A casa mia

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LA FIONDA

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di Davide Stasi – A casa mia ad ogni pranzo e ad ogni cena io divento cameriere. Mi avvicino alle mie principesse, mia moglie e mia figlia, con lo strofinaccio sul braccio e dico: “le signore desiderano?”. “Patatine fritte”, grida la piccola. “Vino rosso” dice mia moglie. Per quanto posso, cerco di accontentarle entrambe, anche se non sempre le patatine sono disponibili. Quando non servo a tavola, provo a lavorare da casa. Mia moglie mi porta il caffè, mia figlia ogni tanto arriva con un disegno nuovo. A sera, a letto, stringo mia moglie, che si senta protetta. Ce la faremo, assieme.

A casa mia siamo tanti, forse troppi. Non l’avevo mai notato fino a questo periodo di convivenza forzata. L’appartamento è piccolo, i ragazzi sono giovani e scalpitano. Dopo le lezioni su Skype c’è chi chiama la fidanzata (“mi manchi, ma quanto mi manchi”), chi cazzeggia con gli amici, e chi progetta cosa fare dopo che sarà finita l’emergenza. Si sta stretti qui. Tanto stretti che il nervosismo spesso sale alla gola, viene voglia di urlare, di uscire. Poi con la mia compagna ci guardiamo negli occhi, ci chiediamo: “ne vale la pena?”. Basta un sorriso per capire che no, non ne vale la pena. Ce la faremo, assieme.


Ce la faremo, assieme.


A casa mia io sono l’unico a uscire. La mia attività non è ancora stata interdetta dal Governo, quindi vado, ho da lavorare, e vivaddio che io posso ancora. Mi muore il cuore perché mia moglie sta a casa coi bambini, ha il suo daffare a stargli dietro e a combattere la noia. Quando esco dal lavoro, bardato con mascherina, guanti e occhiali, passo dai suoi genitori e dai miei. Sto sul pianerottolo, a distanza, mi sincero che vada tutto bene, se è il caso gli faccio la spesa. E’ devastante non poterli baciare, abbracciare, ma capisco che non c’è alternativa. Poi torno a casa e do una mano con i lavori e i ragazzi. Ce la faremo, assieme.

A casa mia si fa scuola. Gli istituti dei miei figli non hanno le risorse né le capacità per fare formazione a distanza. I prof ci scrivono via email cosa devono studiare, io e la mia compagna leggiamo i capitoli e proviamo a capirci qualcosa, per poi spiegarlo ai ragazzi. E’ preoccupante perché avranno lacune terribili, ma è anche bellissimo: tutti assieme, in salotto, seduti in circolo, libri aperti a cercare di capire insieme le declinazioni latine o i polinomi, a ripetere storia o diritto. Tutte le sere chiamiamo i nonni in videoconferenza, ci raccontiamo la giornata e loro ci fanno ridere un sacco raccontandoci i loro ricordi più buffi. Questo ci fa pensare che ce la faremo, assieme.


Le famiglie e le unioni italiane li stanno sbaragliando tutti.


A casa mia si sa per certo che lui mi ha tradita. Anche io l’ho tradito, e anche questo si sa. Ma sono storie vecchie, di tanto tempo fa. Eravamo entrambi giovani e superficiali. Eppure siamo ancora qui, assieme. Lui oggi mi ha portato il caffè a letto. “Servizio coronavirus”, ha detto entrando nella stanza. Abbiamo mangiato biscotti e bevuto senza dire una parola, in silenzio. I figli stanno già per i fatti loro, hanno le loro famiglie. Dopo il silenzio abbiamo fatto l’amore, dolcemente, a lungo, come non capitava da tempo. Fuori dalla finestra il mattino luminoso di questa primavera intossicata, tra di noi un’unione che non cede e non cederà. Ce la faremo, assieme.

Nella stragrande schiacciante maggioranza delle case italiane c’è questo: unione, forza, solidarietà, cooperazione, amore. Ed è tutto questo che manderà al tappeto non solo e non tanto il coronavirus, il nemico segreto e strisciante, ma anche gli sciacalli e gli avvoltoi che si palesano sfacciatamente e cercano di approfittare dell’emergenza per diffondere odio e zizzania, instillare sospetto e dissidi, con l’unico fine di ottenere le prime pagine subito e lauti finanziamenti poi. I nemici sono tanti oggi. Le famiglie e le unioni italiane li stanno sbaragliando tutti. A casa mia c’è un’alleanza imbattibile, inconcepibile per le forze maligne che auspicano e sperano in violenze diffuse. Non ci avrete mai. Non a casa mia. Ce la faremo, assieme.


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