Privilegi al tramonto: lucha y smamma

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La sede della Casa della Donna di Roma

di Redazione – Secondo l’autorevole rivista “Internazionale”, cala finalmente il sipario sul privilegio della Casa della Donna di Roma, gestita dall’associazione “Lucha y Siesta”, presieduta da Maura Cossutta, figlia dell’ormai scomparso leader comunista Armando. La vicenda è nota: le femministe occuparono l’immobile secentesco a fine anni ’80, appropriandosene per farne un centro di elaborazione politica (di sinistra) e ideologica (femminista). Con il tempo, complice anche la fanfaluca della Convenzione di Istanbul, trasformarono la sede anche in una casa protetta per donne vittime di violenza, con ciò accedendo probabilmente ad appetitosi e ampi fondi pubblici. Si dice “probabilmente” perché, in quanto associazione, non è tenuta a presentare bilanci, rendiconti né altro. Oltre a ciò, la Casa della Donna di Roma col tempo ha organizzato diversi servizi: corsi, sala convegni, attività ludiche e incontri a tema. Questi ultimi, ci mancherebbe, tutti allineati con la crociata femminista dilagante, quella per cui gli uomini sono tutti criminali (e pure un po’ fascisti) e le donne tutte vittime (e sempre progressiste).

Le varie amministrazioni comunali, proprietarie dell’immobile tramite l’azienda dei trasporti romana ATAC, hanno sempre chiuso un occhio sia sulle bollette sia sul fatto che si trattasse di un immobile di pregio, per il quale sarebbe stato opportuno pagare un canone d’affitto non indifferente. Mano a mano che nel bilancio dell’amministrazione capitolina si apriva una voragine, però, l’esigenza di mettere a frutto uno stabile così di pregio è diventato pressante. A chiedere il conto è il Sindaco attuale, Virginia Raggi, secondo cui (ragionevolmente) femminismo e legalità possono anche andare a braccetto. Gli affitti si pagano, arretrati inclusi. Ecco allora il conto salato: milioni di euro, che naturalmente le pasionarie non hanno. E se anche li avessero non li pagherebbero per principio: la loro battaglia, inquantodonne, è più battaglia di ogni altra, dunque tutto è dovuto, utenze e affitto gratis incluso. La Raggi non ci sta, vivaddio, e s’impunta. Ci si mette di mezzo Zingaretti, il Presidente della Regione Lazio, tanto cicisbeo quanto più interessato ai voti veicolati dalle estremiste della Casa della Donna. Dove può, mette una pezza, riducendo il debito a meno di un milione di euro. Di recente prova a cancellare anche quello con un paio di barbatrucchi, tramite il Ministero dell’Economia prima, con un gioco delle tre carte poi, ma le due operazioni falliscono.


Il femminismo non solleva dai doveri.


Ecco allora che si arriva al punto di non ritorno. Dice “Internazionale” che il prezioso immobile andrà all’asta, come previsto dal tribunale fallimentare. Si fosse trattato di un privato, la procedura si sarebbe conclusa da tempo, trattandosi di donne mobilitate sulla bubbola della violenza contro le donne, ci è voluto tempo, ma alla fine pare che la legalità avrà la meglio. Già dal 25 febbraio alcune donne che vi erano ospitate sono state trasferite altrove e in generale c’è aria di smobilitazione, nonostante alcune attiviste si siano asserragliate e combattano a suon di comunicati. Il 7 aprile l’immobile andrà all’asta, cui parteciperà anche la Regione Lazio, portandosi dietro il magro portafogli contenente i denari dei cittadini laziali, probabilmente interessati a ben altri tipi di servizi (ad esempio sanitari) che non a un centro di raccordo ideologico o alla sede di una lobby politicamente schierata. Sullo sfondo c’è anche la futura contesa elettorale per il Comune di Roma, con tutti gli intrighi che ciò può comportare, specie guardando al misero quadro nazionale dove predomina l’alleanza tra grillini e PD.

Dal lato del buon senso non si può far altro che gioire per l’esito di questa lunga e vergognosa vicenda. Un’organizzazione che tocca in modo tangente il terrorismo di genere, spesso anche tracimandovi, non può pensare di giovarsi di una sede del genere senza pagare un centesimo, accampando una qualche superiorità delle proprie idee. Senza contare l’impropria attività politica di partito che vi si faceva all’interno: gli altri movimenti pagano regolarmente le proprie sedi, non si vede perché costoro, con la scusa della protezione delle donne, non dovessero ottemperare ai propri doveri. In altre parole: c’è sempre da festeggiare quando viene tolto un privilegio ingiustificato, ancor più se esso viene sottratto al godimento di un’ideologia, quella femminista, utile solo per sé e dedita all’avvelenamento sistematico dei pozzi della convivenza civile. Unico neo è che si parla di probabile speculazione edilizia sull’immobile. Sarebbe uno spreco e un peccato. Ci sono in giro fior di associazioni apolitiche e realmente utili, ma soprattutto capaci di pagare un affitto, che potrebbero svolgere attività meritorie per il territorio. Ad esse andrebbe concesso l’immobile e non alla speculazione. Ma se anche così fosse, alla fine un occhio si può anche chiudere. L’importante è aver chiarito che il femminismo non solleva dai doveri. Riuscire ad affermarlo oggi è già rivoluzionario. Si attende di capire quanti attributi abbia il Sindaco di Milano Giuseppe Sala per replicare lo stesso rigore nella sua città.


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