Le follie delle imperatrici e il servizio militare del futuro

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LA FIONDA

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di Redazione. Negli ultimi giorni due notizie hanno sollecitato l’attenzione nostra e di molti consumatori di informazione. La prima è una di quelle che lasciano davvero sbigottiti e indignati. “Persino le mascherine sono sessiste, la maggior parte dei dispositivi basati su misure standard maschili”, titola “Il Messaggero” venerdì scorso. Sotto al titolo un articolo di tale Franca Giansoldati, che come un obbediente soldato snocciola tutta l’orribile discriminazione cui sono sottoposte le donne in questo mondo patriarcale, anche quando si tratta di dispositivi di protezione contro una pandemia. Le misure delle mascherine, dice, non si adattano facilmente ai visini femminili, sembrano tagliate su misura, tra tessuto ed elastici, sui faccioni rozzi e barbuti degli uomini. Nemmeno un fiorellino ad abbellire, una nota di rosa o qualche marchio di moda, ma soprattutto la misura inadeguata: i produttori sono dei porci maschilisti che, in piena emergenza, producono mascherine standard senza tener conto delle esigenze femminili.

Questa chicca appare in una delle sezioni mediatiche più vergognose e comiche d’Italia, “Mind the Gap”, ospitata appunto dal Messaggero, ed è davvero sintomatica del livello di ossessione e isterismo che la comunicazione vittimistica del femminismo nelle redazioni è capace di raggiungere. Si tratta di una caccia al dettaglio, del piagnisteo per ogni piccola sbavatura, anche (anzi soprattutto) quando si tratta di andare fuori dalla logica. Non c’è più ambito della vita umana, secondo questa ideologia, che si salvi dall’accusa di discriminazione, ogni occasione viene colta per denunciare un’inesistente oppressione patriarcale. Chi conosce la verità tende ad indignarsi, ma poi basta guardare i commenti sui social per rendersi conto che va bene così. Più questi media folli spingono in queste direzioni, più la saturazione aumenta e così l’intolleranza. Fioccano le critiche, i meme, le prese per il culo, e la sensazione sempre più travolgente che il femminismo stia davvero passando il segno.


Non sarà prevista obiezione di coscienza.


Emil Killa

Per averne piena certezza occorre però passare il segno, andare oltre l’immaginabile, raggiungere il parossistico. Risultato ottenibile quando a dire qualcosa di apparentemente provocatorio è una persona già famosa. Capita allora che il rapper Emis Killa dica in un’intervista che gli piacciono le donne “femminili”, specificando a titolo d’esempio, “quelle che si depilano”. Non l’avesse mai detto: scoppia il finimondo. Viene seppellito di critiche sui social, fan scatenate che decidono di abbandonarlo per sempre al suo destino misogino, sciovinista e maschilista. “Sei uno da medioevo!”, lo accusano, e lui rintuzza divertito: “vi vedo, pelosone!”. La prende in ridere, il rapper, e fa bene, lui può. Alla fine ha ottenuto visibilità e pubblicità gratis. Ciò che conta è che la sua posizione viene considerata da moltissimi eccessivamente eccentrica, davvero rivoluzionaria, una provocazione realmente difficile da tollerare. I media, affamati di sensazionalismo un tanto al chilo, rilanciano il massacro mediatico, schierandosi col sorrisino dalla parte delle indignate.

Perché, deve essere chiaro, a un uomo non devono piacere le donne femminili. Questo è il dettato femminista. Se femminile significa curata, pulita, capace di amare se stessa, il proprio corpo e il potere che ne deriva, ma soprattutto se significa bella, allora tutto ciò è il male per la schiera di attiviste per la liberazione dall’uomo. Che, va detto, in media hanno l’appeal di un ginocchio di un lottatore di sumo e dunque potrebbero a buon diritto essere tacciate d’invidia. Ma questo è irrilevante. La verità che si impone è che all’uomo deve piacere la donna “non femminile”. Cioè? Maschile, forse. L’alleanza femminismo-teoria gender potrebbe portare a pensarlo. Più facilmente si intende la donna sciatta, sporca, non curata, trascurata fuori perché è irrisolta, frustrata e trascurata dentro, con i peli di un chilometro sulle gambe pari a quelli che hanno nell’anima e nel cervello. Il massacro di Emis Killa, insomma, è un appello all’attenzione per le femministe medie: “ci siamo anche noi, guardate anche noi!”. Una richiesta che per ora si concretizza in una bastonatura online e che presto probabilmente diventerà legge: carcere duro per chi apprezza la femminilità e obbligo di legge a frequentare qualche cozza femminista per almeno un anno, soddisfacendola in tutto. Sarà il servizio militare del futuro. E non sarà prevista obiezione di coscienza.


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