Bigenitorialità: le sciocchezze colossali di Eugenia Roccella

roccelladi Fabio Nestola – Il commento più rapido che mi viene in mente sull’articolo uscito sul “Il Foglio” del 3 novembre, a firma Eugenia Roccella, titolo “Bigenitorialità, una parola sola per dissolvere i ruoli di padre e madre“, è: mamma mia quanta ignoranza. E non saprei dire se ignoranza strumentale, di chi finge di non conoscere per deformare i concetti, oppure ignoranza genuina, di chi non conosce e basta. Resta il fatto che Eugenia Roccella dimostra di ignorare la genesi italiana della bigenitorialità, i contesti, le criticità. Vediamo nel dettaglio, citando in neretto l’articolo e commentando di seguito.

Da un po’ di tempo circola sempre più spesso una parola tipica di quella cultura postmoderna che sta smontando, pezzo per pezzo, i fondamenti dell’esperienza umana. La parola è bigenitorialità. – Da un po’ di tempo è riduttivo. Si informi: il concetto di bigenitorialità compare in Italia nel secolo scorso, inizio anni ’90, da quando cioè ebbe inizio il dibattito parlamentare che avrebbe portato nel 2006 alla riforma dell’affidamento condiviso. Quindi in circa tre lustri di audizioni in Commissione Giustizia, Affari Sociali e Bicamerale Infanzia, esperti di varie discipline si sono confrontati sulla necessità di riformare il diritto di famiglia nell’esclusivo interesse della prole.

In Brianza si organizza persino un festival della bigenitorialità, giunto ormai alla terza edizione.– Addirittura, aggiungerei. Pensa un po’ che sfrontatezza: si celebra un diritto dei minori.


Nel 2006 la svolta del Legislatore.


affido condivisoApparentemente si tratta di ribadire che per un bambino sono fondamentali sia la mamma che il papà, ed è in questa accezione che in ambito giuridico si cita il “principio di bigenitorialità”. Ma se così fosse, basterebbe un vocabolo più antico, genitorialità: il prefisso “bi” è superfluo, i genitori da sempre sono due, di sesso diverso, almeno se si ricorre alla procreazione secondo lo sperimentato metodo naturale, che resta ancora il più diffuso. – Ecco lo scivolone della Roccella: la bigenitorialità nasce nel contesto “separazione” mentre lei lo vorrebbe infilare a forza nel concetto “procreazione”. Ci sono delle ragioni profonde, delle quali evidentemente Roccella non è a conoscenza, che hanno reso necessario in ambito separativo ribadire il concetto che i genitori sono due. E la riforma del 2006, piaccia o meno alla Roccella, non tratta di procreazione assistita ma di affido dei figli nella separazione. La sola genitorialità infatti, senza il prefisso bi, in caso di separazione o divorzio è stata interpretata per 40 anni come monogenitorialità, l’affidamento esclusivo della prole è stata la misura privilegiata nel 95% dei casi, con l’effetto di creare una frattura tra genitore prevalente e genitore marginale nel processo di crescita della prole. Sono fatti, non opinioni. È il motivo stesso alla base della necessità di riformare il Diritto di Famiglia. La norma precedente alla riforma imponeva al giudice un bivio: la scelta di quale fosse il genitore “migliore” al quale affidare i figli in via esclusiva, relegando di fatto l’altro genitore in un ruolo estremamente periferico, col compito di provvedere al mantenimento economico ma escludendolo dai compiti di cura, circoscritti a un mortificante (per i figli prima ancora che per il genitore) diritto di visita un pomeriggio a settimana e due domeniche al mese. Poi nel 2006 la svolta del Legislatore: per crescere figli sereni sono importanti sia il padre che la madre, ed ecco che il prefisso bi è divenuto indispensabile.

Bigenitorialità è invece un’espressione che porta con sé l’opposto, la dissoluzione di maternità e paternità, lo sbriciolamento di quel che resta del concetto di famiglia. […] Il termine si diffonde dopo l’espansione delle nuove tecniche procreative, che moltiplicano e frantumano il ruolo genitoriale, costringendo ad aggiungere specificazioni e aggettivi. – Non è vero. Il concetto – e quindi il termine – bigenitorialità non ha nulla a che vedere con le nuove tecniche procreative, Roccella dunque fa un collegamento inesistente nella realtà. Lo capirebbe se avesse studiato un minimo di genesi della riforma sull’affidamento condiviso.


La trigenitorialità non esiste.


Di mamma non ce n’è più una sola, le figure materne possono essere, ad oggi, ben cinque. Bisogna distinguere la madre mitocondriale dalla fornitrice di ovociti, quella sociale dalla gestante, e così via. Per l’uomo è un po’ più semplice, dato che i papà possono essere solo un paio, quello che fornisce il seme e quello che concretamente crescerà il bambino. La genitorialità multipla richiede il prefisso: è monogenitorialità quando il committente, maschio o femmina, è unico, “bi”, o “tri” quando le figure coinvolte in varie combinazioni sono due o più. – Insiste. Proprio non ha capito, si accanisce nella forzatura pro domo sua. Ma l’ha letta la legge 54 del 2006? Quello che lei chiama “il committente” non c’entra nulla, come non c’entra nulla la madre mitocondriale o fornitrice di ovociti. L’affido monogenitoriale è quello esclusivo, quando cioè il giudice in caso di separazione, divorzio o cessazione di convivenza riconosce a un solo genitore l’affidamento dei figli minorenni, mentre l’affidamento condiviso riequilibra i genitori nel rispetto del diritto del minore alla bigenitorialità. La procreazione con la legge 54 del 2006 non c’entra nulla, se ne faccia una ragione. Infatti nella norma la trigenitorialità non esiste, è una squisita – nonché spassosa – invenzione della Roccella.

Con la procreazione artificiale avere un figlio diventa un affare di medici, laboratori, biobanche, avvocati, organizzazioni transnazionali, compravendite (di gameti) e affitti (di uteri) e tutto il complesso meccanismo, che comporta passaggi di denaro anche ingenti, ha assoluta necessità di essere regolato da patti dettagliati e precisi, con annesse penali. E’ la centralità del contratto, infatti, ancora più del ricorso al mercato, che caratterizza la nuova genitorialità. Il figlio non è più un dono, ma un diritto di ogni individuo adulto – un diritto “incoercibile”, ha sentenziato la nostra Corte costituzionale – che si può esercitare quando e come si vuole, e di cui poi è ovvio si voglia fruire pienamente, secondo i termini di esigibilità stabiliti appunto dal contratto. In Italia la legge del 2006 che ha istituito l’affido condiviso, ed è spesso richiamata da chi oggi propugna la bigenitorialità, afferma soltanto, e giustamente, il “diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori”. Il concetto di bigenitorialità è stato elaborato e promosso successivamente…Successivamente? La povera Roccella farnetica di argomenti che non conosce affatto ed ha la pretesa di trattare da esperta. Il principio di bigenitorialità è alla base della riforma del 2006, il nucleo fondante, il principio cardine, il concetto definito “bambinocetrico” dai e dalle parlamentari che l’hanno approvata dopo dettagliatissimi approfondimenti durati 12 anni nel corso di 4 Legislature.


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…da giuristi e associazioni molto attive, capaci di diffonderlo nel mondo accademico, nei media, nei tribunali e infine nel Parlamento. – È falso, la ratio della norma non è stata “promossa da associazioni molto attive” ma fortemente voluta dal Legislatore (chiedere conferma all’allora relatore del testo unificato in Commissione Giustizia, Sen. Maurizio Paniz).


Qui, però, il suo successo ha subito una battuta d’arresto. La proposta di legge del senatore leghista Pillon sul cosiddetto “affido condiviso” (ma bisognerebbe parlare, al contrario, di “affido suddiviso”) è stata lanciata con entusiasmo, sospesa con imbarazzo e attualmente accantonata. – Ah, ecco. Mancava all’appello il consueto attacco al DDL Pillon, per molta gente l’origine di tutti i Mali del mondo. L’affido condiviso non è “cosiddetto” ma esiste nel nostro ordinamento da 13 anni. Se alla Roccella non piace si faccia eleggere in Parlamento e si dia da fare per cambiare la norma. Inoltre Pillon non ha presentato una proposta di legge ma un disegno di legge, gli esperti conoscono la differenza. Poi ne sono stati presentati altri 4, quindi si sarebbe reso necessario un lavoro di amalgama fra i diversi DDL per arrivare ad un testo unico da proporre alle aule parlamentari. Un nutrito fuoco di sbarramento squisitamente ideologico ha affossato non solo il DDL Pillon ma anche tutti gli altri, col risultato che l’intero tema del diritto di famiglia è stato cancellato dall’agenda politica. Poi è cambiato il governo, e con l’attuale maggioranza l’argomento è sparito del tutto. Eppure l’odio anti-Pillon non dovrebbe far dimenticare da cosa nasceva la necessità di rivedere l’affido condiviso per rendere concreta l’applicazione del principio di bigenitorialità. Il sistematico aggiramento della norma viene denunciato e minuziosamente documentato già da diversi anni. Da tale macroscopica disapplicazione nasce l’esigenza di una ulteriore riforma, dimostrata da proposte e disegni di legge sul condiviso-bis presentati ininterrottamente dal 2007 al 2018. Un dato è estremamente significativo: la legge sul divorzio è del 1970 e la riforma del diritto di famiglia del 1975. Si è arrivati a rivederle solo nel 2006 ma già l’anno immediatamente successivo era evidente la necessità di mettervi le mani di nuovo. I motivi sono evidenziati nelle note di presentazione delle proposte di riforma della legge 54/06 (Pdl Costantini-Mura, IDV, 2231/07): ” … la sua concreta applicazione incontra sensibili ostacoli, a causa di resistenze culturali degli operatori (…)  il primo anno di applicazione della legge ha consentito di osservare una estesa disomogeneità dei provvedimenti, che non riguarda soltanto gli aspetti in cui la norma può effettivamente presentare delle ambiguità, ma si presenta anche laddove il messaggio del legislatore, pur essendo limpido, si pone in contraddizione con gli orientamenti giurisprudenziali in precedenza maggioritari…”. Quindi Simone Pillon non ha inventato nulla, la necessità di riformare l’affido condiviso nasce già nel 2007 e ha attraversato tutti i Governi fino al penultimo. Altro dato fondamentale: la disapplicazione della legge sull’affido condiviso viene riconosciuta ufficialmente da più fonti istituzionali. Proprio l’ISTAT ha pubblicato il report 2016 nel quale a pag. 13 si legge : “(…) In altri termini, al di là dell’assegnazione formale dell’affidamento condiviso, che il giudice è tenuto a effettuare in via prioritaria rispetto all’affidamento esclusivo, per tutti gli altri aspetti in cui si lascia discrezionalità ai giudici, la legge non ha trovato effettiva applicazione (…)”.  Esattamente ciò che abbiamo sostenuto da sempre, viene definito condiviso ciò che condiviso non è. Quindi passa il DDL Pillon ma la necessità di una bigenitorialità reale e concreta resta.


La disinformazione della Roccella fa tenerezza.


L’idea che ispira il testo, in linea con le teorie sull’identità sessuale indifferenziata e fluida, è che il ruolo materno e quello paterno siano uguali e intercambiabili. C’è dietro una concezione del figlio come l’ultimo, forse il più prezioso, diritto individuale… – La disinformazione della Roccella fa tenerezza. Il principio-cardine della 54/06 è esattamente l’opposto di ciò che dice la nostra amica: il minore diviene soggetto di diritto superando la contrapposizione fa i diritti di padri e madri che hanno generato decenni di conflittualità. Il bene tutelato è il diritto del minore alla bigenitorialità, come può criticare una legge senza nemmeno averla letta? O perlomeno senza averla capita?

…di cui l’individuo padre e l’individuo madre devono poter godere allo stesso modo, a metà. – Ancora … ha provato a leggere meglio la norma che interpreta in modo così comicamente personale? “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi (…)” Il diritto è in capo al figlio, le parole hanno un senso, è il soggetto che riceve (non solo denaro, per la prima volta entrano nel nostro impianto normativo i compiti di cura). I diritti del padre e della madre nella norma non esistono, piaccia o meno.

Un concetto astratto, costruito su un essere umano gender neutral, che non genera, non allatta, è indifferenziato e privo di competenze materne o paterne. Un mammo, o una papà, i cui compiti sono, ovviamente, rigidamente disciplinati da un “piano genitoriale”. Non c’è più nemmeno l’ombra di quella che fu una famiglia, che la separazione o il divorzio possono disfare ma non cancellare; c’è un sistema del tutto nuovo, la genitorialità fai da te, in cui l’interesse del bambino viene ignorato o usato come pretesto per privilegiare i desideri, gli interessi, i rancori degli adulti.Tutto falso, dalla prima all’ultima riga.


Nel diritto di famiglia il bambino non è un diritto degli adulti.


Bigenitorialità è più o meno la traduzione dell’inglese coparenting, una formula che sta prendendo piede nel mondo anglosassone e che è costruita proprio sull’idea che il figlio non è il frutto di una relazione tra un uomo e una donna, ma la realizzazione di un desiderio individuale. – Neanche questo è vero, la bigenitorialità nasce dalla traduzione di biparental visto che nel mondo anglosassone i parents sono i genitori, ed è un termine diffusissimo già nel secolo scorso. Torno a ripetere che le farneticazioni sulla bigenitorialità come realizzazione dei desideri di adulti è una bufala. Niente di più e niente di meno. Poi la Roccella fa un lungo pistolotto sulla procreazione eterologa come esperimento di ingegneria genetica attraverso società di intermediazione, questionari da compilare, caratteristiche da scegliere. Niente di tutto questo è contenuto né nella legge vigente sull’affido condiviso né nel DDL Pillon che intendeva riformarla. Quindi chiude così:

La condivisione è solo nel titolo della legge (“Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”), in realtà il ddl mira a scindere e non a unire, a far sì che ogni genitore possa esercitare la sua responsabilità senza rapporti con l’altro. Suddividiamo tutto, e ognuno per la sua strada. E il bambino? Come crescerà, sballottato tra cogenitori che si ignorano, senza più una casa propria e un contesto quotidiano abituale e rassicurante? Quante storie, il bambino è un diritto degli adulti, no? – No Roccella, non ha capito niente, nel diritto di famiglia il bambino non è un diritto degli adulti.


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