Violenze e femminicidi in quarantena: pasticcio totale

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Si sa: paura e panico sono cattivi consiglieri. Sotto il loro effetto il rischio di combinare un pasticcio è sempre molto alto. Esattamente quello accaduto all’industria italiana dell’antiviolenza, quella corporate che riunisce in una rete simil-mafiosa mass-media, politici, opinionisti, associazioni e organizzazioni sul territorio, anche con ramificazioni internazionali. Quando hanno capito quale portata avrebbe potuto avere la pandemia sui loro interessi, sono andate in panico totale. C’era il rischio che, chiusi in casa, i milioni di famiglie italiane si rinsaldassero, facendo crollare i dati delle violenze che tanto utili sono per inoculare nelle vene dell’opinione pubblica l’allucinazione dell’uomo sempre violento e della donna sempre vittima. Un’intera grande narrazione fasulla rischiava di andare in pezzi, anche grazie al fatto che esiste un fronte per la verità che gli è sempre più alle calcagna, in una marcatura stretta e sempre più asfissiante.

Ecco allora il pasticcio: all’inizio si grida all’allarme per il calo di segnalazioni e denunce dovuto alla reclusione assoluta delle vittime. La versione è talmente assurda che attecchisce pochissimo, anche perché nel frattempo il coronavirus mostra di essere un’emergenza ben più grave. Per convincere gli amici media a dargli corda, allora: contrordine compagne! Arriva la cavalleria di D.I.Re. per comunicare che no, le segnalazioni sono aumentate a dismisura. I media rispondono un po’ meglio, stavolta. È una notizia consueta, usuale, la si fa passare facile. Anche qui l’opinione pubblica però reagisce freddamente: ci sono famiglie alla fame, attività economiche in rovina, morti su morti per il virus, e la sensazione che si tratti di cifre prodotte in conflitto d’interessi è sempre più forte. A conferma, c’è chi dall’interno svela retroscena poco sorprendenti per noi: i numeri di D.I.Re. sono gonfiatissimi, niente a che fare con le denunce. Si attende ancora, come richiesto ormai mesi fa da Davide Stasi, di vedere i dati ufficiali della Polizia di Stato, tratti dalla app YouPol. Da quel versante ancora tutto tace, forse ancora il capo della Polizia Gabrielli non ha ricevuto ordini in merito, chissà…


Occhei, noi aspettiamo fiduciosi.


Linda Laura Sabbadini

Caso vuole che proprio in questi giorni si palesa il vecchio caro ISTAT, tornato di recente nelle salde mani di Linda Laura Sabbadini, iperfemminista già promotrice dei capisaldi statistici farlocchi sulla violenza contro le donne. Idealmente vorrebbe sfornare qualcosa che ad un tempo metta ordine nella narrazione ormai fuori controllo e intanto dia una spiegazione ai fastidiosissimi leaks fuoriusciti grazie anche a questo blog sui numeri sovradimensionati ad arte rispetto alle denunce e sulla totale inutilità di servizi come il 1522. Il primo obiettivo è, dal lato meramente statistico, del tutto mancato. Basta leggere i resoconti sui media, questo ad esempio. Ci si capisce qualcosa? No: è un rosario di numeri che si giustappongono senza alcun ordine. Un pasticcio, appunto, certificato stavolta dall’ISTAT. Dal lato mediatico però l’obiettivo è raggiunto comunque: ubriacato da quel pot-pourri (pasticcio) di numeri gettati a caso, rilevati non si sa bene da chi né come, il lettore chiude l’articolo, sempre che non si sia limitato al titolo, con la sensazione che comunque le violenze contro le donne siano aumentate. A Rosa Nostra piace vincere facile da quel lato e le redazioni sono sempre spalle affidabili in questo tipo di tragicommedia.

La chiamiamo così perché, cercando di porre attenzione alle parole e al comunicato dell’ISTAT, che i media riprendono quasi pari pari, il messaggio che emerge è il seguente: le denunce sono calate a picco. Tutte. Però sono aumentate le chiamate al 1522. Conclusione che ne trarrebbe una mente maschile, dunque logica e razionale: sono aumentate le violenze ma le donne non le hanno denunciate. Cioè o le donne sono diventate matte, o il 1522 è al massimo un “telefono amico”, che per essere tale prende milioni di euro dallo Stato. Ovviamente l’ISTAT in salsa rosa-Sabbadini non può permettersi conclusioni del genere, e allora tenta il salvataggio in corner: l’aumento delle chiamate al 1522 è l’effetto della “efficace sensibilizzazione”. Tradotto: si è fatta così tanta pubblicità, così martellante e ossessiva, che qualcuno in più alla fine ha “comprato il prodotto”, pur non avendone alcun bisogno reale. Consumismo puro per l’industria dell’antiviolenza. Una certificazione dell’inutilità del servizio per mancanza di clienti reali, da un lato, e una prova di quanto ancora il marketing funzioni. Anche questa è una conclusione scomoda per lor signore, che si rifugiano allora nella posposizione delle riflessioni: “Per poter dare una lettura adeguata del fenomeno”, scrive l’ISTAT, “sarà necessario un periodo di riferimento più lungo”. Occhei, noi aspettiamo fiduciosi.


Il senso di saturazione generale per le balle è sempre più palpabile.


Tra pasticcio e tragicommedia si inserisce anche il dato sui “femminicidi”. Dice ISTAT che durante il lockdown le denunce per la fattispecie di reato che non esiste “sono diminuite del 33,5%. Tra queste, in netto calo (-83,3%) le denunce per omicidi femminili da parte del partner”. Ehi, un attimo, ISTAT-Sabbadini, non facciamo i furbi. Se non è il partner l’autore non è “femminicidio”. A meno che non si voglia ficcare dentro tutto e il contrario di tutto, tanto per trovare una periodizzazione emotivamente impattante, tipo il ben noto “un femminicidio ogni 72 ore e bla bla bla…”. Non stupisce che il minestrone nauseabondo lo facciano i siti femministi, ma dall’ISTAT no, ci si attenderebbe un po’ di rigore, magari rifacendosi alla definizione della Polizia di Stato e dei Carabinieri. Invece no, anche lì si lascia tutto in un limbo incomprensibile, pasticciato, incoerente. Informazioni buttate lì a far mucchio e a trasmettere un senso di emergenza al lettore. Che poi, rubando per un attimo il mestiere al nostro Fabio Nestola, se si vanno a vedere i dati di dettaglio, la tragicommedia diventa davvero evidente, per chi vuole ed è capace di vedere.

Qui è possibile leggere un retorico e altisonante articolo relativo alle “vittime di femminicidio durante il lockdown”. Una a settimana, si dice. Meglio che una ogni 78 ore ma guai a gioire per il calo degli omicidi. No no, l’obiettivo è ricamare sull’emergenza che non c’è. Se non che, quando si va a leggere l’elenco, degli 11 casi, solo cinque (Irina Maliarenko, Lorena Quaranta, Gina Lorenza Rota, Viviana Caglioni, Alessandra Cità) ricadono nella fattispecie “femminicidio” definita dalle autorità. Negli altri casi sono omicidi della pietà (“seppelliteci assieme”, nel caso di due anziani), matricidi o omicidi dovuti a cause economiche o psichiatriche. Fatto un rapido calcolo, sono un “femminicidio” ogni due settimane e qualcosa, cinque in più di due mesi. Niente, anzi un miracolo considerando la fase di lockdown che doveva portare a una carneficina, secondo le lugubri previsioni (in realtà auspici) dell’industria dell’antiviolenza. Eppure Il Messaggero parla di “strage”. Lo fa senza vergogna, di fronte agli oltre 31 mila decessi per covid-19 e ai milioni di famiglie che si sono strette in difesa di se stesse, facendo crollare conflitti e denunce. Sarà bene che l’ufficio marketing di Rosa Nostra e i suoi pupari che guidano i media facciano un po’ di brainstorming e la convergenza alle loro bugie. Il pasticcio si è visto, si vede, lo vedono tutti, così come la deviazione di molti soldi là dove non sarebbero dovuti andare. E il senso di saturazione generale per le balle è sempre più palpabile.


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