A Gessica Notaro vorrei dire…

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LA FIONDA

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Junior Cally

di Domenico Schiafalà – C’è un rapper che si fa chiamare Junior Cally, del quale fino a qualche giorno fa nessuno sapeva l’esistenza. Finché non si è macchiato della maxima culpa di essersi espresso “sulle donne” senza rispettare l’obbligo di apologia che vige quando si nominano gli Esseri Superiori. Giubilo delle censore fallofobiche: e vai, abbiamo trovato il nuovo nemico! Meno male, perché come misoginorazzistaomofobofascistaeccetera Salvini iniziava ad essere un po’ logoro e cominciavamo ad essere un po’ a corto di obiettivi da additare alla pubblica riprovazione.

Carne fresca, Sorelle! E vai con la prassi abituale, il fuoco incrociato, le petizioni ad excludendum, le solite violentissime pressioni (per fortuna andate male) per il santo bavaglio con tanto di rogo di CD sulla pubblica piazza, e le solite ancora più violente pressioni (per sfortuna andate bene) per esigere compensazioni sotto forma di invito al gran banchetto di qualche femminista di carriera infilata di straforo a parlare di una cosa di cui si parla solo h24: la violenzasulledonne. Che ci sta sempre bene come la giacca quattro stagioni. Per la pubblica castrazione (che è poi il sogno segreto di tutte le femministe) ci riproviamo presto, prima o poi anche quella si farà, non demordiamo.


Siamo tutti colpevoli.


Jessica Notaro
Jessica Notaro

Siccome il palcoscenico è addirittura quello di Sanremo, in questo sparo ad alzo zero contro il maschio misogino s’impone di far scendere in campo tutta l’artiglieria pesante, i pezzi da novanta: ed ecco che a nome di tutte le fimmine indignate si leva uno dei loro mille santini iperesposti. Una della fittissima schiera di quelle che martellano ogni ora su televisioni e giornali, invadendo qualsiasi spazio invadibile che manco Hitler con la Polonia, per ripetere ossessivamente che “non si parla abbastanza” delle povere donne.

Gessica Notaro, appena scesa dal palco di Sanremo, ci ha ricordato ancora una volta che se un criminale l’ha sfregiata con l’acido siamo tutti colpevoli con buona pace della responsabilità personale (e quindi vediamo bene di rigare dritto), seguendo l’antico precetto maoista, bastona il cane caduto in acqua. Mostra una maschera scema che Junior Cally indossa solitamente per esibirsi e fieramente proclama, tra il tripudio delle fimmine offese (secondo le quali tv e giornali dovrebbero diffondere solo dichiarazioni come questa) che “lui la maschera la indossa per idolatrare la violenza”, lei “per difendersi dalla violenza subita”.


Ho anche io il tesserino di “oppresso”.


Cara Gessica, mi rivolgo a te direttamente. E non per perdere tempo a spiegare che in Junior Cally non c’è “idolatria” ma descrizione della violenza: non ci perdo tempo perché le fimmine, e tu tra queste, lo sanno benissimo e fanno finta di non saperlo. Posto che a me il rap, misogino o non misogino, fa, come dire, piuttosto schifo al cazzo, l’accerchiamento mi fa ancora più schifo. Prenditi tempo, Gessica, per scandalizzarti. Scandalizzarti del fatto che io osi non solo rivolgermi a te (scrivendo pure “te” minuscolo contro quel che si impone quando si parla con le Divinità, eresia!), ma che addirittura io osi farlo non per santificarti, ma per dirti che hai pisciato fuori dal vaso, e di brutto. Ora sicuramente trascinerai con te l’ennesimo strascico di reazioni indignate per quest’ennesima violenza maschilista che ti sto infliggendo, ovvero quella di trattarti come una persona come tutte le altre, e quindi criticabile e contestabile, e non come una specie di unicorno fatato del quale non è concesso dire altro che bene.

Ma io posso, Gessica. E sai perché? Perché sono anche io un unicorno fatato: sono gay. Faccio anche io parte di una “categoria protetta” di “oppressi” sempre e comunque per definizione, ho anche io il tesserino di “oppresso”: sono uno di quelli che le tue amiche fimmine dicono di voler difendere parassitando al gay pride. E qui sì, apro una parentesi perché questa è troppo bella. Queste (parlo di Non Una di Meno e dintorni) prima dicono che gli uomini sono tutti violenti, poi si presentano al gay pride a sostenere la “lotta” di un seguito di persone che per il 90% sono uomini che amano altri uomini, e che “nei loro legami riflettono l’assenza della donna” (cit. Elvira Banotti, madre fondatrice del femminismo italiano moderno). Vabbè, ma tanto quelli sono froci, mica sono uomini “veri”, sono innocui (qualche altro stereotipo di pregiudizio omofobo no?). Roba che quando vedo queste caricature di donne, in tutto e per tutto simili per aspetto e abbigliamento a delle melanzane, che vanno in giro cianciando di “lottare per i miei diritti” mi viene voglia di arruolarmi in qualche esercito di tagliatori di teste…


Dobbiamo cavarcela da soli.


Dicevo. Cara Gessica, da unicorno fatato a unicorno fatato, tanto feriti entrambi dai pregiudizi di questa società patriarcale eccetera eccetera: al mondo non c’è solo la tua esperienza. Ce ne sono anche altre. Perché, cara Gessica, ci sono quelli che su quel palco di maschera non ne hanno portata alcuna: né la tua così nobile, né quella di Junior Cally così ignobile; semplicemente perché su quel palco, a differenza tua, non sono stati ammessi. Nella mente di chi ha invitato te non è nemmeno lontanamente balenata l’idea di ammetterli. Per loro non c’è stata nessuna discussione, nessuna polemica. No e basta, pur avendo subito la stessa violenza che hai subito tu e dalla quale ti difendi con la tua maschera. Uguale precisa identica. E sai perché, Gessica? Perché sono uomini.

Perché vedi, Gessica, quello che è successo a te non succede solo a te. Succede anche a noi schifosi maschi violenti, eccome se ci succede. Ma quando succede a noi, nessuno, nessuno ci considera. Quando succede a noi uomini, anzi a noi maschi, come ormai è prassi scrivere sui giornali (manco parlassimo di montoni o di vitelli), dobbiamo cavarcela da soli, senza gli onori della stampa, senza il palco di Sanremo, senza le amiche giornaliste, e soprattutto senza un centesimo da parte dello Stato che ha aiutato te, anche con i soldi di noi schifosi maschi violenti, inclusi quelli acidificati.


Perché non hai parlato a nome di tutte le vittime di violenza?


Rula Jebreal

Non mi aspettavo certo che ne parlasse quella tizia che si è esibita sullo stesso palco prima di te e che nemmeno voglio nominare tanto la trovo urticante. Una che sguazza nella criminalizzazione del maschio e nelle baggianate come il “gender pay gap”, se ammettesse l’esistenza di una realtà diversa da quella che ultimamente le ha offerto ampia visibilità (e conseguenti prebende?) si darebbe la zappa sui piedi da sola, e mica è scema. Ma tu sì che potevi parlarne, Gessica: perché non lo hai fatto? E sì che la loro storia la conosci, lo so per certo, perché in altre occasioni, meno illuminate dai riflettori, lo hai fatto, e con sagge parole che io ho ammirato.

Tu che potevi, che eri in prima serata in diretta su un canale nazionale, alla manifestazione musicale forse più seguita del paese, perché non hai parlato a nome di tutte le vittime di violenza? Specialmente a nome di quelle lasciate sole dallo Stato, come William Pezzulo, la cui famiglia ha dovuto vendere le proprietà per pagare le stesse cure che tu invece hai avuto gratis solo perché William è un uomo. Cosa ti costava, Gessica? Perché quelli come noi non hanno diritto di cittadinanza e di menzione, Gessica, e grazie alle tue amiche (e a questo punto, anche grazie a te) devono passare per i carnefici anche quando una donna gli sversa addosso lo stesso acido che è stato versato addosso a te?


Non esistono categorie immuni, cara Gessica.


William Pezzulo, Giuseppe Morgante, Stefano Savi, Giovanni Arcangeli

Sai darmi una risposta, Gessica? O forse le mie domande sono “violente” e “sessiste”? Se lo sono dimmelo, che controbatto subito al tuo jolly con il contro-jolly dell’“omofobia”. Dopodiché però vorrei che tu e le tue amiche lo spiegaste a William Pezzulo, a Stefano Savi, a Giuseppe Morgante, a Giovanni Arcangeli, e a tutti gli altri. Tutti gli altri, Gessica, che tu hai invisibilizzato, ignorato, umiliato, offeso, prendendoti per te tutto uno spazio di cui altri hanno molto più bisogno. Tu, complice del silenzio delle istituzioni indotto dalla propaganda femminista avida, oppressiva e guerresca, hai partecipato con piena responsabilità all’annullamento della loro sofferenza solo perché sono uomini

Invece di lenire il loro sfregio, le loro sofferenze, che avevano la stessa dignità e lo stesso valore delle tue, hai aggiunto lo sfregio della tua indifferenza. Perché, Gessica? Non c’è civiltà, non c’è coraggio nella tua omissione. Pensa tu, noi gay, così sensibili e fragili e teneri e dolci e “femminili”, chi se l’aspettava che ti potessimo parlare così duramente… Eppure ti ho solo detto la verità. Non esistono categorie immuni, cara Gessica. E voi donne, te compresa, è ora che cominciate a riflettere su voi stesse.


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