L’assemblea “gender” al liceo Bassi di Bologna

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Il liceo Laura Bassi di Bologna

di Alessio Deluca – L’iniziativa è partita dagli studenti del liceo “Laura Bassi” di Bologna: un’assemblea d’istituto dedicata a temi quali drag queen, contraccettivi gratuiti, gay sex education, pride arcobaleno, sessismo nelle scuole, femminismo e chi più ne ha più ne metta. Il tutto in un’ottica capace di conciliare, dicono gli studenti, l’utile al dilettevole. Un’iniziativa, specificano, condivisa da tutti: studenti e studentesse, corpo insegnante, dirigenza scolastica e pure personale ATA (termine politicamente corretto da usarsi al posto dell’ugualmente dignitoso “bidelli”). Le assemblee di istituto sono un diritto degli studenti, essi le gestiscono in quasi autonomia e sono parte del percorso curricolare, dunque obbligatorie per gli studenti (se non si partecipa occorre presentare giustificazione).

Ecco allora che le tematiche proposte diventano “obbligatorie”, secondo l’interpretazione indignata di molti politici dell’area di destra e cattolica, da Giorgia Meloni ai Pro-Vita, passando per La Morgia, Giovanardi e Pillon, che nel merito hanno attaccato la dirigente scolastica del liceo e hanno parlato apertamente di “ideologia gender” che penetra nelle scuole. Con l’allusione che ora, confermato Bonaccini e con la “liquida” Schlein alla Vice-Presidenza, attività del genere diventeranno la regola, con ciò enfatizzando sempre di più ciò che sono orientamenti sessuali minoritari e rendendo sempre più imbarazzante, se non quasi colpevole, l’appartenenza all’orientamento maggioritario eterosessuale.


Così principi sacrosanti diventano cavalli di troia.


Al di là delle contrapposizioni ideologiche, leggendo le cronache di quanto accaduto emergono alcuni punti che vanno approfonditi. E’ sacrosanto affrontare il tema delle diversità negli orientamenti sessuali nell’ambito della scuola secondaria superiore, dove un gran numero di adolescenti sono chiamati a confrontarsi con le proprie identità e a superare, in termini di maturazione collettiva, stereotipi che sono sempre stati escludenti o discriminanti. E’ certamente fondamentale che si impari fin da subito a valutare le persone non da ciò che fanno o preferiscono nel loro intimo, ma da ciò che sono. Sarà un bel giorno quando tra maschi non si userà più come un insulto o una provocazione reciproca l’appellarsi “frocio” o “finocchio”. Non è mai abbastanza lo spazio che viene dato all’apprendimento del rispetto altrui.

Ed è proprio su questa apertura valoriale che si innesta uno storytelling che, una volta introdottosi, tende a dilagare, imponendosi e diventando totalitario. E’ la ben nota strategia di infiltrazione della teoria gender: cavalcare tematiche sacrosante per entrare nel sistema e andare oltre, ben oltre la correttezza delle intenzioni iniziali, per imporre la propria visione del mondo. Non a caso ciò che trapela della controversa assemblea d’istituto è una versione tutt’altro che equilibrata delle questioni trattate. Girano video (non si sa quanto autentici) di drag queen che si esibiscono in palestra e un narrato della questione tutto sbilanciato verso una versione politico-ideologica, dunque non educativa. Così principi sacrosanti come la non-discriminazione, l’inclusione culturale e sociale della diversità sessuale diventano cavalli di troia, dentro cui si annidano omaccioni in paillettes e piume di struzzo pronti a esibirsi davanti a minorenni in formazione, allo scopo di dettare la linea: l’eterosessualità è colpevole a prescindere, l’omosessualità in tutte le sue varianti è vincente.


Il classico meccanismo delle “scatole cinesi”, concepito per far smarrire il cittadino nelle leggi.


Valeria Fedeli e Stefania Giannini

I ragazzi hanno colpa in questo? Poca o nulla. Tra di loro ci sono sicuramente soggetti ancora alla ricerca della propria identità sessuale, desiderosi di capirne di più e di affrontare il tutto serenamente, dunque la loro richiesta era più che legittima. La spinta agli eccessi tipica dell’adolescenza però andava contenuta dalla dirigenza scolastica, lei sì realmente responsabile, che ha voce in capitolo sulla gestione delle assemblee d’istituto. Ecco dunque che, più che invitare all’esibizione drag queen o attiviste dei “diritti” LGBTeccetera, sarebbe stato corretto proporre ai ragazzi contenuti approfonditi ed equilibrati, più scientifici che intrattenitivi, più oggettivi che ideologici, magari addirittura, per stimolare lo spirito critico, sotto forma di dibattito. Pretendere tutto questo dalla dirigenza scolastica di un liceo bolognese, ricadente sotto l’amministrazione regionale appena eletta, è però un’utopia. Ecco allora andare in scena non un momento di confronto e crescita, ma il solito circo Barnum con tanto di donne barbute mescolato a messaggi ideologici inquinanti.

Ma è davvero tutto così scandaloso? Sì, e lo è due volte. La prima, come detto, per la cattiva informazione, nella forma e nella sostanza, veicolata a giovani studenti. La seconda perché quello che è accaduto sotto forma di assemblea d’istituto è pienamente coerente con i meccanismi legislativi vigenti. Non si deve dimenticare infatti che, per volontà dell’ex Ministro all’Istruzione Valeria Fedeli e poi della sua successora Stefania Giannini, la legge di riforma della “Buona Scuola” di Renzi (L.107 del 13/07/2015), all’articolo 16 comma 1 si richiama all’art.5 comma 2 del decreto detto “sul femminicidio” (n.93 del 14/08/2013), secondo il classico meccanismo delle “scatole cinesi”, concepito per far smarrire il cittadino nelle leggi. In quest’ultima disposizione il decreto fa riferimento al “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”.


Il pertugio aperto dalle leggi per l’ideologia gender.


Quel “piano d’azione” deve venire elaborato, per legge, dal Dipartimento Pari Opportunità, in coerenza con le indicazioni europee e internazionali. In sostanza i contenuti scolastici relativi alla “educazione di genere” vengono delegati in bianco alle folli normative sovranazionali, da un lato. Dall’altro, a livello nazionale, vengono definite da un documento, appunto il famoso “piano d’azione” che, pur non avendo valore di legge, viene adottato in termini obbligatori attraverso i vari richiami legislativi di cui si è detto. Esso, nella catalogazione delle norme, è un “atto amministrativo generale”, che però viene illegalmente assorbito come avente valore di legge grazie alle varie scatole cinesi costruite nel tempo da Valeria Fedeli, Stefania Giannini e altri politici di secondo piano, sotto l’egida di Matteo Renzi.

Ma chi elabora concretamente quel “piano d’azione”? L’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, sedicente “organo dello Stato”, in realtà associazione di un numero spropositato di associazioni di cui fanno parte centri antiviolenza, qualche associazione contro il razzismo e in sostanza tutto il mondo LGBT italiano (compreso il “Circolo Mario Mieli”, intestato a uno dei cantori italiani della pedofilia). E’ l’UNAR, il cui ex presidente Francesco Spano (amicissimo del M5S Vincenzo Spadafora) per altro fu coinvolto tre anni fa in uno scandalo per finanziamenti a un’associazione dedita a festini gay a base di droghe, a decidere quanto e come “l’educazione di genere” debba essere somministrata ai nostri studenti. Lo fa penetrando nel pertugio che gli è stato aperto dalle leggi, dettando anche tutte le modifiche sui programmi interdisciplinari (cioè su tutte le materie) e sul tipo di materiali didattici affinché siano correttamente orientati ai principi tipici del gender. Un intero impianto ideologico fatto scivolare nella scuola e nella mente dei nostri ragazzi. Prima di stupirsi o indignarsi per l’assemblea d’istituto del liceo Bassi di Bologna, occorrerebbe dunque capire quanto profondamente la droga ideologica sia entrata in circolo (a norma di legge) nell’intero sistema scolastico e dunque nelle coscienze delle future generazioni. E magari intervenire per un’immediata disintossicazione.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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