ParmaPress24: aggressione femminista contro la Direttrice

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Francesca Devincenzi

di Giorgio Russo. “ParmaPress24” è una piccola testata giornalistica indipendente localizzata nell’area del parmense. A dirigerla è una donna, Francesca Devincenzi, in questi giorni finita al centro di una brutta ma emblematica storia di minacce e intimidazioni da parte dei centri antiviolenza locali e di tutta la galassia mafieggiante che attorno ad essi circuita. Motivo: ha diffuso la notizia di un presunto stupro senza dare per scontato che l’uomo fosse colpevole, anzi ipotizzando che si trattasse della solita usuale falsa denuncia.

Un’ipotesi rafforzata dai messaggi e dalle fotografie che la fanciulla coinvolta aveva mandato al presunto violentatore successivamente all’asserita aggressione: molto tranquilli, intimi, complici. Sicuramente non i messaggi né le foto che una donna davvero abusata manderebbe al proprio aguzzino. Ebbene: ParmaPress24 ha pubblicato stralci di quei messaggi e alcune di quelle foto, avanzando legittimamente qualche dubbio sul reale andamento della vicenda. Ben intesi: rimane una testata giornalistica ufficiale, dunque non ha affondato il coltello come avremmo potuto fare noi, cioè condannando fermamente la pratica delle false denunce. Ha solo fatto qualche ipotesi, per poi sbrodolare la massima solidarietà verso una ragazza cui attribuiva molti disequilibri psicologici. Insomma, gli alibi per lei, nell’ipotesi che lui fosse innocente (“uno dei pochi casi”, si specificava), si sprecavano.


La macchina dell’odio femminista, una volta partita, non si ferma.


Insomma, a parte il blando dubbio e il forte impatto di foto e messaggi, l’articolo era in realtà pienamente conforme al dettato del pensiero unico e alle regole sovietiche su come si fa comunicazione per queste vicende. Eppure non è bastato. I centri antiviolenza emiliani, più alcune organizzazioni giornalistiche femminili (tra cui “Giulia Giornalista”, tra i firmatari dell’orrido Manifesto di Venezia), hanno gridato allo scandalo, chiedendo alla Devincenzi di ravvedersi, di rettificare, di pentirsi e redimersi, ricevendo però picche in risposta. Al che sono passati alle maniere forti: esposti, segnalazioni, denunce e soprattutto una pubblica gogna per ParmaPress24 e la sua Direttrice.

È noto che la galassia che presiede agli interessi dell’industria femminista si porta sempre dietro branchi di iene pronti ad aggredire a comando, ed ecco che legioni di forsennate e forsennati partono all’assalto dei profili della testata giornalistica e dei suoi reporter, Direttrice inclusa, trasformando le loro aree social in quello che la Devincenzi ha efficacemente definito “un cimitero di insulti”. Termine che rende molto bene quella che di solito viene chiamata shitstorm. E in quell’aggressione si legge di tutto: che il giornale sia pagato dal presunto stupratore, che la Devincenzi abbia con lui una relazione, più tutto il ciarpame usuale sulla “vittimizzazione secondaria” delle donne. Il tutto, va ribadito, per un articolo che ipotizzava l’innocenza dell’uomo e spendeva parole su parole per scagionare la ragazza da qualunque responsabilità. Eppure non basta: la macchina dell’odio femminista, una volta partita, non si ferma.


Hanno sguinzagliato le loro squadracce.


Ecco allora che Francesca Devincenzi trova nella cassetta delle lettere alcuni fogli A4, stropicciati contenenti messaggi chiari: “puttana, ti piace essere chiamata puttana? Te la faremo pagare”. Ovviamente non si sa chi ne sia stato l’autore o il latore. Ciò che è certa è l’origine del malanimo contro la Direttrice: quella condanna senza appello dei centri antiviolenza locali. “Di fronte a un’aggressione del genere”, commenta la Devincenzi, “mi sarei attesa una presa di posizione proprio dei centri antiviolenza, visto che si tratta di un attacco a una donna”. Invece tutto tace. Rosa Nostra difende solo le giornaliste allineate. Per le altre: silenzio. Un silenzio eloquente, in questo caso: se i centri antiviolenza emiliani non sono mandanti e complici di insulti, minacce e intimidazioni, sicuramente ne sono gli ispiratori, sono loro i cattivi maestri. Il loro silenzio altro non è che una tacita approvazione per quelle minacce.

Non essendosi adeguata al diktat ideologico fondamentale per la difesa dei loro interessi, Francesca Devincenzi perde di colpo la primazia dell’essere donna, non merita più difese d’ufficio e a prescindere. Diventa una donna di serie B cui è normale, anzi è buono e giusto indirizzare il più greve insulto che si possa riservare a una donna, con annesse intimidazioni. “Si arriva al paradosso”, commenta la giornalista sul suo profilo Facebook, “che molti giustifichino gli insulti e le minacce facendo proprio riferimento agli esposti dei centri antiviolenza contro di me e contro ParmaPress24”. E se non è una prova questa, cosa serve ancora? Le ideologhe del totalitarismo in gonnella hanno sguinzagliato le loro squadracce e ora guardano tutte soddisfatte l’esito dell’ennesima ferita inferta alla verità e alla libertà di stampa, opinione ed espressione.


Noi l’avevamo detto.


censuraQuanto accaduto non ci stupisce nemmeno un po’. Da anni studiamo e denunciamo il fenomeno femminista, i suoi centri di potere e le lobby collegate, di cui i centri antiviolenza sono uno snodo fondamentale. È chiaro a chiunque che oggi le redazioni mainstream, oltre a guadagnare dalla diffusione del pensiero unico femminista, hanno paura di quella che qui abbiamo battezzato “Rosa Nostra”, come in altri regimi avevano paura delle camicie nere, delle camicie brune o dei commissari politici del partito. Si tratta di un’organizzazione ramificata, che non ha nulla a che fare con la giusta aspirazione alla parità dei sessi e tutto a che fare con la gestione di soldi e potere. A Rosa Nostra serve una narrazione standardizzata sui media e la cancellazione totale di ogni vicenda che possa smentire quella stessa narrazione. Con i suoi articoli sul caso del probabile non-stupro, ParmaPress24 ha messo il dito nella piaga: le false denunce. Nonostante la pandemia quest’anno siamo a quasi una al giorno accertata dai media, più la miriade di quelle che non finiscono sui giornali. Una vergogna nazionale sottaciuta, perché gran parte di quelle false denunce è innescata proprio dai centri antiviolenza. Negli ultimi 10 anni tra l’85% e il 90% delle denunce per violenza maschile sulle donne è finito archiviato o in assoluzione piena: un vero disastro giudiziario e di sistema causato in gran parte dall’iperattività da falsari dei centri antiviolenza.

Insomma, probabilmente senza rendersene conto e senza volere, Devincenzi ha inciso una piaga purulenta, mettendo a nudo la vera natura e la vera funzione dei centri antiviolenza e della loro ideologia. Ed è già fortunata che si siano limitati ai biglietti di insulti e minacce: è gente fanatica e pericolosa, capace di tutto per non perdere lo scampolo di potere che ha abusivamente conquistato. Esse non ammettono una comunicazione pubblica che non si conformi al 100% al loro pensiero: l’articolo di ParmaPress24, con i suoi scampoli di messaggi e le foto, non lo faceva abbastanza. Metteva in crisi l’assioma “donna = sempre vittima e uomo = sempre carnefice” e tanto basta per finire nel mirino. Uguale è accaduto al “Primato Nazionale“, che ha ripreso un nostro pezzo su Eleonora De Nardis, per poi rimuoverlo a seguito di ricevute pressioni, e uguale ancora di recente alla criminologa Francesca Beneduce e a una sua trasmissione online (nel caso qualcuno si illudesse che in Italia non ci sia censura). Con un’esperienza del genere, ora, ParmaPress24 dovrebbe far partire una bella inchiesta sui centri antiviolenza e i loro dintorni, magari dando voce a chi, nel silenzio generale e nell’ingiustificato ostracismo, da tempo denuncia quel tipo di storture. Naturalmente non accadrà: abbiamo espresso ed esprimiamo, come blog, solidarietà a Devincenzi e alla sua redazione, ma diversamente che in altri casi la giornalista non ci ha ringraziati pubblicamente. Pur raccontando la verità da anni, restiamo “gli intoccabili”, non degni nemmeno di un “grazie” pubblico. Poco male. Per quanto ci riguarda, continueremo a sperare di poter smettere presto di dire a chi periodicamente finisce nel tritacarne della piovra femminista: “noi l’avevamo detto”.


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