Amnesty ordina: il sesso senza consenso esplicito sia sempre stupro

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di Giorgio Russo. A chiederlo è la nota ONG Amnesty International: l’Italia cambi la propria legge sullo stupro (Art. 609 bis Codice Penale), e definisca come tale ogni atto sessuale avvenuto senza esplicito consenso. Sarebbe una vera e propria rivoluzione, e talvolta delle rivoluzioni c’è bisogno. In questo caso? Per sostenere la sua richiesta, Amnesty si appoggia a un’indagine ISTAT dell’anno scorso, che ha rilevato come secondo l’opinione pubblica la donna diventi “responsabile della violenza sessuale subita per il modo di vestire (23,9% degli intervistati) o se sotto effetto di alcool e droghe (15,1%). Il 39,3% degli intervistati aveva inoltre dichiarato che una donna è perfettamente sempre in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo desidera”. Vergognosi pregiudizi, secondo la ONG, che si riflettono poi anche nelle aule di tribunale, e a cui dunque occorre porre rimedio.

Quello che Amnesty dimentica di specificare è che quelle percentuali sono state espresse paritariamente da intervistati uomini e donne, al 50%. Cioè una gran quota di coloro che questa proposta vorrebbe andare a proteggere ritiene che vestirsi in modo seducente o devastarsi d’alcol e droga siano comportamenti a rischio rispetto all’ipotesi stupro, e che ci sia spesso modo di sottrarsi a una violenza. Chiaramente Amnesty nasconde questo aspetto, che potrebbe minare il consenso del tutto virtuale che ritiene di ottenere citando l’indagine ISTAT. Per non sbagliare dice anche che sono innumerevoli le donne vittime di stupro in Italia, stavolta senza portare dati. Ed è ovvio: in realtà, è noto, stante la legge attuale, sono meno di un migliaio all’anno, uno dei dati più bassi dell’UE. L’ideale sarebbe zero, ovviamente, ma per avvicinarcisi bisognerebbe anzitutto affrontare seriamente anche il tema immigrazione, altro grande tabù.


Basta che cambi idea un secondo dopo aver finito e si è nei guai.


Ma è tutto irrilevante per Amnesty, e in particolare per la sua responsabile delle campagne Tina Marinari. L’obiettivo è andare a bussare alla porta di Bonafede per ottenere che anche l’Italia faccia la fesseria già compiuta da nove altri paesi europei, dove la norma logica dello stupro inteso come rapporto sessuale ottenuto con la forza, la violenza o la coercizione, si è ampliata a ogni rapporto sessuale che non sia supportato da un esplicito consenso. Insomma Amnesty vuole che facciamo come Svezia, Islanda, Regno Unito, Irlanda, Lussemburgo, Germania, Cipro, Belgio, Portogallo e Grecia. Paesi alcuni, specie quelli del nord Europa, dove le violenze sessuali sono davvero una piaga dilagante, altri del tutto irrilevanti dal lato geopolitico. Ma tant’è l’aggancio c’è, ed è il solito: la Convenzione di Istanbul.

“A nostro avviso è importante completare questo passaggio perché il trattato di Istanbul rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”, blatera Tina Marinari, come se la Convenzione di Istanbul non avesse già fatto abbastanza danni e generato già ruberie a sufficienza nel nostro paese. E a questo punto si appresta a generare altri disastri, perché il punto cruciale in tutto questo è proprio il consenso. Mentre un rapporto sessuale ottenuto con violenza lo si può provare, così assolvendo a quanto lo Stato di Diritto richiede (prove, evidenze, realtà tangibili), il consenso come lo si prova? Non c’è bisogno di firmare un contratto, dice Amnesty, secondo cui il consenso “è la comunicazione di una volontà, è assicurarsi che in tutti i momenti del rapporto esista la reciproca voglia di stare insieme”. Lo immaginate? Ad ogni cambio di posizione o magari ad ogni colpo di bacino: “ti va? Continuo?”. Roba da far ammosciare anche Rocco Siffredi. Senza contare che, basandosi tutto sulla parola, a fine rapporto lei può tranquillamente andare dai Carabinieri, appellarsi al “believe woman” e mettere nei guai il toyboy del momento, affondando sempre più nel baratro la giustizia, la presunzione d’innocenza, l’onere della prova e la sua oggettività. Anche ci fosse una registrazione video (ma occhio al “revenge porn!”) o un contratto: basta che lei cambi idea un secondo dopo aver finito e si è nei guai, senza via d’uscita.


E voi? Voi che cosa intendete fare?


Questo vuole Amnesty International per l’Italia: l’attuazione dell’agenda di “Non Una di Meno”. Vuole l’affermazione di una logica per cui no vuol dire no, sì vuol dire “forse, se non cambio idea”, il silenzio vuol dire “faccio come mi gira sul momento”. Alla fine conta che “el violadòr eres tu“. Non esattamente lo scenario ideale per permettere a un tribunale di decidere se mandare in carcere o meno un uomo. “La regola generale è: in caso di dubbio sul consenso, chiedilo espressamente. Se sei ancora in dubbio, fermati”, prova ancora a convincerci Amnesty. E noi vediamo le relazioni uomo-donna trasformarsi in un incubo e ci arrovelliamo su come i nostri figli potranno mai avere relazioni normali se questo approccio si afferma. D’altra parte Amnesty partecipa a quel piano globale che vorrebbe affrontare il riscaldamento globale attraverso la depopolazione. Se dunque fare l’amore diventa un modo per finire in galera, è probabile che in futuro gli accoppiamenti saranno rarissimi, se non nulli. Così come le normali relazioni umane, di questo passo. Ma oltre a questi obiettivi futuribili, ce n’è uno più immediato e a portata di mano: abbassando quasi allo zero il livello minimo per arrivare a una definizione, tutto o quasi diventerà stupro. È lo stesso meccanismo usato per le violenze: una volta lo schiaffo, il pugno, il calcio lo erano. Ora anche un fischio di apprezzamento è considerato violenza. Tutto sta diventando violenza, tutto sta diventando punibile. E lo sta diventando unilateralmente: essendo tutto declinato al femminile, il corrispondente sugli uomini rischierà di essere tollerato, se non permesso.

Amnesty porta avanti questa nuova follia al modo solito: un hashtag evocativo e una mostra itinerante “emozionale”, dove vengono esposti gli abiti indossati da donne quando sono state vittime di stupro. Vai a sapere se è vero: è lecito dubitare perché sicuramente, per una questione di privacy, non ci saranno nomi e cognomi o collegamenti a casi reali. Però l’esposizione porterà quell’emozione nell’intestino crasso della gente sufficiente a far apparire la proposta come sensata. Così è lo storytelling di un femminismo che aggredisce la realtà da ogni parte, utilizzando ogni mezzo a propria disposizione. E ne ha tanti visto che gli è stato consentito di permeare ogni cosa attorno alla normalità, dai tribunali all’associazionismo, dalla politica all’economia passando per le varie ONG. E così è sempre più forte la sensazione di essere una carovana inerme assediata da indiani feroci, senza che mai arrivino “i nostri” a dare manforte. Anche perché molti dei “nostri” o sono stati assorbiti definitivamente dallo storytelling e dalle molte fattezze che sa assumere, o sono ancora persi a litigarsi e dividersi in categorie settecentesche come “destra” e “sinistra”. Noi, nel nostro piccolo, finché potremo terremo la posizione e venderemo cara la pelle contro queste follie assolute. Per lo meno potremo dire ai nostri figli, a breve ridotti tutti a essere hikkikomori, che ci abbiamo provato. E voi? Voi che cosa intendete fare?


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