Sul caso Hollander c’è chi strumentalizza e chi si interroga

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LA FIONDA

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Marc Angelucci

di Alessio Deluca. Non ne ha parlato nessuno in Italia, se non i circuiti che conoscono la storia dell’attivismo per i diritti maschili e anti-femminista, ma il 12 luglio scorso è stato ammazzato a colpi di pistola l’avvocato Marc Angelucci. Membro della “Coalition for Men” (coalizione per gli uomini), era molto conosciuto e stimato nell’ambito dello scontro tra femminismo e mondo normale per essere apparso nel noto documentario “The Red Pill”, realizzato nel 2016 dall’ex femminista e coraggiosa regista Cassie Jaye. La sua scomparsa è stata pianta da tutto il mondo anti-femminista americano e internazionale: Angelucci si era sempre distinto per la pacatezza dei toni con cui smantellava i capisaldi femministi imperanti ed era considerato un protagonista nella lotta contro l’oppressione maschile. Al momento non c’è alcun sospettato per il suo omicidio e non pare che le autorità stiano sudando le sette camice per individuarlo. Probabilmente, essendo uomo, etero, bianco e per di più critico verso il femminismo, la sua uccisione è per il mainstream a stelle e strisce più un sollievo che un problema.

Diverso è invece il caso di Roy Den Hollander, anche lui avvocato, militante anti-femminista, gravemente malato di cancro e suicida due giorni fa a Rockland, vicino a New York. La sua è stata una carriera meno lineare e meno nota di quella di Angelucci, ma si è distinto in vita per molte denunce e proteste contro alcuni fenomeni escludenti o discriminatori a danno del maschile, talora meramente simbolici (come gli accessi scontati per donne nei locali), talora di maggior peso (come gli insegnamenti criminalizzanti del maschile nelle università americane, i cosiddetti gender studies). Non si è negato prese di posizione vagamente razziste, Hollander, espresse in diversi suoi scritti sul web, frutto di una critica a quelle organizzazioni dedite al “politicamente corretto” che secondo lui “provano a convincere l’America che i bianchi, specialmente se maschi, sono barbari e quelli con una pelle scura siano tutti vittime”. Più di altri dunque Hollander sentiva addosso il peso di una criminalizzazione dilagante e generalizzata, contro cui si scagliava sia dal lato personale che nell’esercizio della sua professione.


Hollander per tutti è già il colpevole.


Esther Salas

Proprio quella professione l’aveva portato a contatto con il giudice Esther Salas, che era arrivato a criticare pubblicamente come una “giudice incompetente di origine latina”, messa lì da Obama e capace solo di creare problemi perché “guidata da un complesso di inferiorità”, oltre che da una deviazione ideologica che l’aveva portata a farsi portabandiera di quel “politicamente corretto” contro cui Hollander si schierava apertamente. Fino a scrivere sul web: “in tutti i casi, ho provato a usare i tribunali per combattere l’ideologia maligna che ha trasformato metà degli americani in automi dei collettivi politicamente corretti e femministi. Ma non ce l’ho fatta: anche i tribunali sono ormai infetti”. Sembra che parli dell’Italia, ma in realtà parla degli USA e dell’intero mondo occidentale: chi ha occhi per vedere e intelligenza per capire, sa che Hollander era molto vicino alla realtà delle cose. Alla fine però ha ceduto, ancora non si sa se alla sua malattia o ad altro, e si è tirato un colpo di pistola alla testa. Dunque è morto, non può più parlare. E come capita spesso agli uomini bianchi ed etero in tutto l’occidente, a lui in quelle condizioni viene attribuito un crimine.

Sì perché lo stesso giorno del suo suicidio uno sconosciuto ha fatto irruzione armato proprio nell’abitazione del giudice Esther Salas, uccidendone il figlio ventenne e ferendone gravemente il marito. Lei è scampata perché non presente in casa in quel momento. Nel giro di poche ore l’FBI ha già il nome di un sospettato. La vittima è la famiglia di una donna non-bianca, quindi è prioritario, nella temperie culturale attuale, trovarne uno, mica come per Marc Angelucci. E chi meglio di un attivista anti-femminista che non può più parlare, in quanto morto suicida? Ecco allora che tutte le investigazioni si accentrano su Hollander. Al momento in cui scriviamo risulta ancora “sospettato”, l’FBI sta cercando riscontri alla possibilità che sia lui l’autore dell’irruzione, si parla di un pacchetto destinato alla Salas rinvenuto nell’auto dove l’uomo si è suicidato, ma non ci sono conferme né ci sono idee realistiche sul movente. Tuttavia per i media americani, e non solo, il colpevole è già lui, e il movente, sebbene ancora sconosciuto, è il suo anti-femminismo militante. Poco importa che la Salas stia seguendo un caso delicato collegato a Jeffrey Epstein, la cui storia è disseminata di morti inspiegabili, di quelle che portano con sé sempre capri espiatori e diversivi. Poco importa che Hollander fosse malato terminale e che magari si sia ucciso per evitare sofferenze. Poco importa che uno molto schietto nei suoi scritti sui social e sul web probabilmente avrebbe annunciato o rivendicato il suo gesto, cosa che al momento non risulta. Poco importa che sia per l’appunto soltanto sospettato e nulla si sappia del suo eventuale movente all’aggressione. Lui per tutti è già il colpevole. E come lui tutti gli uomini, bianchi, etero, con in più ora anche lo stigma di anti-femminista.


Persone di buon senso e in buona fede si faranno la stessa domanda e cercheranno una risposta.


Roy Den Hollander

Il femminismo internazionale ha colto infatti la palla al balzo e un po’ dappertutto Hollander viene additato a modello di misoginia, non di rado definendolo anche “incel” (sebbene lui non si sia mai definito tale) o, come fa la turbofemminista nostrana Beatrice Brignone, “terrorista”. Secondo il ben noto meccanismo, l’abbiamo detto, il morto è colpevole, ma soprattutto la sua colpevolezza si estende in automatico a tutti coloro che in qualche misura ne condividevano le idee. Ecco allora che parte l’equazione “anti-femminista = misogino”. Come se il femminismo rappresentasse tutte le donne. E come se combattere i nazisti significasse combattere contro tutti i tedeschi. Generalizzazioni che fanno comodo. È esattamente il meccanismo che Hollander, sebbene in modo disordinato, e soprattutto Angelucci hanno combattuto per una vita: la semplificazione e generalizzazione delle colpe attribuite a un genere specifico. Per annichilirlo, zittirlo, sottometterlo, e così aprire autostrade alla conquista del potere (per stessa recente ammissione di Michela Murgia) da parte del genere trasformato da complementare a rabbioso concorrente del maschile.

Ebbene, questo è un blog apertamente e orgogliosamente anti-femminista. Il nostro pensiero, relativamente ai rapporti di potere culturali e psicosociali tra uomini e donne (e solo relativamente a quelli), è totalmente in linea con le idee di Angelucci e Hollander. Ma non siamo “incel”, posto che per noi il termine non è offensivo ma definisce un disagio con radici troppo profonde per essere comprese da una massa che vive di messaggi superficiali. Non siamo nemmeno misogini, perché non odiamo le donne bensì, apertamente e dichiaratamente, le consideriamo come le uniche possibili e indispensabili interlocutrici di un confronto dialettico paritario che deve esserci, se si vuole uscire dalla distopia ideologica imperante (mentre c’è chiusura totale verso le femministe, che nulla hanno a che fare con le donne, e che consideriamo qualcosa a metà tra la controparte e il nemico). Ancor più, e proprio perché il confronto-dialogo per noi è basilare, ripudiamo la violenza in ogni sua forma. Detto questo, riteniamo doveroso interrogarci, se Hollander verrà provato come autore dell’irruzione in casa Salas, sul perché un avvocato possa aver perso il controllo fino a quel punto. Doveroso chiedersi se davvero l’opprimente cappa di piombo femminista non stia diventando, come denunciamo da tempo, un regime, posto che ogni oppressione induce parti del gruppo oppresso a reazioni diversificate (chi si annichilisce, come gli Incel o gli Hikkikomori, e chi imbraccia le armi). Essendo orgogliosamente ciò che siamo, sostenendo con fierezza le nostre idee, quand’anche Hollander fosse trovato colpevole, non staremo al giochino superficiale e in malafede dei buoni contro i cattivi e delle femmine contro i maschi. Quello lo lasciamo alle Murgia, alle Brignone e ai bimbi dell’asilo Ci chiederemo invece, e chiederemo a tutti, finché potremo farlo, perché un uomo, un avvocato americano, a nome di milioni di altri uomini, sia giunto a denunciare fino all’atto estremo una cultura che, parole sue, che sono anche nostre, “demonizza gli uomini ed esalta le donne allo scopo di giustificare la discriminazione contro gli uomini sulla base di una colpa collettiva”. Persone di buon senso e in buona fede si faranno la stessa domanda e cercheranno una risposta razionale. Tutti gli altri strumentalizzeranno.


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