo le sue esigenze, perchè altrimenti “gli uomini porterebbero il pianeta allo sfacelo”, il femminismo troverebbe una forma che non necessiterebbe di alcun aggiustamento teorico interno o confronto con l’esterno per giustificare una qualsiasi scelta politica, economica, sociale che favorisca le donne, senza doversi riferire a un passato da risarcire e quindi, necessariamente a un futuro di realizzata equità. Perchè non avrebbe più bisogno di una dottrina, ma solo dell’esercizio di una prassi fondata su un presupposto che in parte già fa capolino nel sentire comune.
    La donna prenderebbe tutta la torta perchè “ciò che va bene per le donne va bene per l’umanità”, ossia quel femminismo che afferma in modo sempre più esplicito oggi, che se il mondo fa schifo, è perchè lo hanno comandato gli uomini e che se le donne comandassero, il mondo sarebbe migliore.

    1. Mafrio
      >>>>
      E questo il femminismo non lo permetterà mai.
      >>>>

      Il femminismo “permette di fare quello che gli uomini… permettono di fare al femminismo”.
      Per essere più chiaro: se per ipotesi un giorno gli uomini dovessero iniziare a percepire e a considerare l’altro sesso come un nemico, e quindi tornasse a subentrare l’antica legge del più forte, non solo il femminismo scomparirebbe in un nanosecondo, ma le stesse portatrici di due cromosomi X rischierebbero di brutto.
      La corda non potrà essere tirata in eterno, altrimenti prima o poi si spezzerà, e qualora dovesse accadere per le femmine della specie umana sarebbero guai seri.
      Come il covid19 ha cambiato la nostra vita, il “voler esagerare” con le pretese femministe, potrebbe un giorno (*) portare a profondi cambiamenti nella vita di uomini e donne; e in particolar modo per quest’ultime, che avrebbero a che fare con uomini ben diversi da quelli odierni.

      ————————

      (*) Sicuramente quel giorno sarò già morto; ma questa è un’altra storia.

    2. Approccio molto interessante, che lascia purtroppo intuire l’indicibile ragione che “forse” muove la natura femminista (o femminile?):
      predominanza assoluta dell’egocentrismo femminile e carenza di qualsiasi empatia per la sofferenza maschile.
      “ciò che va bene per le donne va bene per l’umanità”, ma non è vero il contrario: ciò che va bene per gli uomini NON va bene per l’umanità, dunque, concordo quando dice che c’è un’identificazione femminista dell’universo femminile con l’umanità in toto.

      Nell’opera che ho scritto, “La grande menzogna del femminismo”, ho iniziato la mia disamina sulla veridicità dell’ideologia femminista da quelli che ho ritenuto i quattro grandi dogmi femministi. Li trovi elencati in quest’intervista realizzata da Antisessismo:
      https://antisessismo.wordpress.com/2019/04/05/intervista-a-santiago-gasco-altaba-autore-del-libro-la-grande-menzogna-del-femminismo/

      “Quarto dogma: Femminismo della differenza. In molti ambiti è connaturale nella donna una superiorità intellettuale e comportamentale rispetto all’uomo, principalmente nell’ambito morale. Lo status di vittima storica dell’oppressione maschile attribuisce di fatto alla donna una superiorità morale ontologica.”

      Penso che in questo dogma ci sia molto di quello che tu hai espresso nel tuo commento.

      1. Ti ringrazio per i riferimenti, che mi aiuteranno ad approfondire il tema.
        Cercando di uscire dal punto di vista del femminimo e inquadrare da un’altra prospettiva quell’idea del femminismo che vede il maschile come “natura ostile” e lo attacca, mi permetto una rilfessione un po’ libera e certamente non rigorosa, ma la espongo qui anche per raccogliere idee su questo aspetto, o semplicemente un salutare lancio di pomodori 🙂
        I significati che darò alle parole, i concetti, saranno un po’ fumosi, farò delle affermazioni un po’ troppo perentorie, me ne scuso in anticipo, ma abbozzare almeno il tema lo ritengo importante, per riuscire, ad trovare una prospettiva più ampia, fuori dal femminismo, oltre la sconfortante visione de “l’indicibile ragione che “forse” muove la natura femminista (o femminile?): predominanza assoluta dell’egocentrismo femminile e carenza di qualsiasi empatia per la sofferenza maschile. ”
        Sono convinto che un simile sguardo del femminile sul maschile, sia la patologia, non la fisiologia di un processo che non può essere ridotto a uno o all’altro sesso. I sessi si adattano e si selezionano a vicenda del resto, sia a un livello biologico che culturale.
        Tentare un contributo per una “par costruens”, insomma, che rimane, credo, lo scopo delle nostre analisi.

        Siamo animali e rispondiamo a stimoli, ma lo facciamo in un modo particolare. Di fronte all’aggressività attivata, per esempio, da una situazione imprevista, riusciamo a mettere in campo una gamma più vasta di comportamenti che non siano l’attacco o la fuga.
        La capacità della nostra specie di elaborare simboli, e in generale cultura, nel bene e nel male, apre la possibilità, tra le tante, di vedere ciò che dell’altro sesso ci appare come diverso, insondabile, irriducibile e imprevedibile, come fosse una minaccia intenzionale.
        Generazioni di donne e uomini, dovranno continuamente vincere la diffidenza iniziale e conoscersi stabilendo relazioni, elaborando, nelle diverse società, griglie valoriali stabili dove si formano le relazioni concrete tra i sessi.
        Questo è il percorso “fisiologico” normale che porta superare positivamente la diffidenza verso l’altro sesso.

        Che percorso “patologico” potrebbe invece prendere questo primo “impulso di diffidenza” (per certi versi fisiologico in una specie dove i comportamenti non sono “blindati” da percorsi dettati dalla fisiologia ma mediati anche culturalmente), originando relativi costrutti culturali patologici misogini e misandrici?
        Provo a descrivere questo processo.
        Ti vedo come una “natura ostile”, reagisco cercando di dominarti, invece che conoscerti entrando in relazione.
        Nella mia illusione di dominarti, mi reputo superiore, credo di conoscere meglio di te quello che ti gira in testa, ma è una mia illusione di controllo, una mia proiezione, una volontà di manipolarti e farti essere come “servi a me”, un modo patologico di esorcizzare una paura che non so affrontare e che diventa sempre più totalizzante. Entro in un circolo vizioso dove all’aumentare della paura aumenta la mia aggressività e assenza di empatia nei tuoi confronti.

        E’ esattamente la dinamica che il femminismo attribuisce agli uomini contro le donne, ma che pratica effettivamente contro l’altro sesso, ogni volta che può.
        E ciò non dovrebbe sorprendere, dato che, il femminismo elabora la sua dottrina a partire dalla “diffidenza”/ “timore” verso l’altro sesso, immaginando che questa diffidenza/paura possa esprimersi e svilupparsi solo negli uomini e solo nella sua forma patologica, forma che invece il femminismo sviluppa contro di loro mentre nega a se stesso di farlo.
        Su questa negazione, crea una delle sue narrazioni fondanti (la teoria della sempiterna oppressione) : la “diffidenza”, la paura, non affrontata, negata, viene proiettata sugli uomini vedendoli e rappresentandoli come una concreta minaccia oggettiva, continua per le donne, dove gli uomini farebbero consorzio per minacciarle e dominarle (sviluppi narrativi della sempiterna oppressione maschile: teoria dello stupro/teoria del femminicidio/etc.).

        Riassumendo e integrando.
        Un istinto di aggressività verso ciò che potrebbe intimorirci dell’altro sesso, potrebbe essere la base “naturale” da dove si originano ideologie di “aggressione preventiva” contro l’altro sesso, con relative narrative dove la mia aggressività viene giustificata come “reazione di difesa”.
        Sia gli uomini che le donne potrebbero sviluppare narrative patologiche contro l’altro sesso, e potenzialmente credere di trovarsi coinvolti in un inevitabile conflitto, e certamente nella storia e nelle varie società saranno state prodotte narrative misogine e misandriche, di cui il femminismo è un caso, attuale, nella nostra società.
        Nei secoli e nelle culture, e in ogni società, queste narrative patologiche tendono a formarsi di continuo dato che l’esperienza della diffidenza reciproca tra i sessi e del suo superamento, rappresenta una sfida continua per ogni generazione di donne e di uomini.
        Tuttavia ogni nuova generazione di uomini e donne è costretta a mediare e riadattare i “protocolli” di comportamento che eredita dalla generazione precedente, e questo processo è anche in grado di produrre “anticorpi culturali” a questo tipo di narrative, i sessi, infatti continuano a “riconoscersi” e a istituire relazioni. Il successo di narrative misandriche o misogine è una patologia, non è la normalità.
        Una società sana, che vuole crescere culturalmente in modo sano, dovrebbe essere in grado di educare al riconoscimento e alla gestione positiva della “diffidenza” verso l’altro sesso.
        (cavoli… mi viene in mente ora che questa educazione è oggi affidata proprio al femminismo….).

        Chiedo di nuovo scusa per la lunghezza e la fumosità dell’intervento. Spero che nonostante tutto offra spunti positivi di riflessione.

  3. La definizione di femminismo è:

    “Movimento per i diritti delle donne sulla base della parità tra i sessi”

    “The advocacy of women’s rights on the ground of the equality of the sexes.”

    E’ da dizionario
    https://www.lexico.com/definition/feminism

    E’ una definizione molto precisa e corretta, significa che:

    Il femminismo fa solo gli interessi femminili, utilizzando il razionale della parità tra i sessi.

    1. Definizione non male, la ricerca di diritti (mai doveri!) delle donne con la scusa della parità tra i sessi.
      Comunque a mio parere questa definizione manca di un aspetto fondamentale evidenziato ogni dove dal femminismo: la vittimizzazione/colpevolizzazione.
      La definizione corretta sarebbe:
      “Movimento per i diritti femminili che mancano alle donne per colpa degli uomini sulla base della parità tra i sessi”

      1. Se è per quello è anche un movimento che si oppone attivamente ai diritti degli uomini: prova a creare un centro anti-violenza che accolga anche uomini e fioccano le minacce, prova a chiedere quote azzurre nella scuola e diventano tutte “pro-meritocrazia”, prova a voler utilizzare l’utero in affitto e diventano tutte pro-diritti dei bambini – salvo ovviamente per i bambini figli di madri single che si sono fatte inseminare artificialmente…

        1. Effettivamente, ma non è necessario includerlo nella definizione, è già contenuto (uomo=colpevole, donna=vittima). Come ho già scritto:
          “Gli uomini non possono essere oppressori e oppressi allo stesso tempo, né le donne possono essere contemporaneamente vittime e carnefici, se ne deduce dunque che gli uomini non sono discriminati, non possono rivendicare diritti (alle donne). Gli uomini non hanno diritto ai diritti perché li hanno già conquistati tutti.”
          Dunque qualsiasi richiesta o misura a favore degli uomini, esclusiva o paritaria, deve essere rifiutata dalle femministe perché il contrario significherebbe che gli uomini soffrono in maniera paritaria o addirittura di più delle donne, e ciò significherebbe che tutto il castello ideologico femminista è falso.

  4. la definizione originaria di femminismo era “movimento il cui fine è raggiungere la parità con gli uomini” cioè raggiungere la parità laddove le donne sono in condizione di inferiorità. ma non veniva contemplata nessun tipo di iniziativa a favore degli uomini. solo negli ultimi anni hanno aggiornato la definizione includendo la nozione di parità per i due sessi allo scopo di liberarsi dell’immagine negativa a loro associata. tuttavia l’unico vero problema maschile a detta loro è che gli uomini non possono esprimere liberamente la loro emotività e non possono piangere liberamente. al di là del fatto che le donne hanno un ruolo fondamentale in questo, non sarebbe meglio risolvere prima i problemi che potenzialmente portano gli uomini a piangere?

    1. Attenzione! la definizione originaria di femminismo era “movimento il cui fine è raggiungere la parità con gli uomini che le donne non hanno per colpa degli uomini”! Questo punto è molto importante ed è molto chiaro in tutti gli scritti femministi. Valgano come semplici esempio due dei più importanti, una semplice lettura : La Dichiarazione dei Sentimenti di Seneca Falls di 1848 e la “Bibbia” del femminismo, il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir.
      Cioè, la prima parte fissa chi è la vittima (la donna, che deve raggiungere la parità), la seconda chi è il colpevole (l’uomo, che è l’oppressore).
      Importante perché all’interno di questa definizione l’uomo non può essere contemporaneamente oppressore e oppresso né la donna può essere oppressa e oppressore contemporaneamente, dunque se ne deduce che l’uomo non è discriminato (dalla donna) e non può richiedere diritti come fa continuamente la donna, fissa che ogni misfatto del mondo è colpa degli uomini, anche le sue proprie disgrazie!!

      1. Bellissimo articolo Santiago, come sempre. Ai due scritti femministi che hai citato: La Dichiarazione dei Sentimenti di Seneca Falls di 1848 e la “Bibbia” del femminismo, il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir, dovrebbe essere aggiunta anche la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges,dovee già questa scriveva nel 1791 : “Uomo, sei capace d’essere giusto?”, “Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso?”, l’uomo viene visto come colui che ha un “tirannico potere” sulla donna e che “vuole comandare da despota”. Quindi da questo punto di vista, l’additare “l’uomo carnefice” “oppressore” può essere retrodatato anche prima dI Seneca Falls.

    2. alex
      >>>>>>>
      tuttavia l’unico vero problema maschile a detta loro è che gli uomini non possono esprimere liberamente la loro emotività e non possono piangere liberamente. al di là del fatto che le donne hanno un ruolo fondamentale in questo, non sarebbe meglio risolvere prima i problemi che potenzialmente portano gli uomini a piangere?
      >>>>>>>

      Vedi, il fatto è che il maschio deve iniziarsi culturalmente e non perché è nato monco, ma perché all’uomo la vita chiede di più.
      L’uomo deve dimostrare tutto, mentre a una femmina il suo lato primitivo e naturale composto da prudenza e selettività basta per sopravvivere nella realtà, all’uomo per sopravvivere non bastano le caratteristiche naturali che acquista con i peli pubici, ovvero coraggio e determinazione; anzi nella società moderna sono due doti per cui spesso si può finire reclusi in carcere, quindi l’uomo deve culturalmente evolversi per adattarsi al mondo e sopravvivere.
      Deve per esempio staccarsi parzialmente dalla propria parte emotiva, perché diversamente dalla donna, la parte emotiva in un uomo può essere un’arma letale per se stesso; l’emotività porta per esempio alla frustrazione e la frustrazione porta all’insicurezza e mentre ad una donna essere insicura non solo è concesso ma non è nemmeno compromettente per la propria esistenza, per l’uomo lo è.
      Inoltre l’emotività femminile porta meno ad esporsi di quella maschile di per sè, causando meno frustrazioni e quindi meno insicurezza.

      E questo è ciò che bisogna rispondere a tutte quelle lobotomizzate che pensano e professano che l’uomo che non deve piangere o che non deve chiedere mai sia un prodotto culturale maschilista, perché queste poveraccie non fanno il minimo sforzo di andare oltre la superficie delle cose e chiedersi da cosa nasca questo prodotto culturale.
      Se lo facessero dovrebbero constatare che nasce da una necessità di fatto.

  5. Articolo come sembra ineccepibile e validissimo didatticamente. Voglio solo aggiungere due spunti di riflessione. E’ verissimo che il femminismo è uno solo e si riconosce in quell’assunto per poi suddividersi al suo interno su questioni varie; è altrettanto vero che all’interno di qual calderone ci siano correnti predominanti, e senza dubbio la corrente predominante è quella moralistica, ipocritamente moralistica. se a chiacchiere si strombazza ” il corpo delle donne è delle donne e se lo gestiscono come vogliono”, nei fatti prevale ” tutti i corpi sono delle femministe, quindi sia quelli femminili che quelli maschili, e tutti devono fare come vogliamo noi”. siamo di fronte a un movimento pericolosissimo, liberticida, che solo la cecità idiota in cui la maggior parte degli individui si trova immersa può sottovalutare.
    L’altro spunto è questo: il femminismo è stato fino agli inizi degli anni Novanta, una delle tante correnti ideologiche di nicchia all’interno delle varie società, essenzialmente annidato all’interno della sinistra, più per convenienza che per reale adesione a quei valori. Poi dagli anni Novanta cambia tutto lo scenario: la globalizzazione si sostituisce alla politica dei due blocchi, il vuoto ideologico, sostituito dalla melassa politicamente corretta, dal consumismo, dall’individualismo più becero, avanza ovunque; tanto ci sviluppiamo tecnologicamente, tanto ci rimpiccioliamo moralmente, si diffonde una sorta di tutti contro tutti. Emergono i piccoli gruppi che riescono a utilizzare sapientemente i mezzi tecnologici che la globalizzazione mette a disposizione e nella disgregazione generale regnano. il femminismo è il caso più emblematico, ma pochi individui detengono il reale potere nel pianeta, indipendentismi vari sconosciuti nella prima metà del novecento avanzano rivendicazioni e più non posso e le ottengono, il terrorismo islamico fa proseliti e vittime a più non posso, insomma nell’epoca dell’uomo privo di coordinate, che brancola nel buio, i piccoli gruppi omogenei, coesi, pronti a tutto, riescono a imporsi.

    1. Quello che giustamente tracci è stato accelerato dai vari G8 da Seattle in poi. Prima del ’99 e della nascita della moderna globalizzazione fare una guerra spietata contro l’uomo sarebbe stato controproducente. Dopo, superate “grazie” all’11 settembre molte divisioni in seno ai vari enti nazionali* e sovranazionali, si è potuto procedere.

      *dopo il nulla di fatto tra i governanti a Genova 2001, i principi stabiliti a Seattle stavano per saltare

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