Le contorsioni di Valeria Valente su una sentenza di Cassazione

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di Fabio Nestola. Appare sul blog de Il Sole 24 Ore un articolo della Senatrice Valeria Valente, indicativo dei pregiudizi ideologici che le impediscono di essere imparziale. Nello schierarsi contro un pronunciamento della Corte di Cassazione, commette una serie di errori, sia logici che giuridici, dai quali emerge un malinteso di fondo che invalida ogni conclusione che ne deriva. Il principio fondamentale che la Senatrice dimostra di non aver capito è questo: la bigenitorialità è un diritto della prole, non dei genitori; quindi non è affatto, come scrive la Valente, un diritto del padre. Non è un dettaglio ininfluente ma si tratta di un errore macroscopico, è la dimostrazione di non aver recepito la ratio della norma introdotta nel nostro ordinamento da oltre 14 anni. Considerare le frequentazioni padre-figli come un diritto del padre rappresenta un equivoco clamoroso, ma funzionale a spostare l’attenzione sul terreno “violazione dei diritti delle donne”, argomento che la Senatrice sembra prediligere.

Chiunque si occupi di Diritto di Famiglia ha ben chiaro il concetto, ma evidentemente la Senatrice Valente no. È utile ripassare. Art. 337 bis cc: “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori (…)”. Il bene tutelato è il diritto del minore, nella legge sull’affidamento condiviso il diritto dei genitori non esiste. Né il diritto del padre, né il diritto della madre. Non è difficile, basta leggere. Quindi l’articolo della Valente parte male già dal titolo; Un genitore violento ha il diritto di essere genitore? Nessun genitore ha “diritto” di esserlo, a prescindere dal fatto che possa essere vittima (quindi madre, per qualcuno i termini sono sinonimi) o aguzzino (quindi padre, altro sinonimo). Un genitore può essere accudente oppure incapace, abbandonico, alienante, iperprotettivo, castrante, possessivo… pregi o difetti non rilevano al fine di garantire i suoi diritti di genitore, ma eventualmente a certa gente questo non entra in testa, non è chiaro il confine tra incapacità e malafede


Il messaggio che si tenta di far passare appare chiaro: che non succeda più, proprio non s’ha da fare.


Il diritto del figlio deve essere tutelato in ogni caso, quindi anche quando uno dei genitori si rivela dannoso, pregiudizievole in giuridichese. In tal caso eventuali limitazioni della genitorialità arrivano, o perlomeno dovrebbero arrivare, come forma di protezione del minore dall’influenza negativa del genitore dannoso e non come punizione del genitore stesso. Almeno in via teorica, poi l’applicazione pratica prende strade diverse come hanno rivelato anche le inchieste Angeli e Demoni, Forteto, Veleno e non solo, ma questo è un altro discorso. La Senatrice però insiste nell’errore: “La Cassazione mostra infatti di ritenere prevalente il “diritto alla bigenitorialità” rispetto al “superiore interesse del minore”, che invece è al centro del nuovo diritto di famiglia”. Sbagliato: il diritto alla bigenitorialità non prevale sull’interesse del minore per un motivo semplicissimo: le due cose coincidono, non sono antitetiche. La bigenitorialità è un diritto del minore, non del padre, principio che in molti non riescono proprio ad assimilare.

L’articolo della Valente parte male e prosegue peggio, annunciando che la Commissione Femminicidio ha approvato la richiesta di acquisizione degli atti. Ah però! Quindi chi dimostra di non aver compreso la riforma dell’affido condiviso vorrebbe vagliare il lavoro di tre diversi tribunali in tre successivi gradi di giudizio. Sembra un tentativo della politica di esercitare pressione sulla magistratura, secondo un metodo inaugurato di quella deputata che pretendeva di essere in tribunale, senza averne alcun titolo, durante un processo nel quale si era ufficialmente e pubblicamente schierata a favore di una delle parti. Pressione  forse anche in chiave futura, visto che difficilmente la Cassazione farà retromarcia perché la Valente ha chiesto gli atti. Ma il messaggio che si tenta di far passare appare chiaro: che non succeda più, proprio non s’ha da fare. La domanda della Valente si ripete anche nel corpo dell’articolo: Esiste il diritto di un padre violento alla bigenitorialità? E niente, proprio non comprende la storpiatura insita nel voler connotare un diritto dei minori come se fosse la soddisfazione dell’Ego di un adulto violento.


Lo scrivono i magistrati.


La Senatrice vorrebbe poi  soggettivizzare dei fatti che invece sono oggettivi. Scrive: “secondo i legali del padre la donna aveva evitato la procedura di conciliazione con l’ex convivente e non si dimostrava disponibile nel cercare di avvicinare padre e figlio. Secondo la donna, invece, che aveva denunciato l’uomo per reiterate violenze domestiche, il bambino si rifiutava di vedere il padre perché aveva assistito a numerosi episodi di violenza”. Quelle che vengono descritte semplicemente come due opinioni contrastanti sono invece state vagliate, soppesate ed attentamente valutate dal giudice di prime cure, dalla Corte d’Appello e dalla Cassazione, che concordano su alcuni fatti. Non opinioni, ma fatti:

1) “le strutture socio-sanitarie coinvolte (…) avevano concordemente evidenziato la necessità di favorire la relazione tra il minore ed il padre, in autonomia rispetto alla madre, nonché la sostanziale chiusura di quest’ultima verso ogni progetto di mediazione e recupero della genitorialità, a causa di sentimenti personali di rifiuto nei confronti dell’uomo”.

Il rancore personale della signora è la molla che la spinge a rifiutare ogni progetto di mediazione e recupero della genitorialità. Non lo dico io e nemmeno “i legali del padre”, lo scrivono i magistrati

2) “vissuti traumatici della P. , incidenti sul processo di dipendenza attivato con il figlio”.

Il figlio mostra una dipendenza dalla madre, dovuta ad un processo attivato dalla stessa a causa dei propri vissuti traumatici. Non lo dico io e nemmeno “i legali del padre”, lo scrivono i magistrati

3) “la presenza di un condizionamento da parte di figure parentali, in primo luogo della madre”.

Il bambino ha subito un condizionamento ad opera dell’intero ambito parentale materno, principalmente la madre ma non solo lei. Non lo dico io e nemmeno “i legali del padre”, lo scrivono i magistrati


Da cosa deriva questo accanimento antimaschile?


Sai com’è, i tribunali servono proprio a questo: in presenza di opinioni contrastanti il loro compito è quello di analizzare i fatti ed emettere provvedimenti che stabiliscano chi ha ragione e chi ha torto. E la signora ha torto. Quindi i giudici concordano nel dare ragione al padre che vuole ricostruire un rapporto col figlio, ma questo proprio non va giù alla Senatrice Valente. Sembra che vada supportata una donna inquantodonna, a prescindere dalle evidenze che emergono dagli atti di causa. Poi la Senatrice prova a minimizzare: “L’unico rilievo fatto alla madre è di essere chiusa al proposto percorso di mediazione con il padre e di condizionare il figlio”. E ti pare poco? È il fulcro di tutta la vicenda, umana prima ancora che processuale. La signora trasferisce sul figlio il proprio rancore nei confronti dell’ex, condiziona il bambino a non vedere il padre e si oppone a qualsiasi percorso di recupero attivato da terzi. A che serve andare in tribunale? La signora ha deciso come debbano andare le cose: il bambino è di sua proprietà, non deve avere alcun contatto col padre e deve essere impedito ogni tentativo di ripristinare qualsiasi relazione che non sia col ramo genitoriale materno; non si oppone infatti (come scrive la Valente)  solo alla mediazione con l’ex, ma soprattutto al percorso di riavvicinamento padre-figlio. Questo dice la Cassazione.

Ma così non va bene, la signora ha ragione inquantodonna, deve essere libera di decidere in autonomia cosa è giusto per “suo” figlio senza la noia delle pastoie giudiziarie che, pensa un po’, potrebbero spiegarle che ha torto. Altra capriola: “il diritto dell’adulto ad essere genitore sembra essere prevalente rispetto ai bisogni concreti del figlio e al suo diritto ad un’infanzia serena e a uno sviluppo psico-emotivo equilibrato”. No, proprio no. Un adulto è genitore per evidenze biologiche, non per l’esercizio di un diritto. Forse la Senatrice non intendeva essere genitore ma fare il genitore, quindi esercitare i compiti di cura che sono peculiarità del ruolo genitoriale. Continua a descriverlo come un diritto mentre invece per il genitore è un dovere. Il diritto è in capo alla prole, se ne faccia una ragione. È poi lecito chiedersi da cosa derivi la certezza della Senatrice che il diritto del figlio ad un’infanzia serena si concretizzi nell’essere allontanato dal padre. Di più: che l’impedimento di qualsiasi contatto col padre sia garanzia di uno sviluppo psco-emotivo equilibrato. Tutta la letteratura scientifica dice il contrario, basta documentarsi. Da cosa deriva questo accanimento antimaschile?


Gioca un ruolo rilevante la mole considerevole di false accuse.


Infine l’asse portante di ogni rivendicazione femminista: la violenza maschile, le denunce, la convenzione di Istanbul. Il tutto basato sulla diade madre-figlio, come se la famiglia fosse un nucleo ginecentrico ed il padre l’elemento estraneo da tenere ai margini. Se c’è o non c’è va bene lo stesso, i figli hanno bisogno solo della madre. Ma che problemi ha certa gente con gli uomini? La Senatrice nel suo articolo insiste almeno una dozzina di volte sul concetto di denunce e violenza: ”l’uomo è violento (…) su quest’uomo pendono processi per violenza (…) un genitore violento (…) ha ricevuto reiterate denunce (…) su di lui pendono ben tre procedimenti penali per violenza domestica (…)  il padre è accusato di violenze nei confronti della ex convivente e del figlio (…)sull’uomo pendono processi per violenza domestica e maltrattamenti nei confronti dell’ex convivente e del bambino (…), contatti forzati con l’autore delle violenze (…) il diritto di un padre violento (…)il figlio deve essere difeso dal genitore violento anche se le violenze sono agite nei confronti della madre (…) il padre sul quale pendono procedimenti penali per maltrattamenti (…)Nel complesso la Cassazione rischia di cancellare i notevoli passi in avanti fatti a livello giuridico per prevenire e reprimere la violenza contro donne e bambini e per tutelare le vittime”. Mi stavo preoccupando che mancasse il solito riferimento al patriarcato, ma per fortuna recupera in extremis: “E’ anche con decisioni di questo genere che si confermano i pregiudizi patriarcali e si scoraggiano le donne a denunciare e difendersi, se stesse e i propri figli”.

Peccato che i diversi magistrati, checché ne dica la Senatrice Valente, hanno dettagliatamente analizzato il tema della violenza e delle relative denunce, arrivando alla conclusione che “non potevano assumere alcun rilievo i comportamenti penalmente illeciti ascritti dalla reclamante al M. , in assenza di una pronuncia giudiziaria quanto meno di primo grado (…). escludendo inoltre che il piccolo S. avesse potuto subire danni a causa dei maltrattamenti posti in essere dal M. nei confronti della P. nel corso della convivenza, interrottasi pochi mesi dopo la sua nascita”. Quindi, riassumendo, non basta che qualcuno “dica” di aver subito delle violenze, in uno Stato di Diritto è necessario che le denunce vengano riconosciute fondate in tribunale, e sanzionate come tali. Gioca un ruolo rilevante la mole considerevole di false accuse che emergono proprio nel fenomeno di nicchia che ci occupa, vale a dire nelle separazioni conflittuali: false accuse in percentuali che oscillano tra il 70 ed il 90%, a seconda delle procure. Problema sollevato dalle stesse operatrici giudiziarie, tutte di genere femminile: sostitute procuratrici, consulenti di tribunali, avvocatesse. Dati rilevati a partire dal 2011 ma in costante aggiornamento, prova ne sia che le false accuse come “fenomeno in crescita costante”, testuale, sono state recentemente riconosciute, anche se con diversi anni di ritardo (alla buon’ora…), anche da una criminologa nota sia come personaggio televisivo che come collaboratrice dei centri antiviolenza. Eppure…


Occuparsi dei figli per i genitori è un dovere, non un diritto.


Occorre disincentivare il ricorso strumentale alla carta bollata, quelle false accuse che poi si rivelano infondate nell’80% dei casi ma intanto producono effetti devastanti sulle persone calunniate e sui figli. Se per produrre effetti concreti bastasse “dire” di aver subito violenza, senza il dovuto accertamento giudiziario, cosa succederebbe se centinaia di migliaia di padri domattina iniziassero a denunciare ex mogli ed ex conviventi? Senza il bisogno dibattere in tribunale sui punti si sutura per i piatti spaccati in testa, senza provare in giudizio i capelli strappati, i graffi, i lividi, le slogature, le lesioni. Basta dirlo ed automaticamente la politica  riconoscerebbe a tutti lo status di vittime, ed alle donne lo stigma di aguzzine? Le nostre parlamentari si spenderebbero mediaticamente e politicamente per tutti, come quando una donna si lamenta che per il solo fatto di aver denunciato non vede già sanzionato l’accusato? Non scherziamo, l’iter giudiziario è doveroso. Speriamo che lo resti.

Tornando alla sentenza di Cassazione, mi preme fare un’ultima nota. È da osservare come la Corte di Legittimità si preoccupi di ribadire che “non si può in ogni caso prescindere dal rispetto del principio della bigenitorialità (…) non può trascurarsi l’esigenza di assicurare una comune presenza dei genitori nell’esistenza del figlio, in quanto idonea a garantire a quest’ultimo una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, e a consentire agli stessi di adempiere il comune dovere di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione del minore”. Quindi conferma quanto sostenuto in precedenza, cioè che occuparsi dei figli per i genitori è un dovere, non un diritto. Inoltre, pur ne rigettare le istanze materne, sottolinea la necessità di garantire rapporti stabili con entrambi i genitori, beneficio del quale deve poter godere il figlio. Una storia già vista: uno dei genitori combatte per esserci anche lui, l’altro vorrebbe mantenere una sorta di monopolio escludendo l’altro.


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